Per diversi anni, con l’ascesa del populismo, la politica britannica ha cercato di somigliare a quella americana (per intenderci, ai suoi aspetti peggiori) diventando quel circo di stunt mediatici e proclami che ha caratterizzato l’ultimo decennio. Il risultato è stato devastante: dall’uscita dall’Unione europea fino alla crisi istituzionale degli ultimi atti del premierato di Boris Johnson e al collasso della sterlina con Liz Truss.
Come negli Stati Uniti, anche nel Regno Unito il bipolarismo ha esacerbato gli animi fino a condurre alla violenza, come nel caso dell’assassinio della deputata laburista Jo Cox, uccisa nel giugno del 2016 dal suprematista Thomas Alexander Mair. Clima intimidatorio e minacce di morte ai politici sono diventati così comuni (soprattutto durante la campagna elettorale) che uno dei primi atti del ministro degli Interni Yvette Cooper è stato di annunciare la creazione di una task force per la difesa della democrazia.
La diversità tra le due società, nel modo in cui stanno rispondendo alle minacce poste dalla polarizzazione, salta all’occhio. A differenza che negli Stati Uniti (ormai intrappolati nella discesa vorticosa di una verbalità violenta che inasprisce gli animi), nel Regno Unito gli anticorpi democratici stanno tentando di reagire. Non solo il partito maggiormente responsabile della degenerazione del discorso politico (quello conservatore) è stato severamente punito nelle urne, ma al suo interno è scattata una reazione della componente moderata che ha prima estromesso il leader populista e poi abbassato i toni. Qualcosa che i repubblicani americani non hanno saputo o voluto fare.
Certo, Rishi Sunak ha fallito nel ricompattare il partito e l’ascesa dell’estrema destra di Reform Uk di Nigel Farage dimostra come la componente populista ed estremista sia ancora una realtà tanto viva quanto pericolosa. Ma il punto è che – a differenza di alcuni anni fa – non controlla più il Paese né gode di una forte rappresentanza parlamentare. È possibile ora che Farage riesca a spingere a una fusione tra conservatori e Reform Uk e a riportare i Tories all’estrema destra, ma il suo compito sarà in salita.
Anche sul fronte della sinistra gli anticorpi hanno reagito. Al contrario dei democratici americani – la cui componente moderata è per lo più composta da ultrasettantenni, con il partito spesso prigioniero delle sue frange più estreme – i laburisti inglesi hanno saputo esprimere un leader moderato che è riuscito a isolare gli estremisti, a imporre la sua visione e a conquistare le urne.
Due fatti, a pochi giorni di distanza, riassumono le diverse traiettorie dei due Paesi: in Inghilterra le dimissioni dignitose con cui Sunak si assume le proprie responsabilità e rivolge la sua stima al successore Keir Starmer, espressione di una civiltà che credevamo perduta. Negli Stati Uniti gli spari contro un candidato presidenziale, vittima del suo stesso modo di fare politica, uno che avrà pure aizzato la folla ad assaltare il Campidoglio ma che non meritava certo di essere ammazzato su un palco.
La politica, in fin dei conti, non è che espressione della sua base elettorale e dunque della cultura predominante. E mai come adesso Stati Uniti e Gran Bretagna sono stati culturalmente più lontani.
Pubblicato su La Ragione il 18.07.2024
Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
