

La polemica esplosa alla fiera Più Libri Più Liberi di Roma è solo l’ultimo episodio da caccia alle streghe che invoca la messa al bando di tutto ciò che qualcuno ritiene “moralmente” incompatibile, stabilendo cosa si può esporre, cosa si può pubblicare, cosa si può leggere e soprattutto chi può parlare in uno spazio pubblico.
È il paradosso del sedicente “democratico antifascista” – non quello vero, che coincide con la maggioranza degli italiani, ma quello proclamato, quello che lo urla e lo blatera. È il tipo che grida al complotto e alla censura se qualcuno osa suggerire che certe testate facciano propaganda filorussa; che si lamenta in continuazione di essere messo a tacere ma passa le giornate in TV; che etichetta qualsiasi dissenso come repressione e poi applaude quando docenti universitari che non gridano al “genocidio” o alla “Nato che abbaia” vengono cacciati a calci dalle solite squadracce pro-Palestina e anti-Nato di turno.
Ed è curioso osservare come gli stessi paladini della “censura salvifica”, pronti a ergersi a guardiani del perimetro storico e a bandire libri, figure e fatti sgradevoli del passato, accettino senza battere ciglio la propaganda mistificatoria di una potenza straniera, nella fattispecie russa. Per costoro il problema non è che qualcuno pubblichi testi discutibili o che un editore ospiti autori che li ritraggono in modo positivo, perché in una democrazia perfino le opinioni che fanno inorridire hanno diritto di esistere.
Il problema, semmai, è la selettività indignata: si invoca il cordone sanitario per contenuti che appartengono alla storia, ma applaude narrazioni costruite a tavolino dal Cremlino, piene di falsi storici e funzionali a un’iper-realtà confezionata per orientare l’opinione pubblica a proprio beneficio. Una dissonanza che rivela un punto cieco culturale: ciò che irrita viene censurato; ciò che manipola, purché allinei alla propria postura politica, passa per “controinformazione”.
Il risultato è un antifascismo che replica, in forma speculare, ciò che dice di voler combattere: controllare cosa si può dire invece di rispondere con argomenti. E questa, signori, non è cultura né informazione. È manipolazione travestita da virtù civile, è selettività spacciata per etica, è l’uso di una bandiera nobile per sdoganare il proprio dogmatismo antidemocratico e legittimarlo.
L’appello firmato, tra gli altri, da Alessandro Barbero, Anna Foa, Antonio Scurati, Carlo Ginzburg, Giovanni De Mauro, Christian Raimo e Zerocalcare, chiede l’esclusione della casa editrice Passaggio al Bosco, nota per la pubblicazione di testi di e su Mussolini, Degrelle, Codreanu e affini. Per i promotori, la presenza di quel catalogo alla fiera equivale a legittimare un immaginario politico che l’Italia dovrebbe avere imparato a riconoscere e respingere da tempo. È, nelle loro parole, una questione di responsabilità culturale.
Eppure questo episodio rivela anche una fragilità più profonda del discorso pubblico: l’idea che per contrastare un’ideologia basti cancellarne le tracce. Un approccio che ricorda più un riflesso moralistico che una battaglia politica.
Ho passato l’infanzia in una casa dove sugli scaffali convivevano Il Capitale, Mein Kampf e i 78 giri con i discorsi di Mussolini. Non perché mio padre oscillasse tra marxismo, nazismo o fascismo, ma perché era un socialdemocratico curioso di tutto, convinto che la conoscenza servisse prima di tutto a capire, non a proteggersi. Il risultato non fu un ambiente ambiguo, ma un luogo dove si imparava a distinguere, smontare, criticare. Dove i libri erano strumenti, non testimonianze di adesione.
Per questo stupisce che proprio in nome dell’antifascismo si invochi la rimozione. È una forma di purismo che scivola facilmente nel moralismo e che replica lo stesso schema che ha animato i poteri totalitari del Novecento: decidere cosa si può leggere, cosa si può mostrare, cosa è lecito studiare. Fascismo, nazismo e stalinismo erano tutte ideologie accomunate dal voler tracciare i confini della cultura legittima, una costante dei regimi che temevano la cultura.
Escludere Passaggio al Bosco dalla fiera non significherebbe sconfiggere il fascismo, ma solo sottrarre ai cittadini la possibilità di riconoscere che cosa esso sia oggi. Se davvero quei testi rappresentano un pericolo, la risposta non può essere la censura, ma la critica. Chi li considera tossici dovrebbe discuterne, non farli sparire. Una democrazia si misura anche dalla robustezza del suo spazio culturale, dalla capacità di tollerare la presenza di ciò che contesta, dall’uso della parola come antidoto, non come filtro.
L’antifascismo non è un igienismo morale né un cordone sanitario editoriale. È un lavoro pubblico di argomentazione, di memoria e di confronto. E questo richiede libri, anche disturbanti, anche scomodi. Richiede la maturità di affrontare il proprio passato senza paura che la sola vista di un volume lo rimetta in circolo.
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Il signor Zero aveva boicottato (due anni fa, mi sembra) anche il Lucca-comics perché fra gli sponsorizzatori c’era anche Israele (mi si nota di più se vado o se non vado?). Sembra che il signor Zero sia specializzato nell’esclusione e nell’applicazione di etichette. Qualcuno dovrebbe informarlo che l’etichetta non qualifica l’etichettato, bensì l’etichettatore: è la sua firma.
(Daniela Martino)
La polemica scoppiata intorno a “Più Libri Più Liberi” ha agito, sui social italiani, come un potente catalizzatore di polarizzazione, incarnando perfettamente il “paradosso del controllo morale” che Lei ha descritto. Invece di funzionare da spazio di argomentazione sana – quella “robustezza democratica” di cui si parla tanto – la rete si è trasformata in un tribunale dell’igiene morale digitale. Esclusione anziché dibattito. Il confronto non si è mai concentrato sulla critica dei contenuti sgraditi, ma sull’esclusione sociale o sull’annientamento reputazionale dell’avversario. Il bersaglio non è più l’idea, bensì la persona. Molti utenti – soprattutto, ma non solo, le generazioni più giovani, che spesso scambiano il controllo morale per una forma di attivismo – hanno applicato la logica del ban o del silenziamento, comportandosi come una polizia morale digitale orizzontale. Si è cercato di “sterilizzare” il proprio feed da tutto ciò che irrita: bloccare, segnalare, denigrare. È un meccanismo che riproduce, su scala microscopica e decentralizzata, le logiche del controllo autoritario. Il punto cieco è lampante: all’interno del proprio gruppo ideologico (il “fandom” di riferimento) si tollera e si amplifica tranquillamente la propaganda più tossica, purché sia interna e manipolatoria; qualsiasi deviazione, anche minima, dal mainstream tribale viene invece aggredita con ferocia. In questa dinamica i social italiani non hanno amplificato le voci, come dovrebbe fare una piazza democratica, ma hanno funzionato da cassa di risonanza per bolle ideologiche sempre più impermeabili. La vicenda ha messo a nudo una società profondamente polarizzata, in cui la fragilità democratica emerge soprattutto nell’incapacità – particolarmente accentuata tra i nativi digitali, cresciuti nella logica binaria like/dislike – di tollerare e smontare criticamente la diversità di pensiero. Il risultato è un ambiente digitale che premia la tossicità dell’esclusione a danno della salute dell’argomentazione. Resto con una domanda: ha ancora senso investire sull’educazione alla “robustezza argomentativa” fin dalla scuola, o la deriva digitale ha già reso questo approccio irrimediabilmente ingenuo e tardivo?
Ha sempre senso, altrimenti cos’altro resta?
Mi scuso, la mia domanda era una provocazione voluta, un trucco retorico per sottolineare quanto sia fondamentale l’argomentazione, specialmente nell’era digitale. Non volevo dire che fosse inutile; al contrario, era un modo per svegliare l’attenzione sull’urgenza di investire nell’educazione a essa.
Un’argomentazione solida è indispensabile, non è un esercizio ingenuo; il vero problema è capire come insegnarla oggi. Contro la deriva digitale, secondo me, i vecchi metodi non bastano: l’insegnamento deve essere altrettanto incisivo e flessibile quanto le sfide che abbiamo di fronte.
Sono d’accordo. Fossimo in uno stato dichiarato di guerra, la proibizione della divulgazione di certi testi di propaganda nemica sarebbe appropriata, ma in una democrazia in stato di pace l’analisi e la critica di certi testi non deve essere esclusa a priori.
Una buona informazione ed educazione dovrebbero già prevenire pericoli di indottrinamento da certe ideologie e certi testi. Chiaramente, in teoria.
Comunque, per il tragico momento che stiamo vivendo dove indirettamente siamo coinvolti in un conflitto ai confini dell’Europa, dovrebbero essere invece la propaganda russa e relativi testi ad essere banditi da luoghi pubblici e mezzi di informazione; non solo in base al ragionamento di certi antifascisti a fasi alterne come mostrato nell’articolo, ma anche in base a quello che ho scritto all’inizio e cioè che siamo ormai in uno stato più o meno dichiarato di guerra da parte del nemico che si chiama Russia. Perché questo è, per chi vuole davvero capire e sentire.