5 pensieri su “Più Libri Più Liberi. Se l’antifascismo imita ciò che dice di combattere

  1. Il signor Zero aveva boicottato (due anni fa, mi sembra) anche il Lucca-comics perché fra gli sponsorizzatori c’era anche Israele (mi si nota di più se vado o se non vado?). Sembra che il signor Zero sia specializzato nell’esclusione e nell’applicazione di etichette. Qualcuno dovrebbe informarlo che l’etichetta non qualifica l’etichettato, bensì l’etichettatore: è la sua firma.

  2. (Daniela Martino)
    La polemica scoppiata intorno a “Più Libri Più Liberi” ha agito, sui social italiani, come un potente catalizzatore di polarizzazione, incarnando perfettamente il “paradosso del controllo morale” che Lei ha descritto. Invece di funzionare da spazio di argomentazione sana – quella “robustezza democratica” di cui si parla tanto – la rete si è trasformata in un tribunale dell’igiene morale digitale. Esclusione anziché dibattito. Il confronto non si è mai concentrato sulla critica dei contenuti sgraditi, ma sull’esclusione sociale o sull’annientamento reputazionale dell’avversario. Il bersaglio non è più l’idea, bensì la persona. Molti utenti – soprattutto, ma non solo, le generazioni più giovani, che spesso scambiano il controllo morale per una forma di attivismo – hanno applicato la logica del ban o del silenziamento, comportandosi come una polizia morale digitale orizzontale. Si è cercato di “sterilizzare” il proprio feed da tutto ciò che irrita: bloccare, segnalare, denigrare. È un meccanismo che riproduce, su scala microscopica e decentralizzata, le logiche del controllo autoritario. Il punto cieco è lampante: all’interno del proprio gruppo ideologico (il “fandom” di riferimento) si tollera e si amplifica tranquillamente la propaganda più tossica, purché sia interna e manipolatoria; qualsiasi deviazione, anche minima, dal mainstream tribale viene invece aggredita con ferocia. In questa dinamica i social italiani non hanno amplificato le voci, come dovrebbe fare una piazza democratica, ma hanno funzionato da cassa di risonanza per bolle ideologiche sempre più impermeabili. La vicenda ha messo a nudo una società profondamente polarizzata, in cui la fragilità democratica emerge soprattutto nell’incapacità – particolarmente accentuata tra i nativi digitali, cresciuti nella logica binaria like/dislike – di tollerare e smontare criticamente la diversità di pensiero. Il risultato è un ambiente digitale che premia la tossicità dell’esclusione a danno della salute dell’argomentazione. Resto con una domanda: ha ancora senso investire sull’educazione alla “robustezza argomentativa” fin dalla scuola, o la deriva digitale ha già reso questo approccio irrimediabilmente ingenuo e tardivo?

      1. Mi scuso, la mia domanda era una provocazione voluta, un trucco retorico per sottolineare quanto sia fondamentale l’argomentazione, specialmente nell’era digitale. Non volevo dire che fosse inutile; al contrario, era un modo per svegliare l’attenzione sull’urgenza di investire nell’educazione a essa.
        Un’argomentazione solida è indispensabile, non è un esercizio ingenuo; il vero problema è capire come insegnarla oggi. Contro la deriva digitale, secondo me, i vecchi metodi non bastano: l’insegnamento deve essere altrettanto incisivo e flessibile quanto le sfide che abbiamo di fronte.

  3. Sono d’accordo. Fossimo in uno stato dichiarato di guerra, la proibizione della divulgazione di certi testi di propaganda nemica sarebbe appropriata, ma in una democrazia in stato di pace l’analisi e la critica di certi testi non deve essere esclusa a priori.
    Una buona informazione ed educazione dovrebbero già prevenire pericoli di indottrinamento da certe ideologie e certi testi. Chiaramente, in teoria.
    Comunque, per il tragico momento che stiamo vivendo dove indirettamente siamo coinvolti in un conflitto ai confini dell’Europa, dovrebbero essere invece la propaganda russa e relativi testi ad essere banditi da luoghi pubblici e mezzi di informazione; non solo in base al ragionamento di certi antifascisti a fasi alterne come mostrato nell’articolo, ma anche in base a quello che ho scritto all’inizio e cioè che siamo ormai in uno stato più o meno dichiarato di guerra da parte del nemico che si chiama Russia. Perché questo è, per chi vuole davvero capire e sentire.

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