

Quante volte dovranno ripetercelo i russi che sono in guerra contro l’Europa prima che cominciamo a prenderli sul serio? Non bastano quattro anni di Vladimir Solovev che, nel suo talk-show di fanatici, elenca con dovizia di dettagli quale capitale europea verrà vaporizzata da un attacco nucleare. E non bastano neanche i deliri filosofici di Aleksandr Dugin, che da anni predica l’espansione dell’Eurasia fino al Portogallo (lo stesso che aveva descritto per filo e per segno tutto quello che la Russia ha fatto fino ad oggi – dalla Georgia all’Ucraina).
La tentazione, comodissima, è sempre la stessa: derubricare tutto a folklore tossico, a propaganda da talk-show, a estremismi da laboratorio. Come se Solovev fosse un clown isolato, Dugin un pensatore marginale.
Ma adesso, Sergey Karaganov come lo derubrichiamo? Perché lui non è un blogger esaltato o un troll su Telegram. È una figura di riferimento nella dottrina strategica russa, uno che negli ultimi anni ha sostenuto apertamente la necessità di considerare l’uso “preventivo” del nucleare come opzione coerente della politica estera russa.
Insomma, Karaganov è uno dei più influenti strateghi vicini al Cremlino, e lui ce l’ha detto senza giri di parole né metafore: «Siamo in guerra con l’Europa, non con l’Ucraina, e la guerra non finirà finché l’Europa non sarà sconfitta.»
La verità è che quel sentimento esiste, è radicato e non viene smentito nemmeno quando raggiunge un livello che dovrebbe provocare una crisi diplomatica. Ma siccome “non è ufficiale”, ci si aggrappa alla comoda finzione che non sia necessario prenderlo alla lettera. Si continua a spazzare la realtà sotto il tappeto – e, nel frattempo, si tollera perfino che un partito apertamente filorusso sieda nella maggioranza di governo come se nulla fosse.
Anzi, lo stesso Karaganov è stato per anni interlocutore privilegiato di Limes, contribuendo a consolidarne la reputazione come spazio aperto alla narrativa geopolitica di Mosca. Karaganov non si è limitato a scrivere: ha partecipato a eventi pubblici, incluso il Festival di Limes 2020, nel panel “Noi e la Russia” moderato da Dario Fabbri, discutendo apertamente la necessità per Mosca di contrapporsi all’Europa. In successive interviste curate da Orietta Moscatelli, ha ribadito posizioni estreme: dall’idea di uno scontro strutturale Russia-Europa alla dottrina del primo uso nucleare “preventivo” contro la NATO.
Ed è qui che il quadro diventa surreale. Mentre una potenza dichiara apertamente ostilità all’Europa, i suoi principali ideologi vengono trattati nello spazio pubblico italiano non come emissari di un progetto aggressivo, ma come rispettabili interlocutori da ascoltare con deferenza. Limes — con Lucio Caracciolo in testa – ha offerto per anni un palcoscenico privilegiato a questa impostazione, presentandola come “realismo geopolitico” anziché come ciò che è: una narrazione strategica perfettamente allineata all’interesse russo.
E questo palcoscenico, lungi dal restare confinato alle riviste specializzate, si è allargato ai talk show generalisti, dove gli stessi analisti siedono accanto a figure come Jeffrey Sachs, Alessandro Di Battista, Marco Travaglio, Alessandro Orsini e altri commentatori apertamente filorussi, spacciati al pubblico come “esperti super partes”.
Il risultato è che una potenza ostile riesce non solo a far entrare la propria propaganda nel dibattito occidentale, ma a trasformarla in una voce autorevole, normalizzata, integrata nei palinsesti televisivi come se si trattasse di un contributo scientifico e non di un’operazione di influenza. Una distorsione senza precedenti che rende ancora più evidente la vulnerabilità italiana.
Le parole di Karaganov non sono un’anomalia: sono solo un’altra tessera di un mosaico che da anni racconta lo stesso messaggio, sempre più esplicito. In questo contesto, la scelta dell’Unione Europea di far finalmente rispettare le proprie regole sui social media è un passo cruciale: limita gli strumenti con cui Russia e la nuova amministrazione Trump alimentano la loro guerra ibrida contro le democrazie europee. Ed era inevitabile che scatenasse l’ira dei russi e degli americani: l’Europa sta, per la prima volta, cercando di rallentare le interferenze che minano il suo spazio pubblico.
E qui arriviamo al paradosso dei paradossi: Elon Musk che tuona contro la “censura europea”, applaudito dai cosiddetti “democratici” russi… gli stessi che in Russia hanno bandito X, bloccato le VPN e incarcerato chi posta contenuti sgraditi al regime. In un mondo normale, verrebbe spontaneo chiedersi — parlando terra terra — se ci fanno o ci sono. E, soprattutto, se chi prende per oro colato questa narrazione sia ingenuo fino all’inverosimile o semplicemente in malafede quanto i propagandisti che applaude.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

La differenza tra noi e loro è la libertà. NON siamo in guerra, siamo in guerra fredda come dal 45 all’89. E in quel periodo i filosovietici parlarono liberamente in Occidente e sono convinto che fu tra le ragioni principali per cui vincemmo quella prima guerra fredda. Oggi siamo nella seconda e come allora vinceremo se manterremo la superiorità della democrazia sulla dittatura
Non c’è molto da dire, l’articolo chiarisce bene la situazione.
Era già anche abbastanza chiaro 15-20 anni fa quando salirono alla ribalta movimenti no-euro, sovranisti e complottisti vari (sorretti in parte magari da potenze straniere e attori ostili, senza il magari) sfruttando la libertà di pubblicazione su internet insieme ad ignoranza e pensiero anti-occidentale diffuso attraverso prima blog, forum e poi i social. Il tutto senza che le autorità intervenissero per arginare o comunque facendolo molto marginalmente, ostacolate da certi partiti facenti parte di coalizione di governo comunque utili (o anche da membri dei partiti importanti di maggioranza) o anche partiti di opposizione ma influenti.
Grazie Alessandra Libutti per la Sua sempre lucida analisi.