


Il mancato rinnovo di Cingolani accende il solito riflesso condizionato: geopolitica, complotti, burattinai. Ma dietro il caso si intravedono dinamiche molto più ordinarie — equilibri politici, relazioni interne, logiche da azionista — che raccontano più dell’Italia che del mondo.
Premessa d’obbligo e a scanso di equivoci. Roberto Cingolani è un manager che, come pochi, sa unire vision ed execution, che sa delineare punti di approdo innovativi, addirittura immaginifici, e insieme rilasciare quotidianamente risultati tangibili. I numeri di Leonardo, prima e dopo la sua cura, parlano per lui nell’inequivocabile, arido ma eloquente lessico dei bilanci.
Giunto alla scadenza del suo mandato, poteva quindi ritenersi normale e scontata la sua riconferma. Così non è stato, e così si era capito da settimane che non sarebbe stato. Cose che avvengono, come sa chiunque abbia l’insana attitudine ad appassionarsi a una delle più felpate, ipocrite e insieme violente partite di potere che si giochino nella politica italiana: quella per i vertici delle controllate di Stato.
Questa volta, però, in relazione al rinnovo dei vertici di Leonardo e alla sorte di Cingolani, si è scatenata una febbrile, e pure un po’ isterica, ridda di ipotesi. Il combinato disposto di un mainstream giornalistico ossessionato dalla mission di infilzare la premier Meloni e di un certo mondo social, in cui i metodi complottisti grillini e MAGA sono ormai stati assimilati dai loro avversari con il nefasto fideismo dei neofiti, ha prodotto il “caso Cingolani”.
Le dinamiche di cui sopra, del resto, hanno ormai trasformato il fascinoso e anticonformista richiamo della “Società degli apoti” prezzoliniana nel più vieto atteggiamento di gregge. Un tempo lo scetticismo di “coloro che non se la bevono” era un salutare vezzo di pochi; ora è quanto di più mainstream ci sia in circolazione.
E allora il mancato rinnovo di Cingolani diventa un piatto ricchissimo in cui affondare le fauci. Il tutto in chiave geopolitica, il nuovo Eldorado di tutti i complottismi. Lo schema prevede un “buono” ostacolato nella sua azione salvifica dai “cattivi” nell’ombra (che poi nell’ombra non riescono mai a starci, grazie ai nostri eroi del “disvelamento”).
Così Roberto Cingolani, da straordinario manager qual è, è stato quasi trasfigurato in una sorta di (ennesima) ultima frontiera resistenziale. Giusto la sua diabolica immagine di “uomo dell’industria delle armi” deve aver creato un minimo, imbarazzato freno nella sinistra pacifintista. Altrimenti c’era il concreto rischio che la guardia rossa a difesa della Costituzione, non ancora smobilitata dopo le glorie referendarie, si producesse nel numero “giù le mani dall’autonomia e dall’indipendenza di Cingolani”.
Quanto ai cattivi, il copione di questi tempi è più che scontato. La reductio ad hitlerum di Trump (per molti versi pessimo, ma certo non Hitler) conduce ormai molti, quando va bene, al neutralismo (sempre stretto parente dell’opportunismo) nel conflitto israelo-americano contro il regime dei tagliagole di Teheran.
Figurarsi dunque se non può adeguatamente giustificare la giubilazione di Cingolani. La tesi, come noto, è basata sul Michelangelo Dome, lo scudo missilistico annunciato da Cingolani poco tempo fa e che avrebbe indotto gli americani a chiederne la defenestrazione, al fine di stoppare un temuto affrancamento della difesa italiana dalle forniture USA.
L’ipotesi ha il vantaggio, per i nostri pistaroli “Limes style”, di avere una testata multipla (già che siamo in tema di armi): colpisci Trump, che è il minimo sindacale; colpisci Meloni, inchiodandola ancora una volta all’immagine di cameriera di Trump; colpisci, last but not least, il burattinaio di Trump.
Quella dei burattinai di Trump è una storia curiosa. Trump, siamo d’accordo, è cattivissimo di suo (“abominevole aspirante autocrate”, copyright by Giuliano Ferrara, che pure, come chi scrive, appoggia la guerra in Iran), ma a molti questo non basta. Trump ha di volta in volta un burattinaio più cattivo di lui. Il burattinaio è quello che tiene in mano la parte di Epstein files che inchioderebbe The Donald. Il problema è che questi Epstein files devono aver circolato più delle figurine Panini quando eravamo ragazzi. Ogni giorno, infatti, salta fuori un nuovo e diverso burattinaio di Trump. Ora, comunque, è il momento del burattinaio, cioè del super cattivo perfetto: l’ebreo Netanyahu.
Così su X qualcuno chiude il cerchio (chiudere il cerchio, al pari di unire i puntini, è uno skill ricercatissimo tra gli apoti contemporanei) in questi termini: “non si può nemmeno escludere per certo che il governo stia cedendo a pressioni israelian-trumpiane che sono invece visibili e certe”.
Ora, fior di esperti militari si stanno dedicando a evidenziare la consistenza fuffarola della pista Michelangelo Dome.
Quello che qui si vorrebbe evidenziare è come, nel nostro dibattito pubblico, il rasoio di Occam sia ormai stato smarrito in qualche cassetto nascosto e le spiegazioni più semplici e fattuali sembrino non avere più diritto di cittadinanza
Così, in questo caso, siamo sicuri che non ci si trovi in una banalissima e prosaica vicenda di lottizzazione e di spoil system all’italiana? Il ministro Crosetto, affettando un’ingenuità poco credibile, dichiara che “non è la politica che giudica un ad, ma i numeri e i mercati”.
Perfetto. Peccato solo che siamo in Italia. E in Italia, dove lo Stato è il principale azionista “aggregato” di Piazza Affari, proprio in virtù delle quote che detiene nelle controllate, l’azionista di riferimento di tali società è il governo pro tempore in carica. Quindi, ai fini delle nomine del top management, non basta essere bravi (e dobbiamo sperare sia sempre necessario e, per inciso, il sostituto di Cingolani, a detta di tutti, è un manager di grandissima qualità): occorre anche essere organici e disponibili.
Tanto più in una fase in cui, giusto o sbagliato che sia, la premier Meloni pare abbia deciso che sia necessario affrontare la lunghissima campagna elettorale in cui siamo già immersi stringendosi ai “propri”.
Può ben essere, allora, che Cingolani si sia considerato talmente padrone della materia da sacrificare i profili relazionali (che si dice non siano il suo forte) con l’azionista politico; può ben essere che, nel costruirsi indispensabili sponde politiche (gli angioletti politicamente asessuati, se esistono, di certo non stanno nelle controllate di Stato), non abbia dosato bene gli ingredienti (troppo Crosetto, troppo poco Fazzolari, dicono i rumors).
Ancora, può ben essere, come riporta Andrea Ducci sul Corriere della Sera, che la politica delle promozioni voluta da Cingolani abbia creato “innumerevoli dissonanze” in una società “dove tanti dirigenti e manager hanno una storica consuetudine con l’universo di Fratelli d’Italia”. Può ben essere, come racconta Carmelo Caruso sul Foglio, che “Cingolani paghi tutto quel potere concesso a Helga Cossu, direttrice generale di ben due Fondazioni, Leonardo e Ansaldo. Una, la Leonardo, venne tolta in malo modo a Luciano Violante”. La brillante ex conduttrice di Sky TG24 dirige altresì la comunicazione del gruppo e ricopre pure il ruolo di Chief Digital Identity.
Può ben essere, infine, come goccia che fa traboccare il vaso, che Cingolani, nello sbandierare con giustificato orgoglio il Michelangelo Dome, abbia sottovalutato che si trattava di materia altamente sensibile sotto il profilo delle relazioni internazionali.
In ogni caso, dinamiche normalissime, se vogliamo per certi aspetti arciitaliane, ma in realtà comuni anche al settore privato: alla fine neppure il manager più visionario, competente e apprezzato dai mercati può perdere di vista che l’azienda è degli azionisti che la controllano e ai quali deve rispondere.
Così come sarebbe salutare prendere atto che i complottismi geopolitici hanno il fascino dell’esotismo, ma il prosaico cortile di casa contiene spesso spiegazioni più convincenti.
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D’accordo su tutto, ma… dire “visione” e “esecuzione” pareva brutto?