
Ne I fratelli Karamazov, Dostoevskij introduce una narrazione nella narrazione quando, nel dialogo di Dmitri, il quale menziona ad Alyosha una conversazione avuta con Rakitin, emerge la frase: “‘Ma allora che ne sarà degli uomini?’ gli chiesi, ‘senza Dio e senza vita immortale? Tutto sarà permesso, potranno fare ciò che vogliono?’”. Dopo il 1880, data di pubblicazione, questo passo circolerà negli ambienti letterari e filosofici, riassunto nell’assioma: “Se Dio non esiste, allora tutto è permesso”. Della dichiarazione faranno uso da Wittgenstein, variandola, fino a Sartre, “Si Dieu n’existait pas, tout serait permis”, che la utilizzerà quale punto d’appoggio del suo “esistenzialismo ateo”.
Il dialogo dei Karamazov, con le sue tante nuances, indica anche la compossibilità di ogni orrore in una realtà ove viene fatalmente a mancare l’oggettività etica che, nella tradizione occidentale, era garantita dal summum bonum dei precetti divini. Affermando l’inconsequenzialità dell’agire umano, “questa o quella per me pari sono”, tutte le azioni diventano permesse nel contesto di un’ansia nichilista che tutto pervade ed invade. L’individuo si ritrae ed il nulla trionfa.
Dall’ecatombe della battaglia di Verdun, l’Holodomor e la Shoah, passando dai massacri delle Foibe all’eccidio delle Fosse Ardeatine o del 7 ottobre 2023, il moderno eleva l’orrore ed il nichilismo quali suoi primi staffieri. Dall’aprirsi del moderno è tutta una lunga ed intollerabile catena di sangue ed orrori gratuiti che, lentamente, hanno anche eroso, o svuotato, la coscienza morale dell’Occidente.
L’orrore ha ormai perso persino il nome ed è diventato una data, un punto nella cronologia di un calendario di abomini: 11 settembre, 7 ottobre e questo non solo per convenienza giornalistica, ma per assuefazione. Ancora fino a pochi anni addietro si parlava di “attentati palestinesi di Roma Fiumicino” (1973 e 1985), “attentato alla sinagoga di Roma” (1982), “dirottamento dell’Achille Lauro” o “attentato al Café de Paris di via Veneto” (1985), etc., oggi anche questi passerebbero per delle giornate di calendario.
Per alcuni le date sono più facili da memorizzare, ma in queste si perdono i volti, i nomi, e le vittime: dal cadavere del finanziere Antonio Zara, disteso sulla pista dell’aeroporto di Fiumicino, fino al piccolo Stefano Gaj Taché, di soli due anni, assassinato da “terroristi di origine palestinese” davanti alla sinagoga a Roma. Diventano un riferimento cronologico, come se la storia fosse una sola successione di orrori in cui si passa da un massacro ad un altro.
Oggi si riesce persino a celebrare gli orrori come se questi fossero altro da ciò che sono: si prova a guardare altrove per non riconoscere la negazione radicale di ciò che è umano. Troppi italiani, sull’onda di quella presunta informazione che “sul conflitto israelo-palestinese continua a oscillare tra cronaca emotiva e deformazione narrativa” (Fiamma Nirenstein), insieme a folle dementi ed inferocite da uno spaventoso nichilismo culturale ed esistenziale, si sono precipitati in strada, già dalla sera del 7 ottobre in poi, per urlare implicitamente: “Noi stiamo dalla parte dei carnefici e degli stupratori!” Questa macchia non può essere cassata o dimenticata.
Sugli striscioni, cartelli e slogan che hanno portato con sé blateravano di “resistenza” di un popolo inventato a tavolino mentre, in realtà, gli eventi dalla cui parte si sono schierati sono il massacro e gli stupri del Nova Festival, il rapimento e l’uccisione per strangolamento della famiglia Bibas, o l’assassinio del piccolo Ethan Kapshetar, di cinque anni, freddato con un colpo alla testa sparato a distanza ravvicinata nel giorno del suo compleanno, massacrato con i genitori e la sorella Aline di otto anni (il suo corpo è stato ritrovato una settimana dopo, mutilato, in un altro luogo). Questa è la “resistenza” per la quale gli “italiani brava gente” sono scesi in piazza, hanno tifato e pure regalato cittadinanze onorarie che disonorano le città che le conferiscono.
Si sono lietamente associati al lato più vergognoso della storia, quello del terrore e dell’orrore. In quest’inversione della realtà si manifesta la paradossalità di un’epoca in cui l’estraniamento da mente e coscienza arriva a far credere “morali” coloro i quali si schierano dal lato della mostruosità. In quest’abisso di delirio collettivo si producono anche finti alibi “morali”, perpetuando favole e cifre inventate da Hamas su fantasmagoriche perdite di civili a Gaza la cui popolazione viene innalzata al rango di una santità mai attribuita prima a nessun’altra popolazione al mondo, figuriamoci per gente che ha gioito e partecipato ad un massacro come quello del 7 ottobre, collaborato alla detenzione degli ostaggi e troppo altro ancora.
Gran parte della politica occidentale, però, lacrima dove non dovrebbe, ma ha occhi asciutti, orecchie sorde e cuore arido per il dolore delle vittime massacrate se israeliane. Il sacco della pietà è stato ancora una volta svuotato per assecondare i carnefici di Hamas. Tutto ciò è scandaloso e disgustoso, ma è anche il prodotto di campagne di disinformazione e di “menticidio”, direbbe Joost Merloo, ben coordinate in cui è come se qualcuno avesse spento il lumen intellectus di tanta gente che si palesa, poi, accecata ed inferocita online e nelle strade. Chi lo ha spento?
Dov’è l’indignazione del mondo cosiddetto civile quando tanto la calca nelle piazze quanto i mezzibusti nelle televisioni, i professorini nelle aule ed i pennivendoli nelle gazzette celebrano o celano l’orrore costruendovi sopra narrative ben temperate? Sembra quasi di esser tornati ai tempi bui dell’assassinio Matteotti in cui una parte del Paese si mise, senza remore, dalla parte dei sicari e del “tronfio babbeo” il quale confessò in Parlamento la responsabilità politica, morale e storica dell’accaduto senza pagarne, in quel momento, le conseguenze che arrivarono, indirette, solo vent’anni dopo a Dongo.
Se, nel 1925, Vittorio Emanuele III, la magistratura o la nazione avessero intrapreso la strada della giustizia e della razionalità etica avrebbero potuto por fine alla carriera del tiranno mentecatto che portò il Paese alla catastrofe. Coloro i quali sarebbero potuti scendere in strada per il motivo giusto, lo fecero per il motivo sbagliato, ossia a sostegno del fascismo. I risultati sono noti o dovrebbero esserlo.
Oriana Fallaci, nel suo ultimo libro prima che la malattia l’accompagnasse alla morte, notava: “Le folle oceaniche che imbottivano piazza Venezia ed Alexanderplatz non eran composte soltanto da fedelissimi, da picchiatori. Erano composte anche da ingenui o da scriteriati che credevan d’avere trovato la manna, o da pecore senza dignità”.

Porsi dal lato del delirio ha sempre un costo spaventosamente elevato: questa è, forse, quella lezione che, hegelianamente, le collettività si rifiutano di apprendere dalla storia.
La Fallaci aggiunge: “va da sé che il contributo maggiore [all’ascesa del nazifascismo] venne fornito dalle debolezze della democrazia, dalla cecità o dall’imbecillità degli uomini politici, dal cinismo dei governi europei”. Del resto, già prima dell’infausta caduta di Bisanzio, nel 1453, la chiesa di Roma e le Repubbliche marinare di Genova e Venezia erano più impegnate nelle loro beghe che non ad inviare rinforzi per difendere l’ultimo baluardo della civiltà d’Occidente. Un altro grande errore, tutto italiano, che la storia del mondo ha dovuto pagare con un’intollerabile somma di lutti successivi.
Ma oggi è ormai inutile provare a ricordare l’essenzialità della storia, soprattutto quando questa è preda degli “opinionisti” e dei revisionisti in cattedra i quali raccontano senza sosta favolette per inebetire più che per provare a far capire ed ammonire. Basti pensare alla pletora di testi fantasiosi sulla “storia” di Israele che, al momento, affollano i cataloghi delle case editrici rendendo quasi impossibile un orientamento razionale per il lettore: entrando in libreria la possibilità di incappare in del ciarpame pseudostorico, piuttosto che in un testo ponderato sul tema Israele, è ormai di uno a venti.
Quale ultima spes rimane la ragione la quale, però, subisce una grave rarefazione in un mondo soffocato dalla disinformazione e dalla trasformazione dell’alto in basso e del basso in alto.
La domanda possibile diventa qui: cosa si sta seppellendo oggi? “Pietà l’è morta”? Oppure il delirio che attanaglia il moderno è solo l’avvilente segno del tramonto dell’homo novus imprigionato in una galera telematica, “massaggiato” direbbe McLuhan, da quegli schermi che dovrebbe invece essere egli stesso a dominare?
Con un aforisma di Nicolás Gómez Dávila: possiamo ormai solo sperare nei pochi esseri umani di senso e coscienza rimasti, ossia quelli che mantengono la loro intelligenza ad una temperatura indipendente dalla temperatura dell’ambiente in cui vivono.
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