
Gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe ridisegnano l’equilibrio economico del conflitto, colpendo al cuore le entrate petrolifere di Mosca. Una risposta asimmetrica alla temporanea attenuazione delle sanzioni statunitensi, che trasforma il fronte energetico in leva strategica.
Secondo un’analisi di Reuters del 25 marzo, precedente all’ultimo attacco, circa il 40% della capacità di esportazione petrolifera russa risultava già compromessa. Oggi quella quota sfiora il 50%.
Come ci è arrivata l’Ucraina? Attraverso una sequenza di attacchi contro infrastrutture strategiche che ha progressivamente eroso il sistema energetico russo, trascinando Mosca nella più grave crisi petrolifera della sua storia recente.
Le compagnie petrolifere russe hanno avvertito i clienti della possibilità di dichiarare la forza maggiore sulle spedizioni attraverso i porti baltici di Primorsk e Ust-Luga. I due principali terminal di esportazione – da cui, fino a marzo, salpavano almeno due petroliere al giorno – sono stati colpiti da attacchi con droni per tre volte dall’inizio della settimana. Il porto di Primorsk, con una capacità di circa un milione di barili al giorno, ha sospeso le operazioni di carico il 22 marzo, dopo un incendio divampato nei serbatoi di stoccaggio.
Il 25 marzo i porti baltici sono stati nuovamente presi di mira, ma i danni più rilevanti si sono concentrati su Ust-Luga, snodo da circa 700.000 barili al giorno. Due giorni dopo, il 27 marzo, lo stesso terminal è stato colpito ancora, consolidando un quadro operativo ormai compromesso. La sequenza degli attacchi ha imposto la chiusura sia di Ust-Luga sia di Primorsk.
A Ust-Luga, la crisi ha rapidamente travalicato il piano industriale: sul terreno si sono registrate tensioni tra lavoratori portuali e autorità locali, con proteste legate all’assenza di adeguate misure di sicurezza, ai ritardi nei pagamenti e all’incertezza sulle tempistiche di riapertura. Il blocco dei terminal non ha soltanto interrotto il flusso del greggio: ha incrinato l’equilibrio operativo di uno dei principali corridoi energetici della Russia.
Il porto di Primorsk ha ripreso il trasbordo di petrolio il 26 marzo, ma continua a operare a capacità ridotta a causa dei danni subiti. Il porto di Ust-Luga, che esporta anche carbone e fertilizzanti, ha emesso un avviso ufficiale di sospensione delle spedizioni di petrolio senza specificare una data per la ripresa delle esportazioni.
“Questa è la minaccia più grave alle esportazioni russe di petrolio e prodotti petroliferi dall’inizio della guerra”, afferma l’analista del settore petrolifero e del gas Boris Aronstein. “La premeditazione, la portata e la precisione degli attacchi, così come la loro tempistica, hanno prodotto un effetto che personalmente non ricordo in oltre quattro anni di guerra”. Aronstein stima che fino al 50% delle esportazioni di petrolio via mare, pari a 3,5-4 milioni di barili al giorno, siano state colpite.
L’attacco con droni a Ust-Luga ha interrotto anche le operazioni del complesso del gas di Novatek, che trasforma il condensato di gas in nafta, kerosene e olio combustibile. Le esportazioni di nafta dalla raffineria sono state sospese e non si conosce la data di ripristino.
Secondo gli analisti dell’Institute for the Study of War, gli attacchi dei droni ucraini contro i porti baltici sono destinati a incidere in modo significativo sulle entrate petrolifere russe – una delle principali fonti di finanziamento dello sforzo bellico – attenuando al contempo gli effetti della temporanea sospensione di alcune sanzioni statunitensi.
Nella settimana precedente agli attacchi, le esportazioni avevano generato 2,45 miliardi di dollari, il livello più alto dall’aprile 2022. Rispetto alla fine di febbraio, le entrate erano cresciute del 120%, spinte dal rialzo del greggio Urals, che sul mercato indiano aveva superato per la prima volta i 120 dollari al barile. Un vantaggio che gli attacchi ucraini hanno di fatto annullato.
“Tra qualche giorno dovremo ridurre al minimo la raffinazione, e poi fermarla del tutto”, ha dichiarato a Reuters una fonte di una raffineria nella Russia europea. In questo quadro, il terminale di Ust-Luga rappresenta un nodo cruciale: con una capacità di circa 30 milioni di tonnellate annue, di cui 19 milioni di prodotti petroliferi pesanti, assorbe una quota significativa dei flussi in uscita.
Nel 2025 le consegne effettive di olio combustibile avevano raggiunto circa 18 milioni di tonnellate, oltre 14 delle quali provenienti dalle principali raffinerie della Russia europea.
La sospensione delle esportazioni attraverso Ust-Luga rischia quindi di forzare un ridimensionamento della produzione, a causa dell’impossibilità di smaltire i prodotti raffinati. A complicare ulteriormente il quadro, l’attacco con droni avrebbe danneggiato anche un cavalcavia ferroviario essenziale per lo scarico delle autocisterne, interrompendo una delle direttrici logistiche più sensibili dell’intero sistema.
Secondo gli operatori del settore, il danno alle infrastrutture di esportazione nel Baltico – che limita soprattutto l’uscita dell’olio combustibile – rappresenta oggi il problema maggiore per le raffinerie russe. “Benzina e gasolio trovano ancora sbocchi sul mercato interno; l’olio combustibile, invece, è un problema enorme”, sintetizza una fonte industriale.
Gli impianti collegati al terminale di Ust-Luga stanno quindi cercando rotte alternative per l’export, mentre avviano una razionalizzazione dei cicli produttivi, fino a ipotizzare riduzioni della capacità.
La frattura nella catena è evidente: raffinerie come Kinef, YANOS, la Moscow e la Ryazan sommano circa 55 milioni di tonnellate di capacità. Il mercato domestico assorbe quasi tutta la benzina e buona parte del gasolio, ma non l’eccesso di prodotti pesanti. È qui che la catena si inceppa: senza sbocchi per l’olio combustibile – e con il gasolio in surplus rispetto alla domanda interna – le raffinerie rischiano di essere costrette a rallentare, se non a fermarsi.
“Stiamo valutando altri porti verso cui reindirizzare rapidamente i prodotti raffinati. Nel frattempo dovremo ridurre la lavorazione e spingere al massimo la raffinazione secondaria”, ha dichiarato una fonte del settore.
Tuttavia, aggiunge, reindirizzare rapidamente i volumi di olio combustibile verso altri porti rimarrà comunque una sfida: nel nord-ovest non esistono terminali paragonabili per capacità a Ust-Luga, e le consegne verso porti remoti aumentano i tempi di rotazione delle autocisterne, richiedendo ulteriori vagoni ferroviari e una maggiore capacità di trasporto su rotaia.

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Tutto ciò a dispetto del supporto cheTrump – de facto – fornisce a Putin… e a dimostrazione che l’Ucraina ha una strategia, oltre ad aver sviluppato tecnologia e tattiche innovative nel settore dei droni. In solo pochi anni la guerra moderna ha cambiato ulteriormente connotati, vedi anche le difficoltà della blue navy a stelle e strisce nello stretto di Hormuz, di fatto bloccata dinanzi alla minaccia iraniana degli swarm (contrasto di una minaccia che al confronto satura a basso costo).