Sanzioni da Kyiv, Ungheria e Slovacchia rischiano la crisi energetica
Sono giorni complicati per Viktor Orbán: mentre il caldo spinge centinaia di vacanzieri sulle rive del lago Balaton – meta privilegiata per i cittadini delle “terre asciutte” dell’Europa centrale – il Premier magiaro riflette in una Budapest afosa sulle possibilità che una crisi energetica colpisca l’Ungheria nelle prossime settimane. Una situazione complicata dall’isolamento in cui il più longevo leader dell’Unione ha trascinato il suo Paese nell’ultimo decennio e che non risparmia neanche la Slovacchia, vicina tanto dal punto di vista geografico quanto da quello politico.
La decisione di Kyiv di inasprire le sanzioni contro il gigante petrolifero russo Lukoil è sfociata, per la prima volta dall’inizio dell’invasione, in un divieto al transito di combustibile liquido attraverso il territorio ucraino: «Non vediamo perché consentire a Mosca di guadagnare in questo modo se poi il denaro viene utilizzato per colpirci», ha commentato a Politico la parlamentare dell’opposizione filo-europea Inna Sovsun, influente membro della Commissione per l’energia della Camera: «Aspettiamo da oltre due anni che Bruxelles e il G7 prendano provvedimenti concreti», ha proseguito la donna nel motivare la necessità di rompere gli indugi.
A essere interessato dalla misura è in particolar modo l’oleodotto Druzhba (detto anche “dell’amicizia”), già al centro dell’attenzione dei legislatori comunitari. Difatti, quando nel 2022 Palazzo Berlaymont impose un embargo sulle importazioni di petrolio russo, fu consentita l’esenzione delle forniture che arrivavano proprio da questa infrastruttura per dare modo ai Paesi più esposti – Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca – di trovare una soluzione nel più breve tempo possibile.
Al contrario di Praga, Budapest e Bratislava non hanno scelto soltanto di consolidare i legami energetici con il Cremlino ma ne hanno anche fatto una questione politica, tentando di ritagliarsi un ruolo da mediatori in potenziali trattative che incontrano soltanto il favore dei russi, sostenendone gli interessi. Forte della Presidenza di turno del Consiglio dell’UE, Orbán si è impegnato negli scorsi giorni in un controverso tour diplomatico che l’ha portato, oltre che nelle capitali coinvolte, anche a Pechino e a Mar-a-Lago, palesando il ruolo che un eventuale ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump potrebbe avere nei negoziati. Un’iniziativa in netto contrasto con la linea adottata, tra difficoltà e distinguo, dalle autorità europee – che le hanno negato l’imprimatur – e che traballa ora che il vantaggio del tycoon nei sondaggi si è ridotto con l’arrivo di Kamala Harris.
Il Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó e il collega slovacco Juraj Blanár hanno annunciato l’avvio di un “processo di consultazione” con Bruxelles. Tuttavia, visti i precedenti, è difficile che le lamentele possano essere ascoltate da partner sempre più lontani, che hanno oltretutto disconosciuto l’organizzazione – inizialmente destinata a Budapest – del meeting informale Esteri-Difesa “Gymnich”. Il gruppo petrolifero ungherese MOL e la sua controllata slovacca Slovnaft rischiano così di restare senza fornitori, costringendo la società a cercare nuovi interlocutori (Rosneft in pole). Il Primo Ministro slovacco Robert Fico ha affermato, in un colloquio telefonico con l’omologo ucraino Denys Shmyhal, che Bratislava non desidera «essere un ostaggio delle relazioni russo-ucraine», ma intanto deve cominciare a studiare contromisure: l’incremento dei prezzi e il pericolo di interruzioni prolungate potrebbe costringere gli esecutivi dei due Paesi a ricorrere alle riserve strategiche di emergenza.
Pubblicato sul quotidiano “La Ragione” il 27 luglio 2024, con il titolo “La necessità di avere più petrolio”.
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Dalla serie..chi la fa, l’aspetti!!
il minimo che deve succedere loro. Ma dico proprio il minimo. E’ ora di finirla con la mina vagante ORBAN in Europa !