

If we look at what’s happening in the Middle East now or in Ukraine, all sorts of places around the world where there’s still violence and brutality, to walk around with a bunch of flowers, preaching forgiveness seems trite and pathetic, maybe. But in the long run, I think people have to find a way. “Peace only happens when you respect the rights of others” is a quote from the Peace University in Costa Rica and I think that’s a really important message for me and for my life. You either belong to that hurt or you free yourself and forgiveness is clearly a super-effective way of freeing yourself.
Peter Gabriel

È arrivato novembre, le giornate si accorciano in fretta con il ritorno dell’ora solare, torniamo presto la sera all’ovile, oggi insieme ad un artista che di pecore deve averne incrociate vista la casa ed i lunghi soggiorni in Sardegna. Siamo tra le braccia sonore di Peter Gabriel, leader indiscusso dei migliori Genesis e mente della band, ma qui ci interessa come solista. Tante belle cose ha prodotto la stagione del progressive, molte di rara raffinatezza musicale, ma indubbiamente ad un certo punto si è trasformato in una gabbia barocca.
Le menti più raffinate, come appunto il nostro lo hanno compreso con rapidità, non smettendo mai di prendere le distanze dal manierismo e non dimenticando mai di avventurarsi nella sperimentazione con la curiosità di un bambino alla ricerca di sonorità nuove. Bambino che traspare ancora dal volto anziano del Peter Gabriel odierno. Elettronica, eclettismo, pop, rock, etnica con la sua Real World chisseneimporta dei generi! L’uomo giusto per la nostra rubrica.
Parlare di lui e ascoltare le sue canzoni è anche un modo per stigmatizzare l’odio che allaga l’orizzonte odierno, per dirvi qualcosa attraverso la musica. L’idea ossessiva di un nemico, così cara all’homo sapiens, è ormai un veleno che ci viene propinato con continuità e il nostro corpo sociale dà seri segni di sofferenza. Si spinge la contrapposizione, l’invidia sociale, la frammentazione e purtroppo anche fuori dall’Occidente si promuove l’idea che a nostra volta noi stessi siamo dei nemici da annientare.
Per capire in che modo Gabriel ci parli di odio andiamo a riscoprire una canzone dal suo secondo album intitolata “Mother of Violence”. Il brano si apre con un’immagine tanto gentile quanto inquietante: una figura femminile che cammina a piedi nudi per strada, «so full of rhythm but I can’t find the beat». In questo contrasto tra “ritmo” e incapacità del protagonista di trovarne il passo, Gabriel evoca un senso di disorientamento — e lei” la «mother of violence», è in realtà la personificazione della paura (“Fear, fear — she’s the mother of violence”). Gabriel stesso ha ammesso che la canzone nacque in un giorno in cui si sentiva giù di morale, guardava la televisione e rifletteva sull’effetto della paura che “esposta dai mezzi d’informazione” si amplifica. Così la paura diventa radice della violenza — non una violenza fisica diretta, ma un’insidia sottile che si insinua nella mente, nel respiro che si fa più difficile («It’s getting hard to breathe, it’s getting so hard to believe») e nella fiducia che vacilla («to believe in anything at all»).
“Mother of Violence” non è semplicemente un brano sulla violenza esteriore, ma una riflessione sul modo in cui la paura, il senso di impotenza, l’esposizione costante a immagini e notizie, possono generare una condizione in cui la violenza — mentale, emotiva, sociale — trova terreno fertile. Ecco perché Gabriel definì la canzone anche come: “I thought of myself as an optimist with pessimistic tendencies” in relazione alla scrittura del brano.
“Mother of violence” è una canzone del 1978, profeticamente attuale dopo 47 anni. I grandi artisti non si perdono nell’immanente, ma appunto grazie all’arte penetrano i fondamenti ed oggi siamo all’esplicitarsi di quel processo che dalla paura, alimenta l’odio attraverso i media. Una miscela divisiva, in cui ci trasformiamo in monadi ringhianti. Le iene.
Peter Gabriel ha sempre visto la musica come uno strumento potente per sensibilizzare e stimolare la riflessione, più che come un mezzo diretto di azione politica. In interviste ha sottolineato che «non possiamo cambiare il mondo così direttamente come molti pensavano fosse possibile; quello che possiamo fare è fornire informazioni e poi lasciare che le persone prendano le loro decisioni». Questo approccio si riflette nella sua produzione artistica, come nella celebre “Biko”, che racconta la morte dell’attivista sudafricano Steve Biko, seminando commozione e consapevolezza senza sostituirsi all’impegno politico concreto.
Gabriel riconosce però anche un limite: l’artista rischia di apparire “predicatore” se esagera nel messaggio politico, e per questo cerca un equilibrio tra musica strumentale, testi esistenziali e contenuti impegnati. In generale, per il nostro musicista la musica non è mai propaganda quanto strumento di empatia e coscienza sociale, capace di illuminare ingiustizie, generare dialogo e far emergere la necessità del rispetto e dei diritti umani, senza mai promettere soluzioni immediate.
Anche il narcisismo così alla ribalta nel panorama politico odierno è oggetto dell’esplorazione artistica di Peter Gabriel ed è innegabile che Big Time sia una messa in scena farsesca e sarcastica di questa inclinazione dell’animo umano, così infettiva e diffusa tra le leadership politiche dei giorni nostri, che sono, piaccia o meno, uno specchio anche delle devianze dei comuni cittadini come noi.
La parola “politica” deriva dal greco antico e significa letteralmente “arte, abilità o scienza dei cittadini” o “relativa alla polis”. La polis era la città-stato greca, l’unità fondamentale della vita civica e sociale nell’antica Grecia e l’arte era parte integrante e costitutiva dell’identità su cui si edificava la polis. Da questo punto di vista anche l’arte è politica, sia quando ci si accosta tematicamente, pensiamo appunto a un brano come “Biko”, sia quando fa scelte prettamente artistiche, come la scoperta di musiche altre. L’alterità ed il confronto con lo sconosciuto, l’incontro con l’altro, è il perno sia di una coesistenza pacifica, sia della guerra e del dilagare dell’odio.
Gli anni da solista di Peter Gabriel sono anche anni di viaggi ed esperienze nuove, Il musicista inglese si interessa di musica non occidentale e decide di creare un’etichetta, la Real World e crea degli studi di registrazione per registrare e promuovere artisti da ogni angolo del pianeta. Un gesto indubbiamente politico nel senso più nobile del termine, che apre le porte a sonorità del tutto sconosciute al grande pubblico. Grazie anche alla Real World si inizierà ad ascoltare in Occidente la world music con voci e strumenti prima sconosciuti. Il primo disco del nostro uomo per la Real World è la colonna sonora del controverso film di Martin Scorsese “L’ultima tentazione di Cristo” dove la fusione tra linguaggi diversi e lontanissimi geograficamete ed artisticamente raggiunge risultati sorprendenti, come in questa bella composizione intitolata Zaar.
Alla fine della fiera con un artista così complesso e stratificato, abbiamo tralasciato l’essenziale e ci siamo abbandonati ad un aspetto periferico, lasciando da parte le collaborazioni blasonate con Fripp nel primo e nel secondo disco come solista o con Kate Bush a più riprese e con molti altri.
Non disperate, le chiacchiere sono all’epilogo, troverete l’autentico Peter Gabriel nella playlist che ho cucinato per la vostra gioia sonora. Arriviamo, per concludere a questi ultimi anni facendo grandi salti e ad un bel disco di cover per orchesta dove Gabriel propone dei grandi classici del pop, del rock e della new wave a testimoniare la sua grande apertura mentale. “Scratch my back” contiene belle versioni di brani celebri e per noi orfani di Bowie è d’obbligo proporvi per chiudere la sua interpretazione di Heroes. D’obbligo, ma non scontato…. L’unica cover di Heroes che ascolto e riascolto è appunto solo quella di Peter Gabriel, le altre dopo poche battute mi imbarazzano. Per voi la versione dal vivo all’Arena di Verona, perché il nostro, anche da anziano è un animale da palco di rara intensità. Un uomo che sente il proprio tempo e continua a raccontarlo. Umano, troppo umano.
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