

In questi giorni si discute molto di Siria: argomento ricorrente a seconda dei flussi e dei riflussi, di chi vince e di chi perde, di chi massacra e di chi viene massacrato, ogni volta lasciandosi trasportare dall’emozione del momento e quasi mai sulla base di considerazioni utilitaristiche, vale a dire di ciò che converrebbe esattamente all’Occidente in questo preciso momento storico.
Partiamo da un presupposto.
L’invasione dell’Ucraina ed il risorgere della Russia come potenza imperialista ed aggressiva ha posto le democrazie occidentali, per la prima volta dopo il 1939, di fronte ad una minaccia esistenziale, laddove per esistenziale si intende la sopravvivenza del sistema democratico in quanto tale e la sua sostituzione con qualcosa di radicalmente diverso ed irriconoscibile.
Non c’è più dubbio infatti, che il progetto del Cremlino prevedesse la completa belorussizzazione dell’Ucraina come primo passo per il ripristino di una Russia imperiale alle frontiere del 1991, compresa la neutralizzazione, a mo’ di cuscinetto con la NATO, degli ex-paesi del Patto di Varsavia, ora parti integranti del sistema occidentale.
Tale progetto, che avrebbe consegnato Putin alla storia dei grandi tiranni edificatori della potenza russa, tra Ivan IV e Stalin, è stato temporaneamente bloccato dalla resistenza ucraina, ma vi sono pochi dubbi sul fatto che potrebbe essere facilmente rilanciato, alla prima occasione, da una Russia oramai riconfigurata in modalità “guerra aperta” contro “l’Occidente collettivo”.
Spetta quindi all’Occidente, vista la palese postura aggressiva del Cremlino, attrezzarsi per neutralizzare definitivamente la minaccia russa: per quella che è attualmente e soprattutto per come potrebbe riproporsi entro un arco temporale compreso, secondo varie stime, tra i tre ed i 7-8 anni.
Neutralizzare la minaccia russa non significa necessariamente dover combattere una guerra aperta. Anzi, l’obiettivo primario rimane quello di allontanare la guerra dall’Europa, in primo luogo attraverso una solida politica di deterrenza, che convinca il Cremlino a più miti consigli. Quindi, da parte dell’Occidente, significa avviare una politica di massiccio riarmo e di consolidamento delle alleanze eurpee intra-NATO.
In secondo luogo occorre che la Russia venga costantemente indebolita e dissanguata, sfruttando ogni occasione offerta dai mutevoli scenari geopolitici globali. Il Medio Oriente è uno di questi scenari.
Da almeno 10 anni Putin ha intessuto una complessa tela di rapporti in Medio Oriente, scegliendo l’Iran come partner privilegiato e favorendone l’espansione politica e militare (anche grazie a gravi errori da parte occidentale) nella cosiddetta “mezzaluna sciita”: vale a dire quella larga fascia di territorio comprendente la parte centro-meridionale dell’Iraq, la Siria ed il Libano: stati falliti dominati da milizie sciite filoiraniane agenti in funzione di proxies di Teheran; tra questi rientrano Hezbollah, gli alawiti siriani, diversi gruppi sciiti iracheni e gli isolati Houti nello Yemen; più laterale la posizione di Hamas, di fede sunnita ma politicamente appoggiata da Teheran con reciproci vantaggi.

Tessitore di questa rete di alleanze ed appoggi è stato il defunto generale iraniano Quasem Soleimani, eliminato da un missile USA nel 2020 e considerato colui che ha salvato dal crollo il regime di Assad, garantendogli il supporto di migliaia di miliziani sciiti iracheni, afghani, hezbollah e pasdaran, oltre a mercenari wagneriti inviati da Mosca: una forza che, con il supporto di fuoco russo (dal 2015), lo spregiudicato utilizzo di armi chimiche e la pulizia etnica di intere aree sunnite a beneficio degli alleati sciiti, ha consentito ad Assad di mantenere il potere ed alla Siria di rimanere stabilmente nell’orbita di Mosca.

L’intervento in Siria ha quindi garantito a Putin un notevole ritorno politico e di immagine, comprese le opinioni pubbliche occidentali, frastornate da una improvvisa ed imprevista esplosione di attentati ISIS in Europa, inaugurati dal Bataclan casualmente poche settimane dopo l’inizio dell’intervento russo in Siria.
Pensiamoci. Nel settembre 2015 Mosca inizia il suo intervento in Siria e guarda caso due mesi più tardi, in novembre, l’ISIS colpisce per la prima volta in Europa con la strage del Bataclan e poi le altre a seguire. Non colpisce Mosca, che ha i suoi soldati in Siria, ma Parigi; non Mosca, ma Bruxelles; non Mosca, ma Berlino, Nizza, Manchester che non hanno soldati in Siria.
La Russia non viene MAI sfiorata dall’ISIS. Che strano.
Quella stessa Russia che dal 2014 si trovava sottoposta a (blande) sanzioni per la Crimea e che dal Bataclan in poi si autopromuove (guarda caso) come unica potenza in grado di combattere l’ISIS, salvo nella realtà colpire i ribelli moderati lasciando gli jihadisti indisturbati: con gli occidentali (complice un confuso Obama, assai ondivago sulla Siria) che ingoiano amo, esca e canna e di fatto riammettono la Russia nel consesso internazionale dimenticando la Crimea, tra abbracci, gas e scurdammoce o passato.
Davvero provvidenziale questo ISIS, che pur essendo combattuto (teoricamente) da Mosca, Damasco e Teheran, sceglie invece di colpire gli occidentali, facendo a Mosca un enorme favore strategico.
Quell’ISIS che dopo essersi infiltrato in Siria nel 2013 ed avere vivacchiato per alcuni anni tra faide con Al Qaeda e scissioni di Al Nusra, riceve improvvisamente un provvidenziale boost dalle amnistie di Assad burattino di Mosca, che liberano dalle galere del regime migliaia di fanatici, poi in gran parte confluiti nelle file dell’ISIS.
Generoso Assad: che non pago di avere fornito manovalanza all’ISIS dalle patrie galere, offre agli jihadisti anche il proprio territorio, scegliendo di NON difendere la Siria centro-orientale e lasciandola gentilmente nelle mani del Califfato, contro cui combatte a fierissime parole: il quale Califfato, per sdebitarsi di tanto affetto, lo ricambia con il petrolio dei pozzi di Deir el Zoar, monetizzato in parte nelle tasche dei sicofanti di Assad ed in parte in quelle dei servizi di Erdogan.

E tutto questo amorevole scambio di inconfessabili favori tra ruSSia, Siria e Isis avviene con le prime due formalmente in guerra con la terza e con la terza che invece attacca gli Occidentali, i quali si bevono ovviamente la commedia ben sollevati dal non dovere mandare in Siria i propri boots.
Duemila anni fa nella Medea, Seneca si chiedeva: cui prodest?
Ebbene in questo caso la risposta è semplice; non all’Occidente, costretto ad abbandonare i propri proxies in Siria; non agli USA relegata nel deserto oltre-Eufrate a dar la caccia ai fantasmi di Daesh; non all’Europa, stuprata dai burattini dell’ISIS e sedotta dai burattinai del Cremlino; non ai sunniti siriani, maggioranza oppressa dalla minoranza sciita.
Ma a Mosca. A Teheran. A Damasco. Anche ad Ankara del mercante di tappeti Erdogan, pronto a vendere tutto a tutti. Ecco a chi ha giovato.
Pensare che nelle manovre dell’ISIS in Siria non vi sia stato lo zampino del Cremlino significa non voler vedere la logica nascosta dietro la grande sceneggiata messa in piedi da Mosca ad uso e consumo dei gonzi europei terrorizzati dal terrore dei barbuti in ciabatte.
Che poi parliamoci chiaro. Né l’ISIS, né Al Qaeda hanno mai rappresentato un pericolo esistenziale per le società occidentali. Un pericolo si, senza dubbio. Esistenziale no, senza alcun dubbio.
Mai, in nessun momento, nemmeno nei giorni più cupi degli attentati in Europa e del dilagare pilotato di Daesh nel Siraq, i barbuti ciabattati hanno avuto la forza e la possibilità di sovvertire e distruggere le società occidentali imponendoci la Sharia.
Questo deve essere ben chiaro.
La paventata colonizzazione dell’Occidente da parte degli islamisti radicali non avverrà con le autobombe e i proclami di Guerra Santa di qualche esaltato col Corano in mano, bensì attraverso la pavidità delle democrazie, le fesserie woke, i sensi di colpa indotti da noi stessi, la nostra rinuncia a difenderci, la nostra pervicacia nel tollerare gli intolleranti, il nostro autolesionismo nel considerare eretico l’uso delle armi per difendere quei valori a suo tempo conquistati con l’uso delle armi.
Per tutto questo la colonizzazione avverrà, se avverrà, per colpe solo nostre, non per capacità loro: perché l’islamismo armato potrebbe anche avere le velleità di provarci, ma mai disporrà della forza sufficiente a riuscire nell’impresa.
Ecco perché non ritengo l’islamismo armato una minaccia esistenziale per l’Occidente a differenza della Russia che invece dispone, e lo ha dimostrato in Ucraina e non solo, sia delle capacità, sia della forza, sia della lucida follia per osare l’inosabile: ragione per la quale considero auspicabile qualsiasi indebolimento della Russia da parte di chicchessia.
Sottrarre la Siria alla Russia è uno dei modi per indebolire il Cremlino. E se per arrivare a questo risultato toccherà lasciar fare agli islamisti in ciabatte, ebbene ben vengano, visto che sperare nel contrario non porterebbe alcun vantaggio all’Occidente.
A brigante, brigante e mezzo.

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oooh! finalmente una analisi lucida e attenta e poco romantica della situazione in Medio Oriente e dei suoi riflessi ed implicazioni in Europa. Portato a studiare tale situazione per questione personale già a partire da 18 anni fa (ebbi in casa per anni gente scappata dopo l’omicidio di Hariri e la stolta guerra del 2006) , ed avendo girato quasi tutti quei Paesi, nel mio piccolo concordo e confermo punto per punto.
Scrissi 11 anni fa e ancora vale: https://pensieri-eretici.blogspot.com/2013/09/di-nuovo-sulla-crisi-in-siria.html