

Viviamo in un tempo in cui il sol dell’avvenire sarà sempre più digitale e non scalderà tutti allo stesso modo. E il futuro sarà sempre più plasmato dalle “macchine che obbediscono ai bit senza peso”, come scriveva profeticamente nel 1985 Italo Calvino nella prima delle sue “Lezioni americane”.
Nei discorsi della sinistra politica e sindacale abbondano le denunce del crescente divario tra chi ha e chi non ha, ma scarseggiano le proposte per ridurre il divario forse più iniquo e regressivo di tutti: il digital divide, appunto, e più in generale quello tra chi sa e chi non sa. Eppure quest’ultimo, in fondo, è alla radice delle stesse diseguaglianze sociali, delle diverse opportunità di lavoro, dei diversi valori di riferimento della vita individuale e collettiva.
Senza disconoscere gli indubbi meriti dell’istruzione di massa, la cultura, intesa come allenamento dello spirito critico, resta un privilegio per pochi. E spesso le élite ristrette che lo detengono nell’èra dell’impostura (copyright di Umberto Eco) lo usano per il suo contrario, cioè per narcotizzarlo con lo stupefacente della menzogna.
Chi naviga nella Rete, ma non rinuncia a pensare con la propria testa, non può che essere fortemente preoccupato da una lotta politica condotta a suon di fake news. Non per caso l’Italia è il paese più esposto alla propaganda del Cremlino. Il paese in cui ci sono due partiti -uno nella maggioranza, l’altro nell’opposizione- che fungono da suoi nemmeno tanto timidi portavoce (ciascuno con i propri spudoratamente servili opinionisti).
Ma chi lo spiega ai nostri giovani, consumatori compulsivi di tablet, che la politica ha bisogno di conoscere la storia, perché la politica senza la storia -diceva Alessandro Manzoni- è come un cieco senza una guida che gli indichi la via?
La dura verità è che siamo ancora un paese di “ignoranti” (nel senso di “coloro che ignorano”, affinché non si offenda nessuno). Siamo il paese dell’area Ocse con il più alto tasso di analfabetismo di ritorno (dopo la Turchia). Siamo il paese, secondo un sondaggio SWG di aprile 2023), nel quale il 15 per cento degli italiani è terrapiattista; il 17 per cento sostiene che “l’Olocausto non è mai avvenuto”; il 18 per cento è certo che “i Rettiliani sono tra noi, hanno le sembianze di alcuni esponenti politici e governano il mondo”.
Non basta. Il 25 per cento è convinto che “i vaccini sono un metodo di controllo di massa attraverso il 5G”. Il 29 per cento che “lo sbarco sulla Luna non è mai avvenuto e le foto sono state realizzate in un set cinematografico”. Il 32 per cento che “l’attentato delle Torri Gemelle è stato organizzato dagli Stati Uniti”. Il 42 per cento ritiene che “il Covid-19 e altri virus sono stati creati in laboratorio per favorire le case farmaceutiche”. Dulcis in fundo: per il 60 per cento degli intervistati “un’élite di poteri forti controlla il mondo”.
Concludo con una nota di pessimismo. D’altronde, come diceva Giovanni Sartori, il pessimismo è pericoloso solo se induce alla resa; altrimenti il male lo fanno l’ottimismo e il tranquillismo che inducono a non far niente. Come tutti i sondaggi, queste percentuali possono avere margini di errore anche apprezzabili. Ma l’Istituto che le ha stimate gode di buona reputazione. E sospetto che se lo stesso sondaggio fosse ripetuto oggi, a due anni esatti di distanza, i risultati potrebbero essere perfino più avvilenti.
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