


Venticinque anni dopo, l’11 settembre continua a interrogare un Occidente che ha visto tornare la storia, ha scoperto la capacità del fanatismo di attecchire nella vita ordinaria e ha rapidamente trasformato la solidarietà verso le vittime in un processo all’aggredito. Una dinamica riemersa, ancora più velocemente, dopo il pogrom del 7 ottobre.
Un anniversario lungo venticinque anni rischia di trasformarsi in un rito: le immagini delle Torri, i racconti di dove ci trovavamo, il minuto di silenzio, la formula inevitabile sul mondo cambiato per sempre.
Ma l’11 settembre non appartiene soltanto alla memoria. Continua a vivere nelle domande che l’Occidente non ha risolto e nei meccanismi politici, culturali e psicologici che allora si manifestarono con una violenza improvvisa.
Quel giorno terminò bruscamente l’illusione di un ordine internazionale ormai pacificato dalla vittoria delle democrazie liberali. La storia non era finita: tornava sotto la forma di un fanatismo nel quale la morte non costituiva il prezzo da pagare per raggiungere un obiettivo, ma diventava essa stessa il fondamento dell’azione politica.
Il terrorismo jihadista non rappresentava semplicemente un nemico militarmente più debole e tecnologicamente arretrato. Introduceva una guerra asimmetrica, combattuta contro società incapaci persino di concepire una volontà di distruzione disposta a sacrificare insieme assassini e vittime.
Sarebbe però rassicurante confinare quella pulsione nei campi di addestramento, nelle moschee radicali o nelle organizzazioni terroristiche. Il fanatismo possiede anche una dimensione quotidiana e apparentemente innocua.
Può cominciare in un salotto, davanti alla televisione, quando la morte di migliaia di persone viene accolta come una punizione meritata. Può insinuarsi nella mente di persone colte e integrate attraverso il complottismo, la divisione del mondo in colpevoli assoluti e vittime senza responsabilità, la ricerca di una spiegazione unica capace di resistere a qualsiasi prova contraria.
La radicalizzazione comincia quando gli individui scompaiono e al loro posto restano categorie da assolvere o condannare. Non riguarda una sola religione o una sola cultura: è una possibilità umana, alimentata da narrazioni abbastanza potenti da trasformare il rancore in certezza morale.
Dopo l’attacco emerse anche un’altra fragilità. La solidarietà verso gli Stati Uniti durò pochissimo. Quasi immediatamente, una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale spostò l’attenzione dalle vittime alle responsabilità dell’aggredito. Il dibattito non riguardò più soltanto chi avesse colpito e perché, ma quanto l’America avesse provocato la propria tragedia, quali colpe rendessero comprensibile l’odio e quali limiti dovessero essere imposti alla sua reazione.
La stessa sequenza si è ripresentata dopo il 7 ottobre, ma con tempi ancora più rapidi. La solidarietà verso Israele è stata accompagnata fin dalle prime ore dalla richiesta di contestualizzare il massacro e dai moniti contro una risposta giudicata in anticipo eccessiva. L’aggredito è tornato sul banco degli imputati mentre i terroristi potevano contare sull’uso dei civili come scudi e sulla disponibilità dell’Occidente a leggere la guerra attraverso la loro narrazione.
Ma questo numero monografico di InOltre non nasce per celebrare una ricorrenza. Prova a capire ciò che, di quel giorno, non è mai davvero passato: il ritorno del nichilismo, la facilità con cui una mente può chiudersi dentro una visione impermeabile alla realtà e la tentazione occidentale di considerare la propria difesa moralmente più sospetta dell’aggressione subita.
Di questo parleranno oggi le riflessioni di Giulio Massa, Carmelo Palma e Alessandro Tedesco.
A venticinque anni da Ground Zero, la domanda non è soltanto che cosa sia cambiato. È se l’Occidente abbia finalmente compreso ciò che lo minaccia e se conservi ancora la volontà di difendere sé stesso.
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Chi ieri ha celebrato, giustificato o relativizzato l’attacco dell’11 settembre 2001 condivide la stessa matrice ideologica di chi oggi scandisce lo slogan Globalize Intifada. In entrambi i casi assistiamo al medesimo meccanismo descritto nell’articolo, ossia la legittimazione della violenza politica e l’estensione del fanatismo su scala globale.