
Partiamo da un dato di fatto: Putin non ha vinto la guerra d’Ucraina, non secondo quelli che erano i suoi piani iniziali che prevedevano l’eliminazione di Zelensky e del suo governo, la belorussizzazione del paese e l’annessione di una vasta fascia di territorio denominato Novorossiya da Kharkiv a Odesa al confine romeno sul delta del Danubio, Transnistria compresa, per ridurre la Moldavia a paese vassallo.

È possibile, forse anche probabile che il prossimo futuro ci riservi una specie di tregua per congelamento della linea del fronte sulle posizioni raggiunte al momento della stipula, comprendenti una parte significativa della Novorossiya priva però di tutti i capoluoghi di oblast tra cui i bocconi più succulenti, ovvero Kharkiv e Odesa: quest’ultima essenziale per lasciare all’Ucraina lo sbocco sul Mar Nero e mantenere isolata la Transnistria.
Per l’Ucraina sarebbe un sacrificio pesante ma comunque ben più tollerabile dell’alternativa d’essere cancellata dalla carta geografica, com’era nelle dichiarate intenzioni del Cremlino.

russi. Come si può vedere è meno della metà di quanto previsto dai piani di Mosca, con Odesa e Kharkiv saldamente in mano ucraina
In questo senso il sacrificio di decine di migliaia di bravi ucraini sarebbe valso il salvataggio del paese ed il suo futuro come stato sovrano.
Per la Russia si tratterebbe della realizzazione dell’obiettivo minimo di creare un ponte di terra tra il Donbas e la Crimea: decisamente più modesto rispetto alle ambizioni iniziali, ma probabilmente sufficiente a spacciarlo come una vittoria davanti all’acritica ed amorfa opinione pubblica russa.
La realtà parla invece di una sconfitta strategica per il Cremlino: partito per riscrivere gli assetti globali e ritornato gravemente ridimensionato in termini militari, economici e di immagine (e quindi politici), con il cosiddetto Asse della resistenza sostanzialmente a pezzi (in buona parte per merito di Israele) ed un Putin invecchiato e costretto a rielaborare i propri piani avendo davanti a sé un orizzonte temporale personale sempre più corto.
Bilancio dunque in perdita netta per un regime personalistico ed autocentrico come quello di Putin, che si regge su una sorta di mitopoiesi del leader e della stessa “Santa Russia”, consolidata negli anni passati attraverso numerosi successi ingranati uno dietro l’altro, con l’obiettivo ossessivo di riportare Mosca alla “grandezza” sovietica.
Parliamo dell’invasione della Georgia 2008, con cui Mosca ha sottratto a Tbilisi e reso vassalle le regioni di Abchazia e Ossezia del sud, nel completo disinteresse dell’Occidente.
Parliamo delle operazioni in Crimea, Donbas e Siria 2014-15, di notevole efficacia ed attuate con una interessante combinazione di risorse militari e civili secondo i principi della guerra ibrida.
Parliamo dell’abile creazione di consenso attraverso una lenta e pervasiva infiltrazione nelle società occidentali, durata almeno 10 anni, compresa la colonizzazione di numerosi partiti e movimenti politici europei: i fascisti della Le Pen, gli autonomisti di Salvini, i nazionalpopulisti di AfD ecc.
Parliamo della riuscita opera di aggancio delle economie occidentali alle forniture di gas e petrolio russi in una classica operazione di weaponization delle risorse energetiche, che avrebbe dovuto avere il suo culmine con l’entrata in funzione del Nord Stream 2 previsto per il 2022. Simbolo di questo aggancio a forma di cappio l’ex-cancelliete tedesco Schroeder, non a caso assurto a cariche di prestigio in Gazprom e società collegate.

Parliamo di una infinita serie di operazioni di soft-power con cui Mosca ha venduto una propria positiva immagine di sé attraverso appositi strumenti preposti alla diffusione di simpatie russiste: quali le fondazioni civili e religiose ed altre associazioni di natura propagandistica. Tra queste operazioni ricordiamo Dalla Russia Con Amore, attuata ai tempi del COVID con la colpevole collaborazione del governo italiano di allora.
Parliamo dei notevoli successi della disinformazione mediatica, propalata dai servizi segreti russi e da entità collegate, con relativa invenzione di teorie e fake-news, quale ad esempio il cosiddetto “genocidio del Donbas”, “l’indipendentismo del Donbas” ed altre simili falsità, metabolizzate come credibili negli ambienti antisistema e complottistici occidentali.
Tutti questi successi e corrispondenti sconfitte occidentali, mescolati alla piaggeria dei subordinati nei confronti del leader, tipica di ogni dittatura, è plausibile abbiano persuaso Putin circa la propria infallibilità come stratega geopolitico investito di una “missione sacra”, convincendolo allo stesso tempo della vulnerabilità delle democrazie e del conseguente inevitabile declino dell’Occidente in generale.
Da qui il grande azzardo, alimentato da rapporti dell’FSB “addomesticati” e conformati al whishful thinking di Putin, di voler invadere l’Ucraina nella ferma convinzione che fosse pronta a cadere come un frutto maturo anche per via di una reazione dell’Occidente prevista come blanda sull’esperienza del 2014 o comunque inefficace: per la quale la Russia si era attrezzata accumulando scorte materiali e risorse finanziarie in grado di farle superare alcune settimane di turbolenza post-invasione.

Grandi devono essere stati quindi lo stupore e l’ira di Putin per l’imprevista resistenza ucraina, per la reazione occidentale perfezionata dal clamoroso passaggio di Svezia e Finlandia nella NATO e per il fallimento dell’offensiva 2022, culminata con la ritirata da Cherson: unico capoluogo di oblast occupato dall’esercito russo nei primi giorni dell’invasione. Senza dimenticare il clamoroso fallimento della strategia navale, con una flotta partita per garantire alla Russia il dominio sul Mar Nero e poi costretta a nascondersi nelle sue basi più remote, fuori tiro delle armi ucraine.
Come per una tipica reazione causa-effetto, non solo la resistenza ucraina aveva fatto fallire il piano annessionistico di Putin, ma aveva rinvigorito anche i titubanti paesi occidentali, già rassegnati ad abbandonare Kyiv al proprio destino ed a quel punto quasi costretti a supportarla.
Il fallimento dell’offensiva 2022 portava via con sé oltre al progetto di risolverla con una operazione stile Crimea 2014, anche la quasi totalità dell’esercito russo d’anteguerra spazzato via in pochi mesi e mandava al macero ogni possibilità, da parte di Mosca, di poter mettere l’Occidente davanti al fatto compiuto con una operazione-lampo quasi incruenta, imponendo viceversa e per la prima volta in 10 anni, una battuta d’arresto alle ambizioni di Putin, proprio nella partita a lui più cara.
Lo smacco subito nel 2022, poi doppiato dalla caotica questione Prigozhin 2023, è stato tale da costringere il Cremlino ad una completa rimodulazione del suo approccio verso la guerra e le liberaldemocrazie in generale, che diventavano quindi il bersaglio della nuova offensiva propagandistica messa in atto dal Cremlino, oramai avviato verso lo scontro totale con “l’Occidente collettivo”.
In tal senso quella che nei primi due anni il Cremlino aveva chiamato Operazione Militare Speciale per ritrosia nel definirla “guerra” diventava di fatto, secondo la nuova narrativa putinista, una lotta esistenziale della Russia contro il Male rappresentato dalla NATO, oramai accusata apertamente, in un rovesciamento della realtà tipico della distorsione cremliniana, di combattere una guerra d’aggressione contro la Russia attraverso l’Ucraina.
La parola guerra, fino a quel momento proibita, veniva quindi sdoganata anche in Russia, ammantata però di un alone mistico, quasi millenaristico, con immancabili richiami alla Grande Guerra Patriottica ed alla sacralità della missione storica, asseritamente affidata alla “Santa Russia” fin dai tempi della Terza Roma.
Il paese, che nelle belle speranze di Putin e della sua cricca, non avrebbe dovuto neanche accorgersi di una guerra-non-guerra, veniva quindi mobilitato, pur se non formalmente ma surrettiziamente, destinando sempre maggiori risorse militari, umane e di bilancio allo sforzo bellico, quasi in un riecheggiare di ammuffiti slogan stalinisti: vse dlya fronta, vse dlya pobedy. Tutto per il fronte, tutto per la vittoria.
Consapevole di non poter più reggere la strategia e la narrativa obsolete di inizio invasione, il regime cambiava registro, confermando indirettamente il fallimento dei propri obiettivi e predisponendosi ad una guerra d’usura di lunga durata, così da sfruttare il proprio peso, la propria massa e la tradizionale indifferenza russa alle perdite umane e materiali: unica soluzione per tentare di recuperare, grazie a qualche risultato ottenuto a caro prezzo ma da spacciare come vittoria ai sempliciotti, una situazione abbondantemente sfuggita di mano nei primi due disastrosi anni di guerra.
Quale sarà il risultato finale rimane ancora da scrivere. Troppe sono le variabili in gioco per avere certezze. Rimane la possibilità di una tregua sul campo da raggiungersi nel corso del 2025, sia per esaurimento delle risorse dei due contendenti, Russia compresa i cui depositi di residuati ex-sovietici sono prossimi allo svuotamento, sia per fattori politici esterni, quali ad esempio l’imprevedibilità di Trump.
Rimangono tre dati di fatto.
Il primo è la mancata vittoria strategica della Russia sul campo, che alla fine dovrà accontentarsi di risultati ben al di sotto dei propri obiettivi iniziali.
Il secondo è legato al primo ed è l’assoluta certezza che la Russia continuerà nei prossimi anni a rappresentare un pericolo esiziale per l’intero Occidente e che utilizzerà questo tempo per ricostruire i propri arsenali ed i propri ranghi devastati al prezzo di qualsiasi sacrificio per il popolo russo ritornato gregge.
Il terzo è il definitivo affrancarsi del bravo popolo ucraino da ogni residuale legame e complesso storico nei confronti della Russia. La guerra ha scavato un solco che non potrà più essere colmato ed è forse questa la più bruciante sconfitta per Putin e l’imperialismo russo, che da sempre ha sprezzantemente definito piccoli russi gli ucraini e Malorossya l’Ucraina.
Rimane da capire quale sarà la corrispettiva risposta delle democrazie occidentali: se sarà cioè preparazione e riarmo oppure passività speranzosa e sciagurata.
Il tempo di certo sarà poco e quello che ci verrà concesso da una tregua ammesso che una tregua possa essere raggiunta, non sarà neanche lontanamente paragonabile ad una pace bensì solo alla precaria fase di attesa del regolamento definitivo dei conti.
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