

Nel dibattito pubblico attuale la regola è semplice: ogni critica deve essere una dichiarazione di campo. Se metti in discussione le forme più rigide del nuovo moralismo identitario (woke e altri ammennicoli) vieni collocato a destra; se metti in discussione la torsione illiberale del trumpismo vieni collocato a sinistra. L’idea che si possa analizzare un fenomeno senza iscriversi a una tribù è diventata sospetta.
In questo schema c’è un presupposto comune, anche se espresso con linguaggi opposti: l’idea che l’avversario non sia semplicemente in errore, ma stia portando avanti un disegno deliberato e sistemico di sovversione. Non una divergenza di visione, ma un complotto evidente, riconoscibile, già in atto.
Quando questa premessa diventa implicita, ogni tentativo di analisi perde legittimità in partenza. Se il problema è un piano ostile già in corso, analizzare diventa un segno di ingenuità; distinguere diventa complicità; chiedere proporzione viene interpretato come copertura dell’avversario.
In questo clima ogni discorso che rifiuta l’arruolamento automatico appare sospetto perché non conferma la narrazione di un conflitto totale, in cui il mondo è già diviso tra chi combatte e chi, consapevolmente o no, aiuta il nemico.
Il punto, però, non è dove si viene collocati, ma che il dibattito pubblico funzioni sempre più per appartenenze e sempre meno per categorie analitiche. Se ogni critica viene interpretata come adesione al campo avverso, diventa quasi impossibile discutere il merito dei fenomeni.
È anche per questo che vale la pena affrontare una questione che ci sta a cuore senza simmetrie consolatorie e senza equidistanze rituali: non per distribuire torti e ragioni in modo aritmetico, ma per capire dove, secondo noi, si colloca il rischio maggiore per la tenuta delle regole democratiche nel quadrante occidentale.
Le democrazie non sono sistemi morali, sono sistemi procedurali. Non vivono della bontà degli attori, ma della tenuta delle regole che consentono a gruppi ostili di competere senza distruggersi. Per questo la pericolosità di una deriva politica non si misura dall’aggressività del linguaggio, ma da una variabile più fredda: quanto quel fenomeno è disposto — e capace — di piegare le regole del gioco.
Le forme radicali del moralismo identitario di sinistra producono effetti problematici reali. Il conflitto politico e sociale tende a essere tradotto in categorie morali assolute: il dissenso non è più divergenza, ma colpa. Ne derivano pressione conformista negli ambienti professionali, cautela e autocensura nel dibattito pubblico, uso del linguaggio come strumento di disciplinamento simbolico, confusione tra offesa e violenza.
È un clima che può produrre effetti illiberali concreti. Il pluralismo non viene formalmente abolito, ma può restringersi di fatto. Il risultato è un dibattito meno aperto, meno disposto al confronto argomentativo, più incline alla sanzione morale.
È un problema per una società aperta. Ma resta collocato prevalentemente sul piano culturale e sociale: colpisce reputazioni, carriere, ecosistemi mediatici. Non mira direttamente a modificare le procedure che regolano l’alternanza al potere o la validità del voto.
In altri termini: può rendere il dibattito meno respirabile, ma raramente si configura come un progetto coerente di trasformazione dell’architettura democratica.
È su questo scarto tra pressione culturale e pressione sulle regole che la simmetria apparente tra sinistra woke e il trumpismo MAGA si incrina, perché il rischio per una democrazia cambia natura quando si sposta dal clima del discorso alla struttura del potere.
Non è una novità storica che movimenti della destra radicale utilizzino paure reali e percezioni sincere di disordine culturale e sociale come collante politico per progetti di potere illiberali. È accaduto più volte nel Novecento europeo: ansie per il caos culturale, per il conflitto sociale, per la perdita di riferimenti tradizionali sono state trasformate in carburante per sistemi che, nel nome della restaurazione dell’ordine, hanno progressivamente svuotato libertà e pluralismo. Non perché le paure fossero false, ma perché la risposta proposta era istituzionalmente sproporzionata.
Questo schema non appartiene solo al passato: aiuta a leggere anche dinamiche politiche attuali, in cui la domanda di protezione sociale e simbolica viene tradotta in un progetto di ridefinizione delle regole del gioco.
Le classi medie, quando percepiscono dissoluzione delle norme e perdita di riferimenti, chiedono stabilità. È una domanda legittima. Il problema nasce quando la risposta promessa non è solo protezione, ma punta a ridefinire le regole del perimetro democratico.
Il trumpismo MAGA non è solo un fenomeno identitario. È una forma di populismo plebiscitario di governo che sposta il conflitto dal terreno politico a quello istituzionale. La delegittimazione preventiva del voto, l’idea che la sconfitta possa essere solo frode, la pressione sugli apparati amministrativi e giudiziari, la retorica di emergenza permanente: sono segnali che riguardano la tenuta costituzionale.
Quando la contesa politica investe la credibilità del voto e l’indipendenza delle istituzioni, la democrazia diventa l’oggetto del conflitto.
Le derive identitarie moralizzano il conflitto. Il trumpismo MAGA lo istituzionalizza in senso distruttivo.
Nel primo caso si colpiscono reputazioni e ambienti culturali. Nel secondo si colpiscono le procedure che consentono l’alternanza al potere. Passare da «tu sei moralmente inaccettabile» a «il voto non vale» è un salto di categoria.
La democrazia può sopravvivere a un dibattito tossico. Fatica molto di più a sopravvivere alla delegittimazione e all’erosione delle regole.
Certamente le forme più rigide del radicalismo identitario possono funzionare da accelerante, alimentando un sentimento di estraneità e umiliazione simbolica che rende più attraenti narrazioni populiste radicali.
Ma il fatto che un fenomeno culturale produca disagio reale non rende “più democratiche” le soluzioni politiche che si presentano come antidoto. Il malessere può spiegare quel consenso, ma non ne certifica la qualità democratica.
Le società aperte non crollano quando il dibattito diventa intollerante. Crollano quando si smette di riconoscere l’autorità delle regole che permettono di perdere senza distruggere il sistema.
È qui che oggi, secondo noi, passa la linea di rischio principale. Non tra sensibilità culturali diverse, ma tra chi considera le procedure democratiche un vincolo e chi le vive come un ostacolo da aggirare.
Il conflitto è fisiologico. La delegittimazione delle regole non lo è. Ed è su questa distinzione che si misura la tenuta di una democrazia.

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La vera deriva illiberale, che oggi viene mostrata dall’Amministrazione Trump, è la negazione del confronto ma soprattutto la classificazione come NEMICO per tutte le voci dissenzienti. Chiaramente non aiuta il meccanismo di controllo del governo centrale, che negli USA determina l’azzeramento delle cariche ad ogni cambio di amministrazione e la possibilità di licenziare in tronco chiunque venga percepito come non allineato. Realizzare i giusti contrappesi, utilizzando lo strumento politico, non è cosa facile né tantomeno rapida ed oggi il rischio di uno scontro sociale su vasta scala (leggasi A CIVIL WAR) è concreto. Temo, per gli americani in primis ma per tutte le democrazie occidentali, che ci si trovi in una fase di accumulo (delle tensioni interne) che avvicina al potenziale casus-belli ed alla mobilitazione delle masse.
E siamo vicini al 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America!!!!
Per vivere in prosperità un secolo e mezzo, a Hong Kong bastò la legge britannica che regolava il commercio. Agli USA, finora era bastata la sua costituzione ma adesso potrebbe fare la fine della Repubblica di Weimar. Occorrono nuovi emendamenti a difesa di organi democratici ed elezioni