

Dirò una cosa che può sembrare scomoda nel dibattito pubblico, ma che è del tutto ovvia per qualsiasi analista che abbia frequentato anche solo un corso base di relazioni internazionali: una guerra non si ferma con i proclami, con le frasi da concorso di bellezza o con le buone intenzioni. Non si ferma con la retorica. Le guerre terminano quando cambiano i rapporti di forza, quando i costi diventano insostenibili o quando le parti in conflitto decidono che continuare a combattere non è più conveniente.
Questo principio elementare è al centro della tradizione del realismo geopolitico, da Hans Morgenthau a Kenneth Waltz: la politica internazionale non è governata da appelli morali ma da potenza, deterrenza, interessi e sicurezza. Ignorare questo dato significa scambiare il linguaggio della politica domestica per la logica del sistema internazionale.
Eppure, anche nella crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran, il dibattito pubblico europeo sembra muoversi come se bastasse un proclama per fermare una guerra. L’Europa dovrebbe intervenire. L’Italia dovrebbe “dire no”. L’Unione europea dovrebbe fermare Washington.
Sono affermazioni che funzionano perfettamente nella polemica politica interna, ma che hanno poco a che vedere con la realtà strutturale delle relazioni internazionali.
Il limite strutturale: perché le guerre non si fermano con i proclami
Per comprendere perché la retorica politica abbia un impatto così limitato sulle guerre è necessario partire da un dato strutturale della politica internazionale: il sistema internazionale è anarchico, cioè privo di un’autorità centrale capace di imporre decisioni agli Stati sovrani. Questo è il presupposto teorico su cui si fonda la tradizione del realismo nelle relazioni internazionali, da Hans Morgenthau a Kenneth Waltz.
In un sistema di questo tipo non esiste un arbitro capace di interrompere un conflitto con una decisione unilaterale. Le guerre si fermano quando cambiano i rapporti di potenza, quando il costo strategico diventa insostenibile o quando le parti coinvolte ritengono conveniente aprire un negoziato.
Le dichiarazioni politiche di attori esterni, per quanto moralmente condivisibili, hanno un impatto molto limitato su questa dinamica. È per questo motivo che anche le grandi potenze raramente riescono a fermare guerre che non controllano direttamente. La Cina non può imporre la fine di un conflitto tra Russia e Ucraina, così come l’India non può fermare una guerra tra Stati Uniti e Iran. Possono esercitare pressioni diplomatiche, favorire canali negoziali, aumentare i costi politici di una guerra, ma non possiedono la capacità coercitiva necessaria per arrestarla.
Pretendere che lo facciano l’Italia o l’Unione europea significa semplicemente ignorare il funzionamento del sistema internazionale.
Questo equivoco nasce spesso dalla confusione tra politica domestica e politica internazionale. Nel dibattito interno è perfettamente legittimo chiedere la pace, criticare una guerra o invocare soluzioni diplomatiche. Ma trasformare queste posizioni in un’aspettativa operativa — come se bastasse una dichiarazione politica per fermare un conflitto tra potenze armate — significa sostituire l’analisi con la retorica.
Il realismo geopolitico ricorda invece un principio molto più semplice: nel sistema internazionale contano potenza militare, deterrenza, alleanze e interessi strategici. Gli Stati agiscono per proteggere sicurezza e interessi, non per rispondere agli appelli morali di attori esterni.
Questo non significa che la diplomazia sia irrilevante. Significa che la diplomazia diventa efficace solo quando si inserisce in un contesto di equilibrio strategico. Senza questo elemento, gli appelli alla pace restano dichiarazioni politiche prive di effetti concreti.
Per questo motivo l’idea che una guerra possa essere fermata da proclami politici, da dichiarazioni di principio o da slogan pacifisti non appartiene all’analisi delle relazioni internazionali. Appartiene piuttosto al linguaggio della politica interna, dove la funzione principale non è cambiare la realtà strategica ma influenzare l’opinione pubblica.
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Il caso Sánchez: la retorica pacifista e la realtà operativa
Il caso spagnolo offre un esempio molto chiaro di questa dinamica. Il primo ministro Pedro Sánchez ha adottato una linea comunicativa fortemente simbolica, rivendicando un “no alla guerra” e una distanza politica dalle operazioni statunitensi contro l’Iran.
Tuttavia, al di là dei proclami, le basi di Rota e Morón, infrastrutture strategiche della presenza militare americana nel Mediterraneo, hanno continuato a registrare movimenti di velivoli statunitensi anche nei giorni successivi all’annuncio del veto politico. Trasporti strategici, aerei cisterna e voli logistici hanno continuato a utilizzare queste installazioni come nodi di trasferimento verso altre basi europee prima del dispiegamento operativo.
Il motivo è semplice: queste basi sono regolate da accordi bilaterali risalenti alla Guerra Fredda e da consuetudini operative consolidate, che prevedono ampi margini di utilizzo logistico da parte delle forze statunitensi.
In altre parole, il veto politico consente al governo di mantenere una posizione retorica nel dibattito interno, mentre la rete logistica dell’Alleanza atlantica continua a funzionare secondo le proprie necessità operative.
È una dinamica piuttosto tipica nelle relazioni internazionali: quando il peso geopolitico di un attore è limitato, è relativamente facile assumere posizioni simboliche, soprattutto se le operazioni possono essere formalmente presentate come semplici trasferimenti logistici.
La differenza tra retorica politica e realtà strategica diventa allora evidente. Gli slogan possono cambiare il tono del dibattito pubblico. Ma difficilmente cambiano il funzionamento delle infrastrutture militari e delle alleanze.
Cosa stanno realmente facendo Europa e Italia
Se si osservano i fatti con uno sguardo analitico, emerge un quadro molto diverso da quello rappresentato nella polemica politica quotidiana.
Le principali capitali europee — Londra, Parigi, Berlino e Roma — hanno avviato un coordinamento politico sulla crisi iraniana, cercando di evitare un’escalation regionale incontrollata. Parallelamente sono state rafforzate le misure di sicurezza nel Mediterraneo orientale, con il dispiegamento di assetti navali e logistici a Cipro, territorio dell’Unione europea e punto strategico per operazioni di evacuazione e supporto umanitario.
Allo stesso tempo diversi Paesi europei stanno valutando o hanno già avviato il rafforzamento di mezzi difensivi nel Golfo, con l’obiettivo di proteggere rotte commerciali, infrastrutture energetiche e personale europeo nella regione.
Sul piano italiano, la risposta si è concentrata su due direttrici fondamentali. Da un lato l’attivazione della Farnesina, impegnata nel coordinamento diplomatico e nella gestione delle conseguenze della crisi. Dall’altro il rafforzamento della dimensione industriale e difensiva: il ministro della Difesa Guido Crosetto ha convocato i principali produttori italiani di sistemi difensivi, proprio per valutare le capacità industriali e tecnologiche necessarie a gestire uno scenario internazionale sempre più instabile.
Si tratta di iniziative coerenti con il ruolo che un attore come l’Italia può realisticamente svolgere: protezione degli interessi nazionali, coordinamento con gli alleati e rafforzamento della sicurezza difensiva.
La differenza tra analisi e polemica politica
Il punto fondamentale è che queste iniziative non rappresentano una resa né una dimostrazione di impotenza. Al contrario, sono l’espressione realistica del ruolo europeo nel sistema internazionale.
Il realismo geopolitico insegna che gli Stati devono muoversi all’interno dei vincoli imposti dalla distribuzione del potere globale. In questo contesto l’Europa non è una superpotenza militare e non può imporre decisioni agli Stati Uniti o ad altri attori strategici. Pretendere il contrario significa trasformare la politica estera in un esercizio retorico.
La crisi iraniana dimostra ancora una volta quanto sia profonda la distanza tra il linguaggio della politica domestica e la logica delle relazioni internazionali. Gli appelli morali possono avere una funzione simbolica, ma non sostituiscono rapporti di forza, deterrenza e diplomazia strategica.
L’idea che l’Italia o l’Unione europea possano fermare unilateralmente una guerra tra grandi potenze appartiene più alla retorica politica che all’analisi strategica.
Qualcuno potrebbe allora chiedere: significa che una guerra non si può fermare?
La risposta è più semplice — e più sobria — di quanto sembri. Le guerre non si fermano con gli slogan. Si fermano quando cambiano gli equilibri di potenza o quando le parti coinvolte trovano un accordo che ritengono accettabile.
Nel frattempo, ciò che gli Stati possono fare è molto più concreto: gestire l’escalation, proteggere i propri interessi e rafforzare la sicurezza dei propri cittadini.
È esattamente ciò che stanno facendo Italia ed Europa oggi. Non è spettacolare. Ma è, semplicemente, la politica internazionale per come funziona davvero.

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Concordo pienamente con la Sua analisi e Sánchez ne è l’esempio lampante. Come nel suo caso, la politica è spesso un esercizio di equilibrismo coreografico: sul palco si recita il copione del pacifismo per rassicurare l’opinione pubblica, ma dietro le quinte la Realpolitik non smette mai di oliare i propri motori. In questo caso letteralmente, visti gli F404: i propulsori americani che, pur equipaggiando caccia “nazionali” stranieri, restano soggetti al veto di Washington tramite le licenze d’esportazione ITAR. Questa vicenda ci ricorda che la sovranità tecnologica è un’illusione raffinata: si può anche gridare “no alla guerra” al microfono, ma se i sistemi di difesa parlano inglese e richiedono pezzi di ricambio americani per non ridursi a ferraglia, la libertà di manovra finisce esattamente dove inizia il contratto di manutenzione. Alla fine, il pragmatismo economico e i vincoli atlantici pesano più di qualsiasi slogan elettorale. Come direbbe un catalano: “L’OTAN és bona si la bossa sona”.
In un paese in cui circa il 30% della popolazione esibisce livelli preoccupanti di analfabetismo funzionale e oltre il 60% non ha letto nemmeno un libro in un anno, la retorica fatta di proclami e da frasi da concorso di bellezza–anche quelle più improbabili e sgangherate–trova terreno molto fertile. Per non parlare dei decenni di infantilizzazione dei concetti, tra cui quello della pace, da parte dell’intero spettro politico.
Magari una domanda su come stia dilagando “la legge del più forte” a fronte di altre interpretazioni possiamo farcela? E soprattutto può esserci una domanda sul ruolo che ha l’attuale amministrazione USA in questo processo di promozione della “legge del più forte” e della guerra come strumento dirimente dei conflitti politici e degli interessi nazionali?
O la realtà va solo interpretata come una datità?
Premetto che non sono un analista nè un esperto in geo-economia-politica ma semplice osservatore delle dinamiche internazionali. Detto ciò, vedo un contesto internazionale estremamente dinamico che, dall’invasione russa in Ucraina del 2022 ha accelerato il cambiamento rendendolo un processo inarrestabile. Stanno cambiando le sfere di influenza e quindi i rapporti di forza (che non vuol significare la sola potenza militare) internazionali ma soprattutto si palesa la volontà di realtà statuali (Cina, Iran, Russia) che vogliono superare i confini regionali per diventare giocatori di serie A o magari di aumentare il loro peso politico/economico. Tutto lecito e per nulla diverso da quanto accadeva nei secoli scorsi, il gusto mix di soft-power e hard-power oggi integrato dalle operazioni sulla sfera cognitiva. Quello che veramente è cambiato è la (in)capacità degli USA (ancora oggi la vera superpotenza economico-militare) a trovare ed usare lo strumento giusto per tutelare e/o imporre la propria egemonia. Io credo che l’assenza di capacità negoziale manifestata dall’Amministrazione Trump sia il vero gap, nei confronti di quei paesi considerati avversari (non dico nemici, forse ostili) ma anche verso i partner storici. Se non sei capace di strutturare i rapporti internazionali con un’adeguata capacità diplomatica, o peggio ancora in assenza di una Grande Strategia chiara e raggiungibile, l’uso della forza (coercizione economica e militare) rimane la sola soluzione praticabile, nel breve periodo.
Trump ha fondato la sua campagna elettorale sul fatto che lui non avrebbe portato nuove guerre ma avrebbe agito molto di più sulla diplomazia, soprattutto in riferimento al conflitto in Ucraina.
Il protrarsi di mesi e mesi tesi a far terminare o perlomeno interrompere il conflitto tra le parti cercando di far avvicinare la parte aggredita (spesso umiliandola pubblicamente, forse strategia per convincere anche Putin o forse fretta di finire per concentrarsi sugli affari) alle richieste spesso esagerate di quella dell’invasore è stato un chiaro fallimento, e forse a qualcuno intorno a Trump un qualche campanello ha iniziato a suonare riguardo questa strategia diplomatica.
Quindi a un certo punto “la legge del più forte” verso certi attori ostinati e poco propensi al dialogo credo sia diventata sempre più una possibilità concreta da utilizzare all’interno dell’amministrazione.
Chiaramente Trump l’ha potuto fare fino adesso con gli anelli deboli della catena del gruppo concorrente agli americani capitanati da Cina e Russia.
Il Venezuela per questioni di vicinanza territoriale e l’Iran per motivi legati ad Israele e gli affari nella penisola arabica. Attori relativamente isolati dalle potenze principali che li sostenevano, difficilmente difendibili dalle medesime, senza arsenale nucleare a fare da deterrente, troppo vicini alle aree presidiate dagli americani.
Con la Corea del Nord per esempio sarebbe molto più difficile se non impossibile intervenire senza scontrarsi direttamente con le potenze principali dell’area.