5 pensieri su “Perché le guerre non si fermano con i proclami

  1. Concordo pienamente con la Sua analisi e Sánchez ne è l’esempio lampante. Come nel suo caso, la politica è spesso un esercizio di equilibrismo coreografico: sul palco si recita il copione del pacifismo per rassicurare l’opinione pubblica, ma dietro le quinte la Realpolitik non smette mai di oliare i propri motori. In questo caso letteralmente, visti gli F404: i propulsori americani che, pur equipaggiando caccia “nazionali” stranieri, restano soggetti al veto di Washington tramite le licenze d’esportazione ITAR. Questa vicenda ci ricorda che la sovranità tecnologica è un’illusione raffinata: si può anche gridare “no alla guerra” al microfono, ma se i sistemi di difesa parlano inglese e richiedono pezzi di ricambio americani per non ridursi a ferraglia, la libertà di manovra finisce esattamente dove inizia il contratto di manutenzione. Alla fine, il pragmatismo economico e i vincoli atlantici pesano più di qualsiasi slogan elettorale. Come direbbe un catalano: “L’OTAN és bona si la bossa sona”.

  2. In un paese in cui circa il 30% della popolazione esibisce livelli preoccupanti di analfabetismo funzionale e oltre il 60% non ha letto nemmeno un libro in un anno, la retorica fatta di proclami e da frasi da concorso di bellezza–anche quelle più improbabili e sgangherate–trova terreno molto fertile. Per non parlare dei decenni di infantilizzazione dei concetti, tra cui quello della pace, da parte dell’intero spettro politico.

  3. Magari una domanda su come stia dilagando “la legge del più forte” a fronte di altre interpretazioni possiamo farcela? E soprattutto può esserci una domanda sul ruolo che ha l’attuale amministrazione USA in questo processo di promozione della “legge del più forte” e della guerra come strumento dirimente dei conflitti politici e degli interessi nazionali?

    O la realtà va solo interpretata come una datità?

    1. Premetto che non sono un analista nè un esperto in geo-economia-politica ma semplice osservatore delle dinamiche internazionali. Detto ciò, vedo un contesto internazionale estremamente dinamico che, dall’invasione russa in Ucraina del 2022 ha accelerato il cambiamento rendendolo un processo inarrestabile. Stanno cambiando le sfere di influenza e quindi i rapporti di forza (che non vuol significare la sola potenza militare) internazionali ma soprattutto si palesa la volontà di realtà statuali (Cina, Iran, Russia) che vogliono superare i confini regionali per diventare giocatori di serie A o magari di aumentare il loro peso politico/economico. Tutto lecito e per nulla diverso da quanto accadeva nei secoli scorsi, il gusto mix di soft-power e hard-power oggi integrato dalle operazioni sulla sfera cognitiva. Quello che veramente è cambiato è la (in)capacità degli USA (ancora oggi la vera superpotenza economico-militare) a trovare ed usare lo strumento giusto per tutelare e/o imporre la propria egemonia. Io credo che l’assenza di capacità negoziale manifestata dall’Amministrazione Trump sia il vero gap, nei confronti di quei paesi considerati avversari (non dico nemici, forse ostili) ma anche verso i partner storici. Se non sei capace di strutturare i rapporti internazionali con un’adeguata capacità diplomatica, o peggio ancora in assenza di una Grande Strategia chiara e raggiungibile, l’uso della forza (coercizione economica e militare) rimane la sola soluzione praticabile, nel breve periodo.

    2. Trump ha fondato la sua campagna elettorale sul fatto che lui non avrebbe portato nuove guerre ma avrebbe agito molto di più sulla diplomazia, soprattutto in riferimento al conflitto in Ucraina.
      Il protrarsi di mesi e mesi tesi a far terminare o perlomeno interrompere il conflitto tra le parti cercando di far avvicinare la parte aggredita (spesso umiliandola pubblicamente, forse strategia per convincere anche Putin o forse fretta di finire per concentrarsi sugli affari) alle richieste spesso esagerate di quella dell’invasore è stato un chiaro fallimento, e forse a qualcuno intorno a Trump un qualche campanello ha iniziato a suonare riguardo questa strategia diplomatica.
      Quindi a un certo punto “la legge del più forte” verso certi attori ostinati e poco propensi al dialogo credo sia diventata sempre più una possibilità concreta da utilizzare all’interno dell’amministrazione.
      Chiaramente Trump l’ha potuto fare fino adesso con gli anelli deboli della catena del gruppo concorrente agli americani capitanati da Cina e Russia.
      Il Venezuela per questioni di vicinanza territoriale e l’Iran per motivi legati ad Israele e gli affari nella penisola arabica. Attori relativamente isolati dalle potenze principali che li sostenevano, difficilmente difendibili dalle medesime, senza arsenale nucleare a fare da deterrente, troppo vicini alle aree presidiate dagli americani.
      Con la Corea del Nord per esempio sarebbe molto più difficile se non impossibile intervenire senza scontrarsi direttamente con le potenze principali dell’area.

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