
In Italia si discute di “educazione affettiva” a scuola da più di un anno, soprattutto dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin. L’intenzione dichiarata è condivisibile: aiutare gli adolescenti a orientarsi nelle relazioni, riconoscere ciò che provano, e imparare a gestire il conflitto senza ricorrere alla forza. Il problema però sta nelle modalità con cui si immagina di raggiungere tale obiettivo.
Nel dibattito pubblico chi spinge per l’educazione affettiva sembra infatti dare per scontato che basti introdurre nelle classi delle figure esterne — operatori sociali, educatori di associazioni femministe o LGBTQ+, consulenti relazionali — incaricate di “insegnare” l’affettività. In realtà l’idea di permettere a un semplice volontario o operatore senza una formazione clinica completa di intervenire nella vita interiore di un adolescente dovrebbe far scattare un allarme.
La cura dell’emotività richiede infatti un contesto protetto, un codice deontologico chiaro, e soprattutto un elemento che la psicoterapia considera essenziale e che in questa discussione è quasi scomparso: la distanza.
L’insegnante, pur senza competenze terapeutiche, è una presenza meno problematica proprio perché non pretende di “fare terapia”. La sua autorevolezza nasce dal ruolo chiaro e dalla costanza nel tempo: è parte di una relazione educativa riconoscibile, che non invade l’interiorità.
Chi entra da fuori, invece, non conosce gli alunni come gli insegnanti, e rispetto a uno psicoterapeuta non lavora in un setting protetto, non è tenuto alle stesse forme di segreto professionale previste per il lavoro clinico, e non opera sotto supervisione. Si tratta di una posizione intermedia, che interviene nella parte più sensibile della formazione emotiva senza che siano definite in modo chiaro le responsabilità per gli effetti del suo intervento.
Negli Stati Uniti questo modello ha un nome preciso: Social-Emotional Learning (SEL). In origine nasce come supporto alla gestione dei conflitti e dei comportamenti nelle scuole primarie. Con il tempo si trasforma in un programma sistematico, sostenuto da fondazioni e piattaforme educative, fino a diventare parte stabile della quotidianità scolastica.
In questa fase incorpora non solo il linguaggio emotivo, ma anche quello della teoria critica e delle pedagogie post-coloniali: la lettura delle emozioni si intreccia con quella delle appartenenze e delle differenze.
L’esperienza emotiva rischia così di non essere più osservata nella sua complessità, ma interpretata attraverso categorie immutabili. La scuola non sostiene più un percorso di maturazione interiore: introduce un linguaggio che predefinisce come sentirsi e come leggersi.
La discussione italiana arriva quando altrove si sta già riflettendo sui limiti di questo modello. È un andamento ricorrente: si importano formule educative quando hanno già mostrato i loro effetti collaterali e ci si ferma alla superficie della narrativa, senza considerare le condizioni che ne renderebbero possibile un’applicazione responsabile.
Non è solo un ritardo cronologico, ma anche concettuale: la cornice arriva prima dei presupposti e senza farsi domande sulle eventuali conseguenze e responsabilità.
Questo non significa che si debba completamente sottrarre la scuola alla dimensione emotiva. Bisogna semplicemente riconoscere che lo spazio che si apre parlando di emozioni va protetto con estrema attenzione.
Se l’intervento è terapeutico, serve competenza terapeutica. Se è educativo, deve rimanere nell’ambito delle relazioni educative.
Se la scuola decide di occuparsi della sfera emotiva, deve farlo con strumenti chiari e figure riconoscibili. Senza questa cornice, ogni intervento perde legittimità.
Letture critiche su SEL e cultura terapeutica
- Jonathan Haidt & Greg Lukianoff, The Coddling of the American Mind
- Abigail Shrier, Bad Therapy
- Eva Illouz, Saving the Modern Soul, and Cold Intimacies
- Frank Furedi, Therapy Culture
- Paul L. Harris, Trusting What You’re Told
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Da psicologo psicoterapeuta, penso che il tema andrebbe affrontato proprio da professionisti psicologici in primis con il supporto di sessuologi. Non dovrebbe essere come un’ora di insegnamento, se non nella parte che si occupa di dare le informazioni sulla sessualità, ma poi dovrebbe essere come una seduta terapeutica di gruppo, in cui lo psicologo introdotto un tema , gestisce gli interventi dei ragazzi e le dinamiche che si vengono a creare, conducendo il gruppo verso una capacità di riflessione e condivisione della dinamiche psicologiche ed emotive.