

Il più grande fraintendimento che circola oggi nel dibattito pubblico è l’idea che la politica internazionale debba e possa rispondere agli stessi principi della politica interna. È un riflesso rassicurante, ma gravemente fuorviante. La tentazione di giudicare il comportamento degli Stati esteri con la stessa metrica con cui si valuta un governo democratico nazionale — trasparenza, buona fede, diritto internazionale, giustizia sociale — non tiene conto del sistema anarchico su cui si regge l’arena globale.
Kenneth Waltz, fondatore del realismo neorealista, lo aveva spiegato in modo limpido: il sistema internazionale è anarchico, cioè privo di un’autorità sovrana sopra gli Stati. Questo non significa disordine totale, ma che ogni Stato è responsabile della propria sopravvivenza. Non esistono polizie sovranazionali né tribunali realmente cogenti: l’ordine globale è un equilibrio instabile tra forze e interessi divergenti.
In questo ambiente, gli Stati si comportano da attori razionali non perché siano virtuosi, ma perché costretti dalle circostanze. Il loro obiettivo primario non è la giustizia, bensì la sicurezza. In assenza di garanzie assolute, accumulare potere è l’unica strada per garantirsi la sopravvivenza. È questa la base della teoria del realismo offensivo elaborata da John Mearsheimer, secondo cui “lo Stato è l’attore principale nella politica internazionale, e la sua principale preoccupazione è la sicurezza. Ma la sicurezza si ottiene anche — e soprattutto — con l’accumulo di potere. Gli Stati cercano di diventare egemoni regionali.”
Da questa logica deriva uno dei grandi paradossi della politica internazionale: la pace si difende con le armi, non con i fiori. La deterrenza — la minaccia credibile di una risposta devastante — è ciò che ha impedito lo scoppio di una terza guerra mondiale durante la Guerra Fredda. Disarmarsi unilateralmente significa, in quel contesto, perdere ogni leva negoziale, indebolirsi, diventare un obiettivo.
Nel mondo interno, disarmare la polizia può essere una misura di giustizia; nel mondo esterno, disarmare un esercito può essere un atto suicida.
Eppure, sempre più spesso, questa distinzione viene cancellata. Si tende a considerare la forza come un segno di “aggressività” e la rinuncia alla forza come “maturità morale”. In realtà, la forza in politica internazionale è spesso uno strumento di prevenzione, non di conquista. È la logica del si vis pacem, para bellum. Chi dimentica questo assioma, si espone.
I paradossi strutturali della politica internazionale
È proprio in questa asimmetria cognitiva — tra la realtà dura della geopolitica e la retorica moralista del dibattito pubblico — che si infilano le campagne di disinformazione orchestrate da attori ostili. Stati come la Russia, ma anche l’Iran o la Cina, conoscono perfettamente la grammatica della realpolitik e la utilizzano per influenzare Paesi che, invece, ragionano con categorie interne.
La propaganda estera sfrutta alcune convinzioni ingenue tipiche delle opinioni pubbliche occidentali:
- che dialogare sempre sia meglio che armarsi;
- che tutte le parti siano ugualmente responsabili di un conflitto;
- che la forza militare sia di per sé un atto di sopraffazione;
- che aiutare militarmente un Paese aggredito significhi “entrare in guerra”;
- che non intervenire sia sempre “più pacifico” che fare deterrenza.
Il caso Ucraina: gran parte della propaganda russa ha puntato sull’idea che “mandare armi” a Kyiv fosse un atto di guerra, mentre restare neutrali fosse “per la pace”. Questo ha fatto breccia soprattutto a sinistra, tra chi applica alla geopolitica la logica del “cessate il fuoco” come fine in sé, ignorando che un cessate il fuoco non voluto da Mosca si tradurrebbe nella resa dell’Ucraina e nella cancellazione della sua sovranità.
Il caso Israele-Gaza: il meccanismo è lo stesso. L’assenza di una reale cultura strategica porta a vedere ogni risposta militare israeliana come “aggressione” e ogni azione terroristica come “reazione”. Il risultato è una narrazione dove gli aggressori diventano resistenti e gli Stati democratici diventano “regimi”.
Il caso NATO/UE: anni di narrativa sul “disarmo per la pace” hanno lasciato molti Paesi europei in condizioni di debolezza strutturale. Solo l’invasione russa ha risvegliato — in parte — la consapevolezza che non si può dipendere esclusivamente dalla buona volontà degli altri, né appaltare la propria sicurezza a potenze esterne. Ma il dibattito interno continua a riproporre formule ideologiche da anni ’70.
La disinformazione non inventa: amplifica pregiudizi. E questi pregiudizi nascono proprio dalla sovrapposizione errata tra morale interna e logica internazionale. Per combattere la propaganda non basta smentirla: serve una nuova cultura strategica diffusa, che parta dalle scuole e attraversi media, università e opinione pubblica.
Guerra cognitiva e populismo geopolitico
Nel mondo della politica internazionale, la propaganda non è un accessorio della guerra: è guerra. Una guerra a bassa intensità, combattuta nei territori della percezione pubblica, dell’opinione, della narrazione. Oggi più che mai, l’analfabetismo geopolitico diffuso in ampie fasce dell’opinione pubblica occidentale — spesso alimentato dalla confusione tra politica interna e internazionale — offre ai nemici strategici dell’Occidente un terreno di conquista ideale.
Come spiegava Waltz, «la struttura anarchica del sistema internazionale costringe gli Stati a preoccuparsi della sicurezza prima di ogni altra cosa». È in quest’ottica che vanno lette molte scelte di riarmo, di alleanze o di deterrenza, che all’opinione pubblica interna possono apparire controintuitive. Per Mearsheimer, «gli Stati non cercano la pace, ma la sopravvivenza in un sistema privo di arbitri», e dunque ogni appello al disarmo unilaterale o alla neutralità morale è non solo politicamente miope, ma strategicamente suicida.
Questo scarto tra linguaggio geopolitico e linguaggio pubblico è oggi lo spazio d’azione privilegiato delle campagne di disinformazione ibrida, in particolare della Federazione Russa. Nel suo Active Measures, Thomas Rid mostra come la Russia abbia ereditato dal KGB una sofisticata visione della manipolazione cognitiva, fatta di attivismo mediatico, infiltrazioni accademiche e sfruttamento dei social network. L’obiettivo non è convincere, ma confondere: creare rumore, indebolire il consenso interno alle democrazie e normalizzare il discorso autoritario.
Keir Giles, nel suo Handbook of Russian Information Warfare, chiarisce che la dottrina russa non distingue tra guerra e pace: tutto è conflitto. Gli strumenti dell’informazione, della cultura e dell’economia vengono integrati in una strategia di lungo periodo per erodere dall’interno la coesione degli Stati europei.
La “diplomazia parallela” — fatta di fondazioni culturali, convegni, influencer pseudo-indipendenti e think tank compiacenti — è lo strumento più silenzioso e pericoloso. Secondo le inchieste di Soldatov e Borogan, il Cremlino ha costruito una rete di “soft power sporco” in Europa, inclusa l’Italia, per creare sensibilità culturali filorusse sotto l’apparenza del pluralismo informativo.
In Italia, l’idea che “più armi portino più guerra” è stata ampiamente sfruttata dalla propaganda russa. È una distorsione del concetto di deterrenza, cardine del realismo. Dotarsi di armi non è una violazione della pace, ma — come insegnava Clausewitz — una condizione per mantenerla, perché riduce l’incentivo all’aggressione. Il pacifismo disarmato, spesso in buona fede, è in realtà una forma di populismo geopolitico che favorisce l’aggressore, indebolendo la deterrenza del potenziale aggredito.
Quando la Russia ha tagliato il gas, gran parte dell’opinione pubblica italiana ha attribuito la crisi alle “sanzioni europee” anziché al ricatto strategico di Mosca. Questo rovesciamento della causalità è uno dei grandi successi cognitivi del Cremlino, reso possibile dall’inconsistenza culturale del dibattito pubblico su energia e geopolitica.
Il successo della propaganda russa è potenziato da un ecosistema comunicativo dove i social network creano bolle cognitive impermeabili, in cui gli utenti ricevono solo contenuti coerenti con i propri bias emotivi. La narrativa russa non spiega: colpisce, stimola, indigna. Come ha osservato Dmitry Adamsky, la “spiritualità strategica” russa punta al controllo della verità percepita.
Nel cuore di questo scontro c’è una frattura epistemologica: l’Occidente pensa ancora che i fatti parlino da soli; Mosca sa che sono le emozioni a decidere cosa sia vero e cosa no. Da qui la costruzione di dicotomie morali — buoni contro cattivi, élite contro popoli — e di un moralismo anti-occidentale alternativo.
Un ulteriore paradosso si manifesta quando la propaganda sfrutta il senso di colpa dell’Occidente. La narrazione post-coloniale, spesso legittima nei suoi presupposti storici, viene strumentalizzata per giustificare l’autoritarismo attuale. Chi denuncia la guerra in Ucraina viene accusato di “doppi standard” per non aver condannato l’Iraq del 2003. Ma l’errore passato non giustifica l’aggressione presente. È una logica penitenziale che paralizza la coscienza democratica. La Russia sfrutta questa fragilità morale per insinuarsi nella frattura tra colpa storica e azione politica.
Un altro esempio penitenziale è il terrorismo islamista. In gran parte della narrativa occidentale, si è passati dal condannarlo come strategia criminale al giustificarlo come “risposta alle ingiustizie”. Ma la violenza jihadista è un progetto politico, non una reazione sociologica. Minimizzarne la natura ideologica serve solo a renderlo più accettabile.
Lo stesso vale per le guerre ibride: i tentativi russi di manipolare opinione pubblica e istituzioni occidentali non vengono trattati come minacce strategiche, ma come “effetti collaterali” della mancanza di dialogo. È il cortocircuito perfetto: l’aggressore ha sempre una scusa, e il difensore deve giustificarsi.
In questo schema, ogni sforzo occidentale per difendere l’ordine liberale è letto come imperialismo; ogni progetto autoritario, come “resistenza”. È la morte dell’analisi geopolitica, sostituita da una lettura moralistica e coloniale della realtà.
Non si tratta di “bene vs male”
Nessuna democrazia può reggere a lungo se la propria opinione pubblica ignora le basi della politica internazionale. In un sistema fondato sul consenso, la cultura strategica non può essere un affare da specialisti. Deve diventare parte del senso civico. Eppure, in gran parte dell’Occidente — e in Italia in particolare — la conoscenza delle dinamiche globali resta superficiale, emotiva, frammentaria.
Questo deficit cognitivo è il terreno ideale per le narrazioni ostili. Quando una società non sa distinguere prudenza da cinismo, deterrenza da violenza, realpolitik da complicità, diventa vulnerabile a ogni manipolazione. E quando ogni difesa dell’ordine liberale viene letta come imperialismo, lo spazio per il confronto razionale si dissolve.
Nel frattempo, la politica estera continua ad accadere: gli Stati si armano, formano alleanze, proiettano influenza, spesso senza consenso popolare. Questo genera un cortocircuito: governi costretti a gestire sfide strategiche con cittadini ostili a ogni forma di assertività internazionale. È un problema di legittimità democratica e di resilienza culturale.
Per colmare questo vuoto non bastano smentite o debunking. Serve costruire una nuova alfabetizzazione strategica: una grammatica della complessità, capace di spiegare perché certe scelte non sono solo legittime, ma necessarie. Bisogna tornare a raccontare cos’è davvero la politica internazionale — con i suoi paradossi, le sue asimmetrie, i suoi dilemmi — sottraendola alla superficialità virale dei social e alla logica binaria delle guerre morali.
Solo così si potrà evitare che il futuro delle democrazie venga deciso non sul campo di battaglia, ma nel vuoto delle coscienze.
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Interessante notare come invece i propagandisti filorussi e i pacifisti all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina (o ancora oggi probabilmente) usassero il termine “complessità” per giustificare il regime russo.
(Daniela Martino)
La sua riflessione sulla Realpolitik è molto interessante. Io la sposto sul caso Venezuela, Paese in cui vivo.
L’azione di Russia e Cina in Venezuela trascende la mera retorica di “aiuto” o “investimento”, configurandosi come un manuale pratico della Realpolitik delle grandi potenze. Sfruttando la natura anarchica del sistema internazionale, Mosca e Pechino proiettano la loro influenza e mirano a minare il blocco strategico occidentale.
Il Venezuela funge da perno cruciale contro l’influenza statunitense nel suo stesso “cortile di casa”. Mosca impiega una strategia di “Misure Attive” (Active Measures) che non punta a una vittoria militare diretta, ma all’erosione del consenso e alla normalizzazione del discorso autoritario, come teorizzato da Rid e Giles. Sostegno Militare e Deterrenza per Proxy: La fornitura di armamenti pesanti e la consulenza di sicurezza alle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane) non sono un atto di virtù, ma un crudo calcolo di realismo: aumentare i costi di un eventuale intervento statunitense. Ciò crea una deterrenza indiretta e lega indissolubilmente il regime a Mosca. Capovolgimento della Causalità tramite Propaganda: Media statali come RT e Sputnik martellano la narrativa che attribuisce la crisi economica esclusivamente alle “sanzioni criminali” USA. Questa mossa inverte la colpa della cattiva gestione, sfruttando l’ostilità anti-americana preesistente e trasformando la condanna della corruzione e del narcotraffico in un “tentativo di golpe imperialista”. “Soft Power Sporco” e Diplomazia Parallela: L’influenza russa si estende attraverso contratti petroliferi, miniere e l’uso insidioso di fondazioni e influencer locali. Questi soggetti finanziano convegni e narrazioni che legittimano il regime, creando una “sensibilità culturale filorussa” che confonde l’opinione pubblica internazionale sullo stato di diritto nel Paese. L’approccio di Pechino è marcatamente transazionale e geoeconomico. La sua preoccupazione primaria è la stabilità necessaria al rimborso dei debiti, prescindendo dall’ideologia del regime. La Trappola del Debito-Petrolio: Prestiti per decine di miliardi di dollari, spesso garantiti da forniture petrolifere future, hanno generato una dipendenza strutturale. Questa non è “assistenza”, ma una magistrale operazione di asset-grabbing che ipoteca la politica energetica venezuelana alla Cina. Astensione Politica, Azione Economica: La Cina mantiene la retorica della “non interferenza” alle Nazioni Unite (opponendosi alle sanzioni), ma sul campo agisce in modo estremamente interferente a livello economico, garantendosi l’accesso a materie prime strategiche e alla propria sicurezza energetica. Tecnologia e Sorveglianza: La fornitura di infrastrutture tecnologiche avanzate per il controllo sociale (come i sistemi di sorveglianza e l’expertise nella gestione dei dati) è un sostegno diretto alla resilienza interna del regime contro le pressioni democratiche. Conclusione: Nel caso Venezuela, Mosca e Pechino sono perfettamente allineate sulla grammatica della Realpolitik: il loro obiettivo è la sicurezza del potere globale, ottenuto minando l’influenza statunitense, non la moralità del regime. Esse contano sul fatto che l’Occidente si smarrisca tra il “dialogo morale” e la “resa strategica”. La lezione è lapalissiana: l’analfabetismo geopolitico è un costo che gli avversari fanno pagare due volte – in termini di successo della propaganda e di acquisizione di influenza strategica da parte di potenze che non si vincolano a regole morali. La purezza della Realpolitik è il loro più grande vantaggio.
Analisi impeccabile. In Italia ognuno guarda al suo orticello, senza capire che agiamo in un contesto globale, economicamente e politicamente.
Un esercito europeo dovrebbe essere la normale risposta, ma tutti i governi stentano a far passare questo concetto. Si vive ancora sotto l’illusione dell’ombrello NATO (leggasi USA), ma l’elezione di Trump ha fatto capire che l’Europa deve avere le proprie difese, indipendenti dagli Stati Uniti. E produrre le proprie armi.
Sul lungo termine la NATO deve diventare (tolto il Canada) un a coalizione di due stati (EU e USA)
articolo limpido per l’onesta chiarezza con cui viene descritta la situazione che siamo vivendo. aggiungo solo che il problema viene ulteriormente complicato non tanto e solo dall’ignoranza geopolitica media dell’opinione pubblica, ma soprattutto da quella dei “leader” e delle classi politiche