
Per lungo tempo, la disciplina delle Relazioni Internazionali ha operato su un presupposto implicito: l’esistenza di un ordine internazionale relativamente stabile, regolato da norme condivise, istituzioni multilaterali e meccanismi di gestione dei conflitti fondati sulla razionalità statale. Anche quando questo ordine veniva violato, si assumeva che la violazione fosse un’eccezione, non la regola; una deviazione temporanea da un sistema che, nel suo complesso, continuava a funzionare.
Oggi questa premessa non regge più. Non perché il mondo sia diventato improvvisamente irrazionale o caotico, ma perché l’ordine che si assumeva come riferimento non era un ordine universale. Era una configurazione storica specifica: la pax americana, interiorizzata dall’Occidente – e in particolare dall’Europa – come se fosse una struttura neutrale e permanente.
La crisi dell’Ucraina, la riemersione della guerra ad alta intensità in Europa, la postura assertiva degli Stati Uniti, l’ascesa strategica della Cina, la crisi sistemica dell’Iran, il collasso del Venezuela e la centralità crescente di leadership personalizzate e di altri centri di potere non rappresentano eventi isolati.
Sono manifestazioni convergenti di un mutamento più profondo: la dissoluzione dell’illusione normativa che ha guidato la lettura delle Relazioni Internazionali negli ultimi trent’anni.
In questo scenario, continuare a interpretare la politica globale attraverso categorie pensate per un mondo stabilizzato significa, a mio avviso, fraintendere la natura stessa del potere contemporaneo.
Gli strumenti che non funzionano più
Il primo elemento da riconoscere è che gli strumenti analitici tradizionali non sono semplicemente insufficienti: in molti casi sono fuorvianti. Il multilateralismo, il diritto internazionale, le istituzioni di governance globale e la diplomazia convenzionale sono stati progettati per gestire uno spazio internazionale de-securitizzato, in cui il conflitto armato era considerato un’anomalia da prevenire, non una variabile strutturale.
Questa architettura funzionava perché poggiava su una condizione precisa: la disponibilità degli Stati Uniti a garantire sicurezza, assorbire costi e agire come arbitro finale. Non era equilibrio, ma egemonia regolata. Quando questa condizione viene meno – o viene messa in discussione dagli stessi Stati Uniti – l’intero edificio perde coerenza.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è paralizzato non per un difetto procedurale, ma perché riflette una distribuzione del potere non più reale. Il diritto internazionale continua a esistere, ma opera sempre più come strumento selettivo, invocato quando utile e ignorato quando vincolante.
Le sanzioni economiche, un tempo percepite come leva decisiva, mostrano limiti evidenti in un sistema frammentato, in cui reti alternative di scambio e alleanze opportunistiche riducono la loro efficacia.
L’Unione Europea rappresenta il caso più emblematico di questa crisi. Potenza normativa senza potenza strategica, continua a parlare il linguaggio delle regole in un sistema che ha spostato il baricentro sulla decisione e sulla deterrenza.
Regola la tecnologia, ma non la controlla. Invoca l’ordine, ma non dispone dei mezzi per imporlo. Difende il diritto, ma non può garantirne l’applicazione.
La guerra in Ucraina ha reso evidente questo scarto: il sostegno militare e industriale conta più delle dichiarazioni; la capacità di sostenere un conflitto nel tempo vale più delle risoluzioni; la logistica e la produzione bellica tornano centrali.
Le Relazioni Internazionali non sono più governate dal principio di stabilità, ma da quello di resilienza competitiva.
Nuovi attori, nuovi strumenti
I grandi magnati della tecnologia – leader di conglomerati digitali, piattaforme globali, sistemi di IA – non agiscono come semplici attori economici. Definiscono standard, controllano flussi informativi, determinano ciò che è visibile, amplificabile, dicibile.
In molti casi, dispongono di una capacità di condizionamento superiore a quella di interi apparati statali, senza essere soggetti agli stessi vincoli di responsabilità politica o giuridica. È una forma di potere extra-statale sistemico, che le categorie classiche delle Relazioni Internazionali non sanno collocare.
L’intelligenza artificiale rappresenta il salto qualitativo. Non è solo una tecnologia strategica, ma un dispositivo di anticipazione: analizza comportamenti, prevede reazioni, orienta scelte prima che diventino consapevoli.
In ambito militare, informativo e politico, l’IA riduce il tempo tra percezione e decisione, alterando il rapporto tradizionale tra deliberazione e azione. Questo produce un effetto diretto sulla politica internazionale: chi governa l’algoritmo governa il contesto, non solo l’esito.
In parallelo, la leadership politica si personalizza perché il sistema lo richiede. Figure come Donald Trump non sono deviazioni irrazionali, ma adattamenti funzionali a un ambiente in cui il potere deve essere immediatamente riconoscibile, simbolicamente forte, comunicativamente dominante.
La sua postura – assertiva, conflittuale, bilaterale – risponde a una logica precisa: governare la percezione per governare lo spazio negoziale. Il messaggio precede l’accordo, la pressione precede il compromesso.
Questo vale anche oltre gli Stati Uniti. La Cina combina controllo tecnologico, infrastrutture digitali e pianificazione strategica per costruire dipendenza e influenza senza ricorrere allo scontro diretto.
L’Iran tenta di compensare la propria debolezza sistemica con strumenti asimmetrici, ma mostra i limiti di un modello incapace di competere sul piano tecnologico e comunicativo. Il Venezuela collassa perché perde il controllo delle reti – economiche, informative, simboliche – che tengono insieme il potere.
Un ulteriore elemento che segna la crisi delle categorie classiche delle Relazioni Internazionali è la sostituzione progressiva dei partiti tradizionali con movimenti politici a forte densità identitaria.
Non si tratta più di semplici correnti interne, ma di soggetti politici che precedono, eccedono e in alcuni casi svuotano le strutture partitiche formali. Il caso statunitense è emblematico: il movimento MAGA rappresenta oggi un attore politicamente più rilevante del Partito Repubblicano stesso.
Questi movimenti non funzionano secondo la logica organizzativa dei partiti novecenteschi. Non si fondano su iscritti, programmi strutturati o mediazioni interne, ma su lealtà simboliche, narrazioni identitarie e meccanismi di mobilitazione continua.
La leadership non è delegata, ma incarnata; il consenso non è negoziato, ma performato; la disciplina non è procedurale, ma emotiva. In questo senso, i movimenti non si limitano a contendere il potere ai partiti: ne occupano la funzione, riducendoli a infrastrutture residuali.
Dal punto di vista delle Relazioni Internazionali, ciò produce un effetto destabilizzante. I partiti erano attori relativamente prevedibili, inseriti in reti istituzionali e vincolati da compromessi interni ed esterni.
I movimenti, al contrario, operano secondo una razionalità diversa: rispondono più all’umore delle masse che alle esigenze di stabilità sistemica e tendono a riformulare costantemente interessi e priorità.
Ne deriva una politica estera meno lineare, più esposta a oscillazioni improvvise e a decisioni simbolicamente forti ma strategicamente non sempre coerenti.
Questo spiega perché figure come Trump non possano essere lette solo come leader di partito. Egli è il punto di condensazione di un movimento che produce vincoli politici più stringenti di quelli istituzionali.
Il Partito Repubblicano non disciplina il MAGA; è il MAGA a disciplinare il GOP. E questo schema tende a replicarsi, con forme diverse, anche in altri contesti.
Movimenti che non distruggono il sistema dall’esterno, ma lo rimodellano dall’interno, imponendo nuovi codici, nuovi linguaggi e nuove priorità.
Il risultato è un sistema internazionale in cui il potere non si misura solo in termini di risorse materiali, ma di capacità di orientare contesti cognitivi.
Le decisioni non scompaiono, ma arrivano dopo. Prima si governa lo spazio semantico, emotivo e tecnologico in cui quelle decisioni diventeranno accettabili, inevitabili o incontestabili.
È qui che la lettura classica delle Relazioni Internazionali fallisce: perché continua a cercare il potere dove esso non è più concentrato.
Evitare letture consolatorie
L’analisi condotta porta a una conclusione netta: la crisi attuale non è una crisi dell’ordine internazionale, ma una crisi delle categorie con cui lo si interpreta.
L’ordine che oggi viene rimpianto non era universale, ma egemonico; non era neutrale, ma storicamente funzionale a una specifica configurazione di potere.
La sua progressiva dissoluzione non genera automaticamente caos, bensì riporta la politica internazionale alla sua condizione strutturale: conflittuale, fluida, competitiva, attraversata da rapporti di forza mutevoli e da razionalità plurali.
In questo contesto, risulta fuorviante ricorrere a letture consolatorie fondate sulla patologizzazione del potere.
Ridurre le nuove leadership, i movimenti emergenti o le pratiche di rottura dell’ordine precedente a forme di irrazionalità, follia o deviazione significa sottrarsi al compito analitico.
La politica internazionale contemporanea non è il prodotto di attori “impazziti”, ma di soggetti che operano secondo logiche coerenti con un ambiente strategico profondamente mutato.
La patologizzazione non spiega: rassicura. E proprio per questo impedisce di comprendere.
Le Relazioni Internazionali, se vogliono restare uno strumento interpretativo efficace, devono dunque ampliare il proprio apparato concettuale.
Non è più sufficiente analizzare le decisioni formali; occorre studiare i processi attraverso cui si costruiscono le condizioni che rendono quelle decisioni necessarie, legittime o inevitabili.
Non basta più osservare le istituzioni; occorre interrogarsi sui vuoti di potere che esse lasciano e sugli attori – statali e non statali – che li occupano.
Non è più sufficiente invocare le regole; occorre comprendere chi dispone ancora della capacità materiale, simbolica e comunicativa di farle valere.
In questa prospettiva, la centralità della leadership, la dimensione performativa del potere, l’uso strategico della comunicazione e l’emergere di conflitti ibridi e permanenti non rappresentano anomalie del sistema, ma adattamenti funzionali a un contesto in cui la stabilità non è più garantita dall’inerzia dell’ordine.
La politica internazionale non ha perso razionalità: ha cambiato forma.
Comprendere questa trasformazione non equivale a legittimarla normativamente, ma a riconoscerla analiticamente. Senza questo passaggio, ogni tentativo di lettura del presente rischia di ridursi a un esercizio nostalgico, ancorato a un mondo che non esiste più e, proprio per questo, incapace di incidere sul reale.

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La facile diffusione di narrazioni e realtà alternative con la relativa influenza sulle idee di partiti ed elettorato, dimostra quanto il sistema attuale delle democrazie sia fragile.
Si crea quindi un paradosso: la separazione dei poteri e il sistema di istituzioni indipendenti non creano la fiducia necessaria nell’elettorato che ha scelto un dato programma legato a un certo partito o più partiti, siccome certe informazioni e decisioni non possono essere sotto il controllo diretto del partito o più partiti al governo e quindi la verità non può essere completa, secondo costoro.
Servono quindi più concentrazione di potere e scioglimento del sistema di garanzie e istituzioni che, secondo questi seguaci e teorizzatori, “impediscono” la reale consapevolezza dei fatti dato che le informazioni sparse e non centralizzate non possono garantire ciò.
Così si legittima un controllo delle informazioni e della società di tipo dittatoriale, che di fatto impedisce qualsiasi spiegazione ed evidenza della realtà che non sia la propria.
Ossia prendere atto che siamo tornati alla guerra di tutti contro tutti e che sarebbe meglio armarsi sino ai denti, oppure rassegnarsi ad inginocchiarsi. Una indigestione di realismo che non lascia scampo e che a questo punto possiamo trasferire anche all’interno dei singoli stati ( gli Usa di Trump hanno già cominciato a farlo) e…sopravviva il più forte