

Avvertenza: questo testo non è per tutti. Non è per chi non ha tempo da dedicare alla lettura e non è per chi preferisce illudersi che l’invincibile armata russa stia macinando successi e che quindi stia vincendo, come dice Marco Travaglio. Io, come leggo da molti altri analisti, ritengo che le cose per la Russia si stiano mettendo malissimo e che in Ucraina Mosca stia ormai improvvisando senza avere una chiara strategia che possa assicurare la sopravvivenza del Paese a guerra finita. Se avete voglia, buona lettura. Se non ne avete, mi limito ad augurarvi un buone feste.
“La guerra in Ucraina sta diventando il Vietnam di Putin”, titolava già a giugno del 2022 il Time, in un articolo nel quale sottolineava come Kyiv fosse riuscita sorprendentemente a ribaltare tutti i pronostici di una rapida vittoria della Russia che tutti, nelle primissime ore del conflitto, davano per scontata, vista la sproporzione di forze in campo.
Una vittoria totale che oggi tutti i propagandisti negano che Putin abbia mai realmente voluto perseguire, sebbene le immagini dei 60 km di carri armati alle porte di Kyiv siano note a tutti, così come l’appello ai militari ucraini affinché disarcionassero il presidente Zelensky durante l’assedio della capitale, mentre l’agenzia di Stato RIA Novosti, appena due giorni dopo l’inizio dell’invasione, pubblicava incautamente un articolo nel quale annunciava che la cancellazione dei confini tra i due Paesi era cosa fatta (“L’Ucraina è tornata in Russia”, scriveva Petr Akopov, aggiungendo che “un nuovo mondo sta nascendo davanti ai nostri occhi. L’operazione militare russa in Ucraina ha inaugurato una nuova era. La Russia sta ripristinando la sua unità: la tragedia del 1991, questa terribile catastrofe nella nostra storia, la sua dislocazione innaturale, è stata superata”), denunciando di fatto i piani del regime.
Da allora i paragoni tra la disastrosa impresa russa in Ucraina – la cui durata prevista originariamente variava dai tre giorni alle due settimane e che invece si appresta a entrare nel quinto anno – e quella americana nel Paese del Sud-Est asiatico tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta sono diventati sempre più frequenti, giustificati dalla costante ma complicatissima avanzata delle truppe di Mosca nella fascia sud-orientale del Paese e dagli ormai insostenibili costi umani, economici, sociali e reputazionali che l’immensa Federazione Russa sta sopportando nel tentativo vano di schiacciare un Paese che, ad inizio guerra, aveva un quarto dei suoi abitanti e un decimo del suo PIL.
Il quadro che è emerso già nei primi mesi di conflitto evidenzia la sconcertante approssimazione con la quale l’intervento è stato preparato dai servizi segreti, ignorando la sostanziale ostilità della popolazione nei confronti di un’ipotesi di ritorno del Paese nell’orbita russa, non tenendo conto degli elementi culturali ed identitari che l’Ucraina aveva sviluppato e rafforzato a partire dall’indipendenza del 1991 e sopravvalutando le capacità del proprio esercito, di certo numeroso, ma afflitto da macroscopiche inefficienze e da una corruzione diffusa.
Di lì il fallimento pressoché immediato e conclamato dello scopo principale dell’invasione, quello scritto da Akopov, ma anche dichiarato dallo stesso Putin nel suo celebre saggio “Sull’unità storica di russi e ucraini”, pubblicato alla fine del 2021 sul sito del Cremlino. In quello scritto è ben riassunta l’idea dello zar, secondo la quale l’Ucraina nella realtà non esiste come Stato a sé stante, ma è solo il frutto di incaute donazioni territoriali da parte di governanti sovietici. I più attenti osservatori avevano anche fatto notare come nel testo Putin si riferisse sempre all’Ucraina usando “?? [na] ???????” invece di “? [v] ???????”.
Tutt’altro che una sottigliezza linguistica, dal momento che solo la preposizione “?” viene utilizzata per indicare Stati sovrani, mentre “??” precede regioni o aree indefinite prive di confini fisici ed è per questo considerata una precisa scelta politica, sintomo di un approccio coloniale (non a caso cadde in disuso su richiesta espressa dell’Ucraina dopo l’uscita dall’Unione Sovietica).
Un fallimento, si diceva, che ne seguiva in realtà altri. E cioè il tentativo di instaurazione di un governo fantoccio nel 2004, sventato con la cosiddetta “Rivoluzione arancione”, e la decisione, dieci anni più tardi, di ostacolare il percorso di avvicinamento dell’Ucraina all’Unione Europea, che aveva portato alla Rivoluzione della dignità (nota anche come Euromaidan) e alla conseguente reazione militare di Mosca, che aveva annesso la Crimea e invaso per la prima volta il Donbas.
Da quei giorni di febbraio-marzo del 2022 è stato un susseguirsi di scelte contraddittorie, controproducenti, estemporanee sia sul piano militare sia su quello economico-finanziario, a riprova del fatto che il Cremlino non aveva messo in conto l’ipotesi di un insuccesso e non aveva quindi previsto un piano B.
Se si guarda oltre l’intenso lavoro che la propaganda – anche nostrana – sta portando avanti per inculcare nelle opinioni pubbliche la sensazione dell’inarrestabilità dell’avanzata russa e dunque dell’inevitabilità della sconfitta dell’Ucraina, contando sul fatto che il condizionamento della percezione collettiva influisca direttamente sulla scelta dei governi che attualmente supportano Kyiv, i dati reali sono che, a fronte di un 30% di territorio occupato nel momento clou dell’invasione nel 2022, oggi la superficie realmente sotto il controllo russo è intorno al 20% del totale e che l’invincibile armata di Mosca ha in realtà “masticato” l’1,45% di terre negli ultimi tre anni. Il tutto a un prezzo salatissimo, visto che si parla di oltre un milione di perdite tra morti e feriti e di una quantità esagerata di mezzi distrutti.
E alla situazione attuale si è arrivati, appunto, attraverso una sequenza di scelte catastrofiche, perché assunte per sopperire a improvvisi cambi di scenario, ma che mancavano di una caratteristica indispensabile per condurre qualunque guerra: la sostenibilità.
Dopo aver bruciato la quasi totalità delle truppe d’élite nei primi mesi di conflitto, la Russia ha infatti nell’ordine tentato una mobilitazione parziale (facendo scappare almeno un milione di persone all’estero), scarcerato delinquenti (ignorando le ricadute del loro rientro in società da uomini liberi), reclutato nord-coreani, cubani, caucasici, immigrati rastrellati nei cantieri, africani attirati con la promessa di lavori ordinari e invece spediti al fronte (acuendo la penuria di manodopera nell’edilizia e nelle imprese civili) e infine cominciato a strapagare una vasta platea di poveracci inesperti, mal addestrati e mal equipaggiati, convinti dalle amministrazioni delle repubbliche più remote della Federazione con la promessa di stipendi folli e bonus di arruolamento stratosferici, dissestando le casse di diverse regioni e impegnando lo Stato a pagare per i prossimi decenni pensioni alle famiglie dei caduti e indennità di invalidità ai feriti, in cambio di decine di migliaia di pezzi di carne da cannone, la cui aspettativa di vita, una volta giunti al fronte, scrivono alcuni blogger russi, si aggira intorno ai dodici giorni.
Anche quest’ultima scelta si sta peraltro rivelando tutt’altro che lungimirante, dal momento che, senza fondi, le “vocazioni” rischiano ora di scendere molto al di sotto della soglia di rimpiazzo delle perdite e il governo si è visto quindi costretto a varare una legge per obbligare tutti gli stranieri in ingresso e quelli già presenti a rendersi disponibili per l’arruolamento, iniziativa che presumibilmente scoraggerà l’immigrazione in un Paese in inarrestabile crisi demografica e che necessita di almeno un milione di persone l’anno per mandare avanti le fabbriche.
Sul piano economico le cose vanno forse anche peggio e l’approssimazione rischia di sfociare nel dilettantismo.
La propaganda ha avuto gioco facile nei primi tre anni di conflitto nel raccontare la crescita impetuosa del PIL, senza dire che era letteralmente “dopato” da una ipertrofica spesa pubblica, anche questa insostenibile nel medio periodo, vista l’impossibilità da parte di regimi autoritari di contrarre debiti sui mercati, non potendo offrire le stesse garanzie di solvibilità rispetto a una democrazia.
Questo ha, non a caso, portato all’esaurimento del National Wealth Fund, letteralmente i risparmi dello Stato, la cui liquidità è oggi sufficiente a finanziare a malapena un altro anno di bilancio in deficit, nel quale le spese militari e di sicurezza ormai rappresentano il 40% delle voci di spesa, e nel novembre scorso la Banca centrale ha dovuto iniziare a vendere le riserve strategiche di oro, altra scelta che manda pessimi segnali ai mercati e che, se prolungata nel tempo, rischia di sottrarre a Mosca l’ultimo strumento utile ad affrontare tempeste speculative e valutarie, spalancando così le porte a squilibri economico-finanziari potenzialmente distruttivi.
Nel frattempo l’immissione massiccia di capitali pubblici nel mercato interno e le paghe esagerate elargite ai militari hanno scatenato una corsa al rialzo dei salari, con conseguente crescita smisurata dei prezzi – si parla ancora oggi di un’inflazione reale del 21-22% su base annua, rispetto al 7,5% dichiarato, sul quale potrebbe influire anche l’annunciato aumento dell’IVA nel 2026 – e dei tassi di interesse, saliti fino al 21% e oggi attestatisi intorno al 16,5%, i quali hanno a loro volta strangolato le imprese civili, impossibilitate ad accedere al credito a costi sostenibili, costringendo alcune aziende alla chiusura ed altre a contrarre debiti che ora rischiano di diventare tossici.
Problematica paradossalmente simile è quella delle società del comparto militare, anch’esse indebitatesi oltre il consentito non a causa di tassi folli ma, al contrario, in virtù di una legge che sostanzialmente obbliga le banche a concedere loro prestiti anche in assenza di garanzie. Un meccanismo che condanna il Paese a un declino industriale sistemico dal quale è impossibile uscire, dal momento che l’abbassamento degli interessi e quindi dei rendimenti dei conti rischierebbe non solo di innescare una nuova spirale inflazionistica, ma anche di accelerare il collasso del sistema bancario, già previsto da un recente studio estremamente approfondito dell’economista Craig Kennedy.
Il dilettantismo geopolitico, o forse la scarsa percezione che un aspirante impero ha dei propri limiti, ha poi fatto il resto. Anni di appeasement e di tolleranza verso i crimini russi in Cecenia, Georgia, Siria e Ucraina da parte dell’Occidente avevano illuso l’establishment russo di poter marciare su Kyiv senza che questo suscitasse una reazione internazionale. L’effetto è stato invece quello di resuscitare quella NATO della quale il presidente francese Macron aveva decretato nel 2019 la “morte cerebrale” e che Putin diceva di voler allontanare dai propri confini, i quali sono invece raddoppiati dopo l’ingresso nell’alleanza atlantica di Finlandia e Svezia.
Sembra anche destinato a fallire il tentativo di soggiogare altre parti dell’ex impero sovietico, come i Baltici e la Polonia – in una bozza di accordo del 2021 la Russia proponeva la retrocessione della NATO ai confini del 1997 – ormai armati fino ai denti in vista di una possibile azione offensiva russa, in un contesto europeo nel quale la Russia è ormai vista come nemico strutturale, dichiarata Stato sponsor del terrorismo dal Parlamento UE, col quale sono stati tagliati i ponti commerciali e al quale sono stati imposti venti pacchetti di sanzioni che stanno mettendo sotto pressione sia l’economia sia la macchina bellica russa, incapace ad esempio di produrre aerei e artiglieria per mancanza di componentistica o per i prezzi stratosferici raggiunti dai ricambi a causa delle triangolazioni necessarie per eludere i blocchi.
E la distrazione ucraina ha nel frattempo impedito alla Russia di scongiurare il cambio di regime in Siria, dove è stato defenestrato l’alleato Assad, e di proteggere l’Iran dal “contenimento” degli ayatollah – a suon di bombe – deciso da Israele e USA, mentre anche le relazioni con Armenia e Azerbaijan si complicavano in favore della Turchia, compromettendo di fatto l’influenza di Mosca in due aree strategiche come il Medio Oriente e il Caucaso.
Da qualunque angolazione la si guardi, insomma, quella della guerra russa contro l’Ucraina, che ha portato anche conseguenze come l’incriminazione di Putin per un’ipotesi di reato infamante come il rapimento di bambini, con conseguente divieto di ingresso in 123 Paesi, e che per la prima volta dal ’45 sta causando bombardamenti sullo stesso territorio russo, visti i colpi sempre più efficaci e arditi da parte degli ucraini contro raffinerie, oleodotti, fabbriche, porti e aeroporti, è una storia di approssimazione, scelte sbagliate e catastrofiche sconfitte, che spesso hanno anche il volto di una foto scattata dal presidente ucraino a Kupyansk, località che la propaganda russa aveva dato per presa, provocando la derisione del mondo intero.
Sconfitte, va detto, ben camuffate da piccole avanzate tattiche costosissime, di scarso valore strategico, ma spacciate per prove della posizione di vantaggio che la Russia si è guadagnata nei futuri accordi di pace.
La verità è invece che il conto alla rovescia verso l’implosione ha iniziato a correre. E corre veloce anche a causa del crollo del prezzo del petrolio, tra le principali fonti di entrata per la Russia, e della totale assenza di una exit strategy rispetto a una guerra che ha reso tossica l’economia legandola alla spesa militare, senza che, anche in una prospettiva di pace, si intravedano possibilità di ritorno a un’industria civile, che di fatto non esiste più – persino le esportazioni di grano sono quasi dimezzate – e di ricollocazione di centinaia di migliaia di soldati abbrutiti dai campi di battaglia e che dovrebbero essere costretti o convinti a rinunciare a stipendi tripli rispetto alla media.
Il punto non è dunque se, ma quando il castello di carte crollerà, ancora una volta, a causa del bisogno insopprimibile della Russia di sentirsi impero. Con la sola differenza che quanti, dopo la caduta dell’URSS, aiutarono l’orso a rialzarsi sperando che imparasse a coesistere con il resto del mondo, stavolta potrebbero essere assai meno ben disposti.
L’unica piccola e temporanea vittoria, rispetto al Vietnam degli anni Sessanta, la Russia l’ha semmai finora ottenuta proprio sul piano della propaganda. Perché a “Yankees go home” di allora non corrisponde un “Putin go home” oggi. Anche se, dopo i flop di D’Orsi e le sempre più patetiche uscite di Travaglio e soci, anche qui il vento sta cambiando.
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Bravo. Analisi impeccabile.
COMPLIMENTI! analisi lucidissima!
Premesso che il nemico non va mai sottovalutato anche se appare e sembra in forte difficoltà, è ormai chiaro che una eventuale soluzione del conflitto in Ucraina si risolverà in base al livello di sopportazione della popolazione russa e alla resistenza e alla resilienza del sistema politico-economico.
Giusto e condivisibile.
La tigre nell’angolo è sempre pericolosissima.
Lo si vede dai rabbiosi attacchi ai civili di queste ore natalizie, dove l’assassino megalomane sta riversando tutta la letalità di cui dispone.
Ed è anche più pericoloso perché anziano, consapevole che i suoi servi oligarchi non gli concederebbero una pur ricca pensione.
Rendendolo così pronto a immolarsi assieme a tutto quel mondo che odia e disprezza.
In fondo ha dimostrato che della morte di milioni di persone a lui poco interessa.
Articolo esaltante.
Spero non ci sia rischio troppo grande di essere delusi.
A favore di Putin c’è la propaganda che ha infiltrato e inquinato vasta parte dell’Occidente, la vicinanza e sostegno fattuale di Trump, il sostegno effettivo dei Russi, almeno i moscoviti e sanpietrobughesi abbienti. La carne da macello la prendono dalle lontane province dell’impero e la loro voce non conta.
Mi auguro che la Sua previsione sia comunque esatta e, spero, a breve scadenza.
L’articolo, chiaro e preciso, pone indirettamente i riflettori sull’unica strategia funzionale al revanscismo russo: LA PROPAGANDA purtroppo appoggiata dal demente biondocrinato dell’attuale POTUS.
Mi auguro che il 2026 produca una postura proattiva dei tutti i membri UE nei confronti della guerra ibrida scatenata da #luridoputin e che ne derivi una reale azione diretta ad accelerarne la caduta
Condivido il tuo apprezzamento per la lucidità e la consueta completezza degli scritti di Marco.
Mi sfugge invece perché si possa pensare che sia interessante un confronto con personaggi che non sono neppure animati da un’ideologia malsana a favore dei mafiosi del Cremlino, quanto dalla busta paga che l’assassino Putin gli versa.
Secondo me, un loro parere sarebbe invece interessante, e utile, non fosse altro che per farli uscire ulteriormente allo scoperto. Convengo purtroppo che la peggiore incognita del momento sia rappresentata da Trump, il quale ha una fretta dannata di portare a casa risultati, per eminenti esclusive esigenze personali e interne (Epstein, MAGA, etc.)
È ogni giorno più evidente che la fine di questa aggressione e, auspicabilmente, il cambio di regime in Russia dovranno passare dal collasso totale dell’economia russa e dalla rivolta popolare (che finalmente manda forti segnali di contrarietà sia alla guerra che a Putin).
Paradossalmente trattare o concludere un accordo di pace in questo momento sarebbe solo un ricostituente per il dittatore, che nel giro di poco tempo, comincerebbe da capo.
Putin questo lo sa benissimo: non a caso – come vediamo dall’ossessiva, martellante narrativa russofila di “giornalisti”, politici corrotti e influencers – ha fatto pressioni colossali sui suoi propagandisti affinché convincano il mondo, noi, a firmare accordi malevoli.
Purtroppo in America c’è il suo fantoccio: Trump.
Questa è la vera incognita che incombe sull’Ucraina e su tutto il mondo democratico.
Una volta tanto, un articolo emblematico e decisamente fuori dal coro per chiarezza e sintesi, in evidente controtendenza con quanto espresso non solo dai soliti filo-putiniani, ma anche da molti – troppi – media generalisti, RAI inclusa, non da ultimo una variegata schiera di politici e “geopolitologi” nostrani, da vero e proprio orrido Circo Barnum. Il problema per tutti costoro è se si tratti di malafede o peggio, ma nello specifico sarebbe assai interessante coinvolgere il Caracciolo e il Barbero per avere da essi un illuminato parere in merito.