

Con l’attacco congiunto degli Stati Uniti e Israele alla Repubblica islamica dell’Iran non stiamo assistendo soltanto a un’escalation militare o a una crisi regionale.
Stiamo osservando la possibilità — ancora incerta ma storicamente plausibile — che si chiuda il ciclo politico aperto nel 1979.
Quando Ruhollah Khomeini rientrò a Teheran, non vinse soltanto contro lo Scià. Vinse contro un’intera architettura geopolitica. La rivoluzione iraniana non fu un semplice cambio di potere: fu la trasformazione di un’ideologia religiosa in struttura statale permanente. L’Islam politico divenne sistema, istituzione, dottrina di governo. Per quasi mezzo secolo la Repubblica Islamica ha rappresentato l’ultimo grande progetto rivoluzionario del Novecento ancora operativo come Stato.
Se quella costruzione dovesse incrinarsi o crollare sotto la pressione combinata di fattori interni ed esterni, non assisteremmo a una normale alternanza di potere. Si chiuderebbe un ciclo storico che ha inciso profondamente sugli equilibri del Medio Oriente e, indirettamente, sulla sicurezza europea.
La Repubblica Islamica non è un regime autoritario ordinario. È un sistema complesso che ha saputo combinare legittimazione religiosa e strumenti istituzionali moderni: elezioni controllate, Parlamento subordinato, Consiglio dei Guardiani come filtro politico, Guida Suprema come vertice incontestabile. Ha resistito a guerra, isolamento, sanzioni, proteste. Ha generato élite religiose e militari, strutture economiche parastatali, una cultura politica plasmata da quattro decenni di governo ideologico.
È per questo che la sua eventuale caduta avrebbe conseguenze che vanno ben oltre Teheran.
La dimensione interna: repressione e trasformazione
Sul piano interno, la Repubblica Islamica ha mantenuto il controllo attraverso una repressione sistematica del dissenso, con arresti, persecuzioni, condanne capitali e un uso strutturale della pena di morte come strumento politico. Una trasformazione radicale del sistema potrebbe interrompere questa prassi consolidata. Non equivarrebbe automaticamente a una democratizzazione piena, ma segnerebbe una discontinuità rispetto a un modello di governo fondato sull’autorità religiosa e sulla coercizione.
Le minoranze etniche — curdi, beluci, arabi del Khuzestan — hanno denunciato per anni discriminazioni e repressioni. Una ridefinizione dell’assetto statuale potrebbe aprire spazi per un nuovo equilibrio tra centro e periferie, pur con il rischio di tensioni identitarie e territoriali in una fase di transizione.
La dimensione nucleare e la sicurezza regionale
Un cambiamento di regime inciderebbe inevitabilmente anche sul programma nucleare, oggetto di controversie e sanzioni internazionali per anni. Una leadership meno ideologica potrebbe abbandonare la traiettoria di confronto permanente o sottoporre stabilmente il programma a controllo internazionale. Per Israele e per gli Stati del Golfo ciò significherebbe una riduzione sostanziale del rischio strategico percepito.
L’asse Teheran–Mosca–Pechino
Negli ultimi anni l’Iran ha consolidato una cooperazione strategica con Russia e Cina, configurando un asse informale di potenze autoritarie e revisioniste dell’assetto internazionale post-guerra fredda. La fornitura di droni alla Federazione Russa, impiegati nel conflitto ucraino contro infrastrutture e aree civili, ha rappresentato un tassello concreto di questa convergenza.
Una caduta del regime o una sua radicale trasformazione indebolirebbe uno dei pilastri di questo blocco. Per l’Europa, significherebbe non soltanto una potenziale riduzione indiretta della capacità militare russa, ma anche una modifica dell’architettura delle alleanze anti-occidentali.
Lo scacchiere mediorientale: la fine dell’asse ideologico
Il punto forse più delicato riguarda la proiezione regionale.
Per quasi mezzo secolo l’Iran è stato il principale sponsor statale di una rete di attori non statali: Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi nello Yemen. Questa rete non è stata un elemento accessorio, ma la spina dorsale della strategia iraniana di deterrenza asimmetrica e influenza indiretta.
Un indebolimento strutturale di Teheran ridurrebbe in modo significativo la capacità di coordinamento, finanziamento e armamento di queste organizzazioni. Non ne comporterebbe necessariamente la scomparsa, ma ne modificherebbe il peso e l’autonomia. L’intero equilibrio di potere in Libano, Siria, Iraq e Yemen sarebbe soggetto a rinegoziazione.
Parallelamente, negli ultimi anni si è osservata una trasformazione nel blocco sunnita. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri attori del Golfo hanno progressivamente spostato l’attenzione dalla competizione ideologica alla stabilità economica, alla diversificazione produttiva, alla costruzione di hub finanziari e tecnologici. La logica è sempre più quella dell’integrazione economica e dei rapporti di business con l’Occidente e, in alcuni casi, con Israele.
Un Iran meno ideologico o temporaneamente indebolito potrebbe accelerare questa fase. Potrebbe consolidare una stagione in cui la competizione regionale si sposta dal terreno confessionale a quello economico. Tuttavia, anche qui l’esito non sarebbe lineare: la scomparsa di un centro di gravità sciita rivoluzionario potrebbe aprire nuovi spazi di competizione tra Stati per l’influenza in aree fragili come Iraq e Siria.
L’Iran ha funzionato anche come fattore di deterrenza indiretta. La sua capacità di attivare attori non statali ha imposto limiti alle ambizioni di altri. La sua caduta potrebbe generare un vuoto che qualcuno cercherebbe di colmare.
Una fase di ridefinizione, non una promessa automatica
Il paradosso è evidente: la fine della Repubblica Islamica potrebbe rendere il Medio Oriente e l’Europa più sicuri sotto diversi profili — nucleare, sostegno a milizie armate, cooperazione militare con la Russia — ma non garantirebbe automaticamente stabilità.
Le rivoluzioni lunghe mezzo secolo non si dissolvono senza lasciare eredità strutturali. È plausibile che una fase di transizione venga guidata da attori già radicati nel sistema: apparati di sicurezza, segmenti pragmatici dell’establishment, strutture militari con capacità organizzativa. Il passaggio potrebbe condurre a un’autorità meno dottrinaria e più nazionale, ma non necessariamente a un ordine liberale.
Ciò che è certo è che non si tratterebbe di un evento circoscritto.
Sarebbe la conclusione del ciclo inaugurato nel 1979, quando l’Islam politico divenne architettura statale e alternativa ideologica all’ordine occidentale. Per il Medio Oriente significherebbe riscrivere equilibri costruiti in decenni di confronto armato. Per l’Europa significherebbe confrontarsi con un contesto strategico potenzialmente meno ideologico ma ancora complesso. Per l’Iran significherebbe ridefinire la propria identità oltre la rivoluzione che lo ha definito per due generazioni.
Non si tratta soltanto di valutare se un regime possa cadere.
Si tratta di comprendere che, qualora accadesse, si chiuderebbe l’ultimo grande progetto rivoluzionario del Novecento ancora operativo come Stato — e si aprirebbe una fase di ridefinizione dell’architettura della sicurezza internazionale destinata a segnare una generazione.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Visione lucida e oggettiva. Intanto godiamoci la scomparsa di Khamenei. Ottima giornata. Nadia
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Non si chiuderebbe solo un progetto rivoluzionario. Probabilmente si chiuderebbe anche, almeno per epoche a venire, l’antica ansia di verità degli sciiti e la loro ambizione di riaffermazione storica, che risale al 630 d.C. Nella monumentale analisi di Vali Nasr in THE SHIA REVIVAL è descritta perfettamente. Non si può quindi sottovalutare la questione religiosa, che è sottostante all’impalcatura ideologica. Per gli sciiti non si tratta solo di dar via un sistema di potere, insomma, ma di rinunciare ancora una volta e sottomettersi di nuovo agli omayyadi odierni. Non facile.