

L’altro ieri ho sottotitolato in inglese il video dell’intervento di Carlo Calenda a Piazzapulita. E mi sono accorto di una cosa: in Occidente c’è un’enorme sete di contrasto alla propaganda russa.
Enorme.

Innanzitutto, il video ha avuto, in parte inaspettatamente, una grandissima diffusione. Al momento ha totalizzato 3,7 milioni di visualizzazioni, è stato rilanciato da personalità come Anne Applebaum ed il Premio Nobel per la Pace 2022 Oleksandra Matviichuk, oltre che da giornalisti ed analisti di fama internazionale.

A giudicare dal feedback ricevuto, i concetti ricorrenti sono stati: “finalmente”, “è una boccata d’aria fresca”, “vorrei vedere più spesso cose del genere nei media occidentali”. È chiaro che queste parole esprimono una mancanza.



Ma allora, cos’è che manca e che molte persone hanno ritrovato nell’intervento di Carlo Calenda?
Credo che rispondere a questa domanda possa essere utile per tracciare una strada non solo giusta, ma anche politicamente redditizia da percorrere. E non escludo che possa essere una delle chiavi per scalfire il muro dell’astensionismo, perché è chiaro come il contrasto alla propaganda russa stia diventando sempre più popolare. E più diventa popolare, più diventerà diffuso, innescando finalmente quel circolo virtuoso di cui il sistema mediatico-informativo italiano ha assoluto bisogno.



A parere di chi scrive, le ragioni per cui l’intervento di Calenda ha avuto così tanto successo sono essenzialmente quattro:
1) Calenda da Formigli si è tolto i guanti bianchi.
Ho la netta percezione che molte persone siano davvero stufe del risalto continuamente dato alle menzogne, alla propaganda e ai loro alfieri. Perché iniziano a rendersi conto, sempre di più, sia dei danni che ciò sta arrecando alle nostre società, sia del fatto che arrecare tali danni è esattamente l’obiettivo di attori a noi ostili. Dove per “noi” intendo l’Occidente democratico.
Sì, è un “noi contro loro”. E piaccia o non piaccia, questa cosa in politica funziona sempre. La buona notizia è che in questo caso “loro” non è un capro espiatorio o un nemico immaginario, ma una serie di personaggi, se vogliamo, un intero ecosistema mediatico, che agisce violando scientemente il perimetro delle libertà democratiche, in primis la libertà di parola, ignorando il concetto di responsabilità in relazione ad esse. La guerra ibrida è pericolosa proprio perché va a sfilacciare i limiti della democrazia, rendendoli più sfumati e indebolendola.
Consentire che questo accada così diffusamente e senza alcuna assunzione di responsabilità, in nome di un’ingenua e fuorviante interpretazione del concetto di “libertà d’espressione”, è uno degli equivoci che possono diventare la tomba della democrazia.
Anche basta.
Questo “anche basta” giovedì ha trovato voce in quei “sì, secondo me stai mentendo”, “stai facendo propaganda putiniana”, “non è vero che su Maidan ci possono essere tante interpretazioni diverse (e, sottinteso, ugualmente degne)”. E questo “anche basta” ha trovato voce non in modo aggressivo (ogni tanto serve anche quello) e spiacevole, ma in modo fermo, diretto e, soprattutto, appassionato. Vedere un politico che crede nelle proprie battaglie è qualcosa che generalmente viene molto apprezzato.
2) I fatti e la logica sopra la retorica ed il complottismo.
Sui temi della presunta mancanza di diplomazia europea e sulla genesi di Maidan, la retorica di Sachs è svanita nel nulla, ed il suo complottismo è apparso stantio e ridicolo.
Da questo punto di vista, è fondamentale conoscere minuziosamente i fatti. I propagandisti e i falsari sono generalmente molto preparati, perché una bugia dev’essere ben strutturata per poterla tenere in piedi. Dall’altra parte, invece, si tende a pensare che la realtà si regga da sola. Ed è così, in teoria, a meno che tu non abbia di fronte qualcuno che vuole cercare di demolirla e di piegarla alle proprie bugie (perché vi è venuto in mente proprio Travaglio?). Serve quindi un’impalcatura di conoscenze molto robusta, in grado di resistere agli urti della retorica e della mistificazione.
Avere chiari i fatti, inoltre, facilita la comunicazione. Quindi sì, bisogna studiare. Specie nell’era dell’information warfare.
Da questo punto di vista, Calenda in puntata ha mostrato molta naturalezza, perché alcuni dei fatti di cui parlava li ha vissuti in prima persona quando era Ministro. Su Minsk poteva fare meglio, ma nel complesso è risultato efficace.
È importante inoltre analizzare i talking point ricorrenti nei discorsi dei propagandisti, per capire sia da cosa difendersi, sia i punti deboli del loro castello di menzogne. Serve infine conoscere le strategie e le tecniche di propaganda, per poterle contrastare al meglio. Una delle tecniche più usate è il benaltrismo: i propagandisti tendenzialmente cercano di fuggire nel proprio campo. Calenda su questo ci è un po’ cascato, ha assecondato le derive benaltriste di Sachs, ma si è ripreso molto bene in seguito.
Nel complesso, è sembrato che Calenda sapesse di cosa stava parlando. Ed è riuscito a fornire informazioni inquadrandole in una cornice logica. Sachs è invece sembrato il solito mistificatore complottista. Almeno, agli occhi di chi ha l’intelligenza di comprenderlo.
3) Calenda ha mostrato di combattere una battaglia giusta.
È la ragione più ovvia, ma in un’epoca in cui il relativismo sembra fagocitare ogni cosa, è bene non darla per scontata. Mostrare di battersi sostenuti da un sistema ideale e valoriale sano, saldo, coerente e in cui le persone possano rispecchiarsi (le battaglie identitarie di minoranza della sinistra spesso non funzionano per questo) è una scelta che, alla lunga, paga.
4) Comunicazione efficace.
Questo, in parte, è un dono innato, ma in gran parte è qualcosa su cui si può e si deve lavorare. È un aspetto da curare con attenzione.
Anche qui: i mistificatori sono spesso bravi comunicatori, per le ragioni sopra indicate. Ma soprattutto, una cosa che le persone non sopportano davvero più nel confronto politico (altra cosa è il linguaggio istituzionale) è il politichese, i giri di parole infiniti ed inutili.
Quel tempo è finito.
Ecco, da questo punto di vista Calenda è apparso diretto, appassionato e sincero. Tutte qualità che oggi pagano. Inoltre le persone apprezzano l’onestà intellettuale. L’autocritica di Calenda (“andare in Russia è stato l’errore della mia vita”) è stata ben accolta.
La conclusione di questa vicenda è che l’insofferenza nei confronti dei propagandisti russi è sempre più evidente. Era inevitabile che accadesse.
Il treno del filorussismo è perdente. E lo è anche il treno dell’ambiguità e della debolezza su questo tema. Politici e giornalisti devono prenderne atto.
Portarsi a casa lo scalpo di un propagandista russo oggi sta diventando sempre più popolare. È successo con Sachs, succederà con altri.
Serve essere determinati. Preparati. Intelligenti.
Leggi anche:
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

La cosa ancor più deprimente – e pericolosa – è vedere che non solo il giornalismo di parte, ma anche i media “generalisti” nazionali non sono immuni dalla disinformazione, in aggiunta al fatto che sin troppo spesso scopiazzano – male – le informazioni provenienti da altrove.
applausi