

Promesse elettorali senza coperture, deficit mascherato da miracolo fiscale, debito scaricato sul futuro. La proposta rilanciata dalla Fondazione Luigi Einaudi a sostegno di un disegno di legge presentato nel 2023 da Carlo Cottarelli, chiede una cosa semplice: obbligare i partiti a dire prima del voto quanto costano davvero i loro programmi e come intendono finanziarli.
Negli annali delle citazioni economiche spicca senz’altro, per la sua efficace dialettica, quella di Milton Friedman – Nobel per l’economia – sui quattro possibili modi di spendere il denaro.
Il primo modo – argomentava Friedman – è quando spendi il tuo denaro per comprare qualcosa per te stesso. In questo caso starai attento sia alla qualità, sia al prezzo del bene o servizio acquistato.
Il secondo modo è quando spendi il tuo denaro per qualcun altro, ad esempio per fare un regalo. Starai attento al costo del prodotto, meno alla sua qualità.
Il terzo modo è quando spendi il denaro di qualcun altro per te stesso. In questo caso starai attento alla qualità, meno al prezzo.
Il quarto modo è quando spendi il denaro degli altri per qualcun altro. È il caso della spesa pubblica: in genere la modalità meno efficiente, perché chi spende non è direttamente toccato né dalla spesa né dal suo beneficio.
Ora, il tema del controllo della spesa pubblica dovrebbe occupare una posizione di primo piano in Italia per almeno due motivi.
Il primo concerne la circostanza che negli ultimi anni si è susseguita una congerie di proposte economiche – a sinistra come a destra, Movimento 5 Stelle compreso – senza alcun carattere di organicità, con impatti devastanti sui conti pubblici.
Il secondo motivo è che siamo il Paese con il più alto debito pubblico d’Europa, il cui valore in rapporto al Pil è di circa il 137 per cento.
Questi due elementi espongono l’Italia ai classici due rischi di un debito pubblico elevato: la solvibilità dello Stato potrebbe essere messa in discussione; e si potrebbero manifestare conseguenze negative per il sistema economico per via della necessità di finanziare il debito in scadenza con l’emissione di titoli pubblici che sottraggono risorse finanziarie – il risparmio dei privati – alle attività produttive. L’effetto è noto in economia come crowding out.
Ciò senza contare il costo del servizio del debito: il governo deve reperire ogni anno circa 80 miliardi di euro per far fronte al pagamento degli interessi sui titoli di Stato emessi e non ancora rimborsati.
Purtroppo, tali argomenti hanno sino a oggi avuto scarsa rilevanza nel confronto politico, perché i difensori del deficit, quando non i suoi apologeti, affollano tutto l’arco costituzionale italiano.
Alla domanda “Dove troverete le risorse?”, quasi tutti i politici rispondono che le risorse deriveranno dagli effetti stessi delle loro misure, che daranno lavoro a milioni di persone, aumenteranno il reddito di chi già lavora e, con le tasse su questi redditi aggiuntivi, finanzieranno le maggiori spese.
Peccato che questo sia un coacervo di effetti economici ipotizzati da teorie economiche di destra e di sinistra – più o meno bislacche – che difficilmente trovano riscontro nella realtà.
Se poi il politico di turno è a digiuno di teoria economica, potrà sempre contare sugli immancabili refrain della riduzione degli sprechi e del contrasto all’evasione fiscale. Film già visti.
In realtà, molti sanno in partenza di raccontare barzellette, e che le misure saranno finanziate facendo ricorso al deficit, rinviando ad infinitum quelle decisioni scomode che consentirebbero di ridurre l’elevato debito pubblico che ci espone a costi e rischi molto alti.
È questo il copione recitato nel corso delle due ultime campagne elettorali, del 2018 e del 2022. Quasi nessuna delle forze politiche in campo ha avuto l’accortezza di indicare le fonti di finanziamento delle misure proposte.
Tutti concordano, poi, nell’affermare che si pagano troppe tasse. Ed è verissimo, visto che la pressione fiscale in Italia è pari al 43 per cento del Pil. Tuttavia, c’è sempre molta reticenza nello specificare il significato del rapporto tra pressione fiscale e spesa pubblica.
La pressione fiscale è infatti alta perché alta è la spesa pubblica. E le risorse non piovono da Marte, ma sono lì, a disposizione del prelievo fiscale, perché qualcuno le ha prodotte.
Ecco, quando si ripropone il mantra della “riduzione delle tasse” – l’iniziatore in era moderna è stato Berlusconi – bisogna partire da qui. Le tasse si riducono solo riducendo la spesa pubblica o – non detto – aumentando il debito pubblico. A parità di spesa non ci potrà essere una riduzione delle tasse. È una mera questione aritmetica.
Ovviamente, è facile – perché popolare – porre l’accento sulla riduzione delle imposte senza dire nulla della riduzione della spesa.
Alla luce di tutto ciò, la Fondazione Luigi Einaudi ha lanciato una petizione popolare a sostegno di un disegno di legge presentato nel 2023 da Carlo Cottarelli, prima che si dimettesse da senatore.
La proposta – rimasta in un cassetto – dal titolo “Misure per la trasparenza dei programmi elettorali dei partiti”, ha l’obiettivo di obbligare i partiti a fornire nel dettaglio le coperture delle singole voci di spesa indicate nei loro programmi elettorali.
La novità importante, che sarebbe introdotta con la legge, è che la valutazione della congruità dei dati forniti dai partiti verrebbe effettuata dall’Ufficio parlamentare di bilancio prima delle elezioni.
Sarebbe infatti lo stesso Ufficio a rendere pubblica sul proprio sito la valutazione sull’attendibilità delle stime fornite dai partiti circa l’impatto delle misure proposte sui conti pubblici, dando agli elettori la possibilità di fare le proprie valutazioni.
La raccolta di firme vuole indurre i vari gruppi parlamentari ad “adottare” il disegno di legge facendolo approvare dalle Camere. Per questo è importante che la petizione sia sostenuta dal maggior numero possibile di sottoscrizioni, che esprimerebbero una civile e matura domanda di trasparenza.
L’approvazione della legge sarebbe un segnale forte e chiaro ai leader populisti: è giunta l’ora di cominciare a costruire il consenso intorno alla verità, e non sulla “truffa” dell’elettorato, continuando a proporre soluzioni che costano decine di miliardi – con il Superbonus edilizio abbiamo sforato le centinaia di miliardi! – senza fornire spiegazioni realistiche della loro incidenza sui conti dello Stato e su come trovare il denaro per finanziarle.
I politici dovranno trovare il coraggio di dire la verità agli elettori, e sulla base di essa acquisire il necessario benestare per le riforme ritenute opportune.
Per attuare i loro programmi, i partiti potranno pure proporre misure in deficit che si scaricheranno sul debito pubblico – articolo 81 della Costituzione permettendo. Basterà saperlo.
Clicca sull’immagine per firmare la petizione

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