

Da giorni, i titoli di molti giornali italiani celebrano un funerale: “Ucraina mai così vicina al collasso”, “La carriera di Zelensky è finita, già si pensa al successore”, “Diserzioni e ritirate: Kiev è al collasso”. È un coro sorprendentemente uniforme, peccato che è un coro soprattutto “italiano”, come ha notato qualche giorno fa sul Foglio Paola Peduzzi.
Perché, se si confrontano i titoli italiani con quelli della stampa internazionale, si nota una differenza: mentre in Italia si suona già il de profundis per l’Ucraina (e non è la prima volta, beninteso), all’estero la questione è trattata per quello che realmente è, cioè una crisi gravissima ma non definitiva, inserita dentro una guerra di logoramento che logora tutti, non solo Zelensky.

Il punto di caduta è lo scandalo Energoatom, l’inchiesta che ha scoperchiato un sistema di mazzette nel cuore del settore nucleare ucraino, con un danno stimato attorno ai cento milioni di dollari. Un caso enorme, il più grave dalla primavera scorsa, capace di scuotere la fiducia nella leadership di Zelensky e di preoccupare i partner europei.
Ma mentre all’estero si usa un linguaggio severo ma calibrato — “scandalo che scuote la presidenza”, “fiducia erosa”, “momento delicatissimo”, “pressione estrema” — sui giornali italiani siamo già alla resa dei conti, al collasso, al crollo definitivo.
In alcuni casi i titoli sono indistinguibili — parola per parola — dalla propaganda ufficiale del Cremlino. È un corto circuito che dovrebbe mettere a disagio chiunque abbia un’idea minima della differenza tra giornalismo e amplificazione di una narrativa ostile. In Italia è chiedere troppo.
All’estero la Reuters, AP News, The Guardian, Le Monde, Washington Post parlano della gravità dello scandalo, dell’indebolimento politico del presidente, del malcontento dei partner europei e del rischio che la corruzione alimenti sfiducia interna. Ma nessuno certifica la morte dell’Ucraina. Nessuno scrive che “la carriera politica di Zelensky è finita”. Nessuno dichiara, con la sicurezza del chiaroveggente, che il Paese è “sull’orlo dell’implosione”. Gli analisti internazionali mantengono un tratto che da noi sembra essersi perso: la distinzione tra un rischio concreto e un esito già scritto.
Lorenzo Cremonesi, sul Corriere della Sera, quando decide d’intervistare il politologo ucraino Yaroslav Hrytsak per sentirsi dire che “Non siamo mai stati così vicini al rischio del collasso nazionale” non può essersi dimenticato che già un anno fa lo stesso Hrytsak gli aveva espresso giudizi non esattamente lusinghieri nei confronti di Zelensky, sottolineando – e siamo nell’ottobre 2024! – che rispetto a possibili elezioni presidenziali “gli ultimi sondaggi indicano in netto vantaggio l’ex capo delle forze armate, Valerij Zaluzhny”.

Non si vuole mettere in dubbio la buona fede di Cremonesi né quella delle consolidate opinioni di Hrytsak su Zelensky ma era proprio necessario farne un titolo collegandolo alla situazione di questi giorni?
Ne abbiamo già scritto: l’inchiesta Energoatom mostra, per l’ennesima volta, che l’Ucraina resta un Paese ad altissimo tasso di corruzione, dove pezzi dell’apparato statale continuano a comportarsi come predoni anche in piena guerra.
Ma mostra anche che esistono agenzie anticorruzione capaci di indagare, ministri costretti alle dimissioni, proteste civiche che inducono il governo a fare dietro front, e un conflitto politico interno tra chi vuole uno Stato di diritto e chi vuole perseverare nel saccheggio permanente. È un quadro molto più complesso di quello proposto dai nostri titoli a effetto: non un Paese che si disintegra, ma un Paese che combatte due guerre contemporaneamente — contro l’invasore e contro la propria storia e i propri costumi.
Perché allora in Italia si preferisce raccontare solo il lato più cupo della vicenda? Ci sono almeno due spiegazioni. La prima riguarda l’uso politico interno del caso ucraino, che rende conveniente alimentare l’idea che “non ha senso aiutare un Paese corrotto e perdente”. Si veda le dichiarazioni di Matteo Salvini di cui abbiamo parlato ieri.
La seconda certifica la permeabilità della nostra informazione alle narrazioni altrui che trovano eco in una cultura giornalistica pigra e conformista che spesso è abituata a scambiare la propaganda ufficiale con i fatti (il ministero della salute di Gaza ancora ringrazia). Avviene lo stesso quando le tesi delle procure vengono riportate dai giornali come verità di fatto, prim’ancora di celebrare i processi.
Non si tratta di difendere Zelensky — che ha commesso errori, ha gestito male alcuni dossier, e oggi è più vulnerabile che mai — né di minimizzare la portata della corruzione in Ucraina. Si tratterebbe di guardare il mondo com’è, non come ci conviene raccontarlo: l’Ucraina è in difficoltà seria, la sua leadership è sotto assedio, e la fatica di guerra si sente. Ma trasformare tutto questo nell’ennesima disintegrazione ucraina non aiuta a capire cosa sta succedendo. Al contrario: fa un favore enorme a chi ha tutto l’interesse a far credere che Kiev sia già caduta.
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Grazie Filippo Piperno.
La cosa che mi indigna nel profondo e per cui non trovo giustificazione è che qualcuno (la maggioranza) sostenga le ragioni di Putin, invasore, aggressore, torturatore, sterminatore di civili nelle case, negli ospedali, negli asili, contro la volontà e il coraggio degli Ucraini di difendere la propria libertà.
E che questo abominio sia istigato e fomentato, con poche eccezioni, dalla stampa scritta e parlata mi fa perdere la poca residua fiducia nella redenzione dell’umanità.
Forse a scuola non si studia più il Risorgimento e VIVA VERDI significa solo un appoggio, spesso malriposto, a qualche associazione ambientalista.
Se parliamo di chi gestisce la rete di giornali e di canali televisivi di cui parte il Corriere, è chiaro che la ricerca della polemica e l’uso strumentale dei titoli ad effetto sono parte più di una strategia di business rispetto al voler divulgare un’informazione imparziale.
Ma non è solo il Corriere quando si parla di Ucraina, è il tentativo di rimanere equidistanti nel riportare le notizie con le parti coinvolte nel conflitto. Quando però di equidistante c’è ben poco, anche se chiaramente pure l’Ucraina ha la propria propaganda per tutelare le proprie istituzioni e chi è al comando. Ma nulla al confronto con quello che proviene dalla Russia, con i giornali italiani sempre a riportare le citazioni e le dichiarazioni.
Forse per un certo “rispetto” nei confronti della potenza o ex, ma che nasconde invece un possibile timore a criticare e per una parte esiste persino ammirazione. Così come avviene alla fine anche nei confini interni con questa o quella parte politica favorita alla linea editoriale e da cui in vari casi dipende economicamente e non solo.
Da tanto tempo ormai nin mi fido più dell’informazione nostrana, ragion per cui cerco di attingere a fonti plurime, peraltro tutte straniere. Aggiungo che, in maniera più o meno esplicita (pericolosa quella meno), assisto ad un filo-russismo strisciante, a tutti i livelli socio-culturali. Mi rattrista affermarlo: nella generalità, la nostra è una società molto info-analfabeta, mediamente disinteressata ai preoccupanti fatti attuali, terreno assai fertile per la disinformazione, di cui si sta parlando molto di questi tempi. Complimenti sinceri per l’onesta chiarezza!