
Una parte non piccola del mondo cattolico guarda oggi al liberalismo come a un sistema esausto: individualista, materialista, incapace di generare legami e senso. Da qui nasce una contiguità di ambiente, quando non una vera e propria simpatia intellettuale, per correnti di pensiero politico cosiddette “post-liberali”, un universo variegato che va dai teorici americani come N. S. Lyons e R. Reno, fino ad autori accademici come Patrick Deneen.
Pur diversi tra loro, essi condividono una diagnosi: la società aperta sarebbe una macchina che produce individui isolati, dove i “valori deboli” – tolleranza, pluralismo, neutralità – dissolvono ogni identità. A questo modello si opporrebbe la riscoperta di radici forti, comunità coese, appartenenze che definiscono chi siamo. Non pochi cattolici trovano persuasiva questa critica, perché essa sembra voler ridare “carne” all’umano contro l’astrazione della libertà liberale, che non riesce a rispondere alla fame di comunità delle persone.
Ma c’è un problema, che emerge con chiarezza quando si osserva chi oggi, da destra e da sinistra, si scaglia contro la “libertà borghese”. Non è solo la destra estrema a evocare identità forti in chiave esclusivista; anche una parte della sinistra progressista – quella che per comodità chiamiamo woke – giudica la libertà liberale come fittizia: una finzione a supporto dell’“élite bianca”, etero, capitalista, occidentale.
In fondo, entrambe le parti rimproverano al liberalismo la stessa colpa: lasciare la libertà troppo indeterminata. Il risultato è paradossale: i movimenti che promettono più libertà finiscono per volerla amministrare, regolamentare, certificare, dettagliare. Nasce così una burocrazia della libertà, con codici linguistici obbligatori, ortodossie geopolitiche, appartenenze morali imprescindibili. La libertà esiste, purché si usi il lessico giusto, si professino le idee corrette, si appartenga al gruppo autorizzato.
Il post-liberalismo, da destra come da sinistra, mira allora a specificare la libertà il più possibile: dire cosa sia, da dove venga e quali limiti debba rispettare. Ma una libertà troppo specificata è una libertà a rischio. È qui che si intravede la contraddizione. Per riconsegnare all’uomo una vita “piena”, la libertà viene ancorata all’origine: la comunità nazionale, l’identità culturale, l’orientamento di genere, la classe sociale. Diventa libertà dentro l’appartenenza, non libertà della persona.
È una concezione che non libera, ma restituisce l’individuo a un destino scritto prima della nascita. In fondo, gli slogan di battaglia della Woke Right e della Woke Left – rispettivamente “esistono solo maschi e femmine” e “basta col sesso assegnato alla nascita” – sembrano opposti, ma condividono la stessa struttura: connettono l’identità a un unico fattore esterno. Nel primo caso decide solo la biologia, nel secondo solo la società.
In entrambi, la persona non è più reale soggetto della propria storia, ma oggetto di una definizione rigida. È una forma di determinismo speculare: cambia solo il criterio.
Se questo è l’orizzonte da tener presente, si nota una adulterazione della grammatica cristiana. Nel Vangelo, la persona non è definita dall’origine: «né da carne né da sangue», dice Gesù a Nicodemo. Non si negano i legami (familiari, di tribù), ma si aprono a una novità che li trasforma. L’identità non è un recinto, ma un compito; non una genealogia da venerare, ma una vocazione da costruire. La chiamata di Dio apre una discontinuità.
Una delle possibili traduzioni politiche di questa intuizione, certo limitata e difettosa, è la libertà liberale: imperfetta, minimalista, spesso deludente, e proprio per questo preziosa. In essa non c’è un’autorità che decide chi sei, né una legge che stabilisce quali parole devi usare, quale religione confessare, o quale visione della storia abbracciare. Esistono vincoli, certo, ma a nessuno di questi è dato potere assoluto.
Qui vale la pena richiamare un testo capitale del magistero recente: il discorso di Benedetto XVI al Parlamento britannico, a Westminster Hall (2010). In quelle pagine, Ratzinger afferma che l’ordine politico non nasce dalla rivelazione religiosa, ma dalla ragione pubblica: la religione, semmai, può offrire un “correttivo” quando la ragione si fa tirannica (su questo, ovviamente, c’è da dibattere).
La fede illumina le coscienze, ma non detiene, per rivelazione, un modello unico di società. È un punto decisivo: se la politica dipendesse direttamente da un’origine sacra o identitaria, sarebbero l’appartenenza o la rivelazione – non la ragione – a stabilire l’assetto della vita comune. Dire che “nelle radici sta il destino” significa, in fondo, trasformare la storia in teologia civile.
È ciò che accade quando nazioni, etnie, tradizioni o ideologie assumono carattere quasi religioso: l’origine diventa dogma, e la libertà si riduce a conformità. L’opposto della libertà cristiana. E, paradossalmente, l’opposto della migliore tradizione politica moderna. Quando l’origine decide il futuro, la persona perde il suo centro.
Non è un caso che i modelli più lontani dalla dignità umana – e ne abbiamo uno sotto gli occhi: il sistema di controllo sociale cinese – siano forme di post-liberalismo integrale, dove l’individuo è funzione del corpo collettivo e la libertà è concessione, non diritto.
Non tutti i cattolici critici del liberalismo desiderano questo esito, ovviamente. Anzi, la maggior parte, in buona fede, reagisce legittimamente alle carenze del liberalismo recente: l’individualismo anemico, la frammentazione sociale, la mercificazione del mondo. È comprensibile, e in parte giusto, chiedere un liberalismo più comunitario, più attento ai legami e alla solidarietà.
Il punto non è screditare la critica, ma proteggerla dal rischio che le sue stesse parole diventino argomenti utili al progetto che intende contestare: rischio oggi molto concreto. Se si liquida la libertà borghese come “vuota”, si prepara il terreno a chi vuole riempirla di contenuti obbligatori: civili, morali o identitari.
Parliamo delle derive trumpiane, di quelle putiniane o del nuovo progressismo reazionario di sinistra. È la strada che trasforma la libertà in schiavitù, in un significante vuoto, dal momento che il destino è nell’origine.
La libertà liberale è modesta: non dice chi devi essere, non pretende di darti un’etica, non ti assegna un gruppo d’appartenenza. È la libertà della persona che non appartiene a nessun potere. Si può criticarla, si può migliorarla, ma non è saggio abbandonarla.
Perché dovremmo saperlo meglio di altri: quando la libertà deve passare per l’autorizzazione del gruppo, i primi a pagarne il prezzo sono sempre i non allineati. E tra questi, spesso, ci sono proprio i credenti.
Per questo i cattolici devono fare pace col liberalismo: non con le sue caricature, ma con la sua anima. La libertà come spazio della coscienza, come vocazione dell’uomo, come rischio necessario perché la fede sia autentica e la persona sia più del suo passato.
Una società aperta non è perfetta, ma è quella in cui la dignità non dipende dalla genealogia, e il futuro non è proprietà della tribù. È quella in cui ciascuno può diventare ciò che ancora non è – ed è precisamente il modo più cristiano di stare nella storia.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
