
Luca Lovisolo è ricercatore indipendente di diritto e relazioni internazionali e traduttore. Ha scritto il volume Gli imperi non vogliono morire. I viaggi in Ucraina di Luca Lovisolo, tra la Rivoluzione del Majdan e la ripresa della guerra nel 2022
Uno sarebbe abbastanza, eppure nell’accordo di pace di Trump per la Palestina ci sono almeno due elefanti nel negozio di porcellane: Hamas e l’Iran.
Il documento in venti punti, negoziato tra Stati Uniti e Israele con il benestare di altri soggetti regionali, si basa in essenza sulla disponibilità di Hamas a rinunciare alla violenza e a ritirarsi dal teatro palestinese anche sul piano politico.
Hamas sta correndo sulla via del successo: pur indebolito nella Striscia di Gaza, ha consolidato il proprio prestigio sulla scena globale. L’attacco contro Israele del 7 ottobre 2023 gli ha fruttato un credito politico da parte di Stati che in precedenza esitavano a riconoscere uno “Stato palestinese” – perché ciò che i governi occidentali hanno riconosciuto nelle settimane scorse, dinanzi alle Nazioni Unite, è la Palestina di Hamas, che piaccia loro ammetterlo o no.
Le patetiche rassicurazioni di Starmer e di Macron, secondo cui nel fantomatico Stato arabo-palestinese da loro riconosciuto “non vi è posto per Hamas”, sono contraddette dalla realtà sul terreno e sembrano partire dal presupposto che la controparte, l’Autorità nazionale palestinese, sia un gregge di agnellini. Sappiamo che non lo è.
Hamas gode del sostegno di ampi settori dell’intellighenzia e dell’opinione pubblica occidentali; queste affermano di dimostrare per solidarietà con la popolazione civile nella Striscia di Gaza, ma in realtà condividono gli slogan e la visione di Hamas sullo status della Palestina. A dimostrarlo, se ve ne era bisogno, c’è il fatto che le manifestazioni cosiddette “propal” continuano anche dopo la decisione del cessate il fuoco. Perché Hamas dovrebbe gettare la spugna proprio adesso?
Trascuriamo la questione del governo di Gaza dopo l’entrata in vigore del piano di pace e, per prudenza, limitiamoci allo stato attuale delle cose. Il piano di pace è stato negoziato tra Israele e gli Stati Uniti. I due Paesi sono in disaccordo su vari aspetti, ma di principio si trovano sullo stesso lato del conflitto. È interesse comune degli Stati della regione che Hamas venga tacitato. Per questo, il piano Trump-Netanyahu gode di consenso anche presso attori locali di solito poco inclini alla pacificazione. L’Iran non condivide tale interesse e continua a garantire il proprio sostegno a questo e ad altri gruppi terroristici.
La resa di Hamas dipende in particolare da due presupposti:
a) Israele, con la sua offensiva terrestre, ha indebolito Hamas al punto da costringerlo a rinunciare a future azioni?
b) Gli attacchi di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran hanno intimidito il regime dei mullah al punto che Teheran ora voglia o deva astenersi dal sostenere i gruppi terroristici della regione?
Non irrilevante è anche la posizione del Qatar, dinanzi al quale Netanyahu ha dovuto scusarsi per gli attacchi aerei di inizio settembre. Se Hamas non cederà, dice il piano in venti punti, la guerra continuerà, cioè non cambierà nulla.
Pare che durante i negoziati si sia dato per scontato che Hamas si atterrà a un piano che non ha contribuito a scrivere e che lo costringe a rinunciare alla sua lotta per una “Palestina libera dal fiume al mare”, proprio in un momento di ascesa politica. È possibile che Hamas venga costretto a ritirarsi dalla Palestina per la forza prevalente degli eventi. E’ più difficile immaginare che sia pronto a disperdere il capitale di consenso che ha rastrellato in questi due anni in Occidente, in particolare in Europa, dove, per due anni, centinaia di migliaia di persone si sono riversate in strada urlando i suoi slogan. Innestandosi su posizioni ereditate dalla Weltanschauung sovietica, politici, intellettuali e operatori dei media occidentali – in Italia più che altrove – hanno costruito sulla narrativa di Hamas rendite di posizione alle quali non rinunceranno con facilità.
Tre uomini presunti affiliati di Hamas sono stati arrestati a Berlino nei giorni scorsi, intenti a trafficare armi per un attentato; a Bruxelles è stato sventato appena in tempo un attentato di matrice islamista, da condurre con l’uso di un drone, ai danni del primo ministro belga. Colpisce quanto in Europa si consideri il terrorismo mediorientale come un fatto estraneo alla nostra realtà, benché il recente passato ci abbia dato dolorose lezioni troppo in fretta dimenticate.
La novità dell’accordo Trump-Netanyahu, rispetto ai precedenti e fallimentari acc0rdi per la regolazione del conflitto arabo-israeliano, è la percezione che i Paesi arabi si siano convinti a scaricare Hamas e che quest’ultimo, in conseguenza, si veda costretto a rinunciare alla lotta armata, almeno in Palestina.
In caso contrario, ogni progetto di ricostruzione e riorganizzazione politica dei territori arabo-palestinesi resterà irrealizzabile, perché la guerra, come unico mezzo in grado sconfiggere Hamas, rimarrà senza alternative praticabili.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Naturalmente la risposta è NO a entrambe le domande.