Perché gli intellettuali italiani odiano l’Occidente? Non c’è un solo fattore a cui dare la ‘colpa’, ma il risultato è che oggi, nel 2024, la classe intellettuale che scrive sui giornali, si impegna, milita nelle piazze, discute nei talk show, è accumunata da una un’idea di fondo: l’occidente sta morendo, e noi dobbiamo facilitargli il trapasso.
La quantità di professori universitari, scrittori e filosofi, che interrogati sul destino dell’Occidente affilano le unghie e lanciano tremendi j’accuse contro l’America, la NATO e l’uomo bianco è effettivamente impressionante. Va detto che, come diceva Pasolini, ogni uomo detesta il potere che subisce, ed è quindi naturale che chi più sa, più duramente giudichi le malefatte della società a cui appartiene, era così anche per Dante e Socrate. Ma Dante e Socrate, pur nella loro contestazione, non arrivavano certo ad applaudire chi minacciava di radere al suolo Firenze o Atene. Eppure, quando all’intellettuale italiano viene data la parola, si esso D’Orsi, o Di Cesare, o Montanari, o Bompiani, il copione si ripete identico: qualunque strage faccia Putin o Sinwar, qualsiasi sia la minaccia della Cina o dell’Iran, il motivo di fondo risiede sempre nella sete di guerra e usurpazione di un Occidente privo di valori, a cui i popoli del mondo, in fondo più puri di noi, fanno resistenza.
Sebbene le cause di questa insofferenza verso sé stessi siano molteplici, una responsabilità enorme è da attribuire ai post-strutturalisti francesi del secondo novecento. Deleuze, Derrida, pensatori tanto affascinanti da leggere quanto nefasta è stata la loro eredità, per arrivare a Foucault, grande filosofo in vita, morto in un’aura da guru religioso. Per semplificare al massimo, Foucault dimostra come qualsiasi aspetto della società (lo stato, la prigione, la famiglia, il sesso, la moda, la gentilezza) sia un costrutto artificiale che ci allontana dallo stato di natura. Tale costrutto è opera del potere, ed il sommo potere è il capitalismo. Va da sé che, intrecciata questa visione del mondo con la teoria marxista, gli eredi di Foucault (pensiamo alla filosofa Judith Butler, la madrina della dottrina gender, tornata alla ribalta negli ultimi mesi per aver definito il massacro del 7 ottobre “non un atto terrorista, ma di resistenza”) hanno costruito il loro pensiero intorno all’idea che qualsiasi struttura della società umana sia pregna di capitalistica cattiveria, sia essa Google o la pizza. E qui non si esagera, perché anche una bella mozzarella è il risultato di un’ignobile usurpazione: “Alleviamo una mucca, poi rubiamo il latte che lei produce per il suo vitellino, e lo mettiamo nel nostro caffè e nei nostri cereali” disse quasi in lacrime il grande Joaquin Phoenix la notte degli Oscar 2020 davanti ad una commossa platea di star. Dal post-strutturalismo al veganesimo è un attimo.
Sommato tutto ciò alla cultura cattolica, per sua definizione anti-modernista e anti-tecnologica, ecco che l’intellettuale italiano, per essere definito tale, non può che annusare in ogni sussulto di modernità l’odore di zolfo del capitale, che sia l’intelligenza artificiale o i missili di Elon Musk, il quale, all’epoca dei tagli al personale del fu Twitter, era stato definito da una persona acuta come Massimo Gramellini: “l’ultimo travestimento dell’antico padrone delle ferriere” (a Twitter i livelli lavorativi più bassi sono pagati 80.000$ annui, i data scientist di alto livello circa mezzo milione, proprio come gli operai descritti da Dickens). È quindi chiaro che in risposta all’attacco di Putin all’Ucraina qualsiasi azione da parte dell’Occidente è di per sé strumento della violenza capitalistica.
Pertanto, una volta destrutturato il problema (Putin non è un santo, ma la NATO…) che fare? Se ogni reazione è struttura del capitale, allora l’inazione è la panacea di tutti i mali. Quindi via agli scioperi globali per la pace, l’esaltazione della resa, “né con Putin né con la Nato”, insomma un’intera generazione di dotti che ha devolto la propria vita alla conoscenza divenuta baluardo di fesserie inaudite. “È ovvio che predichi la pace, è un intellettuale, che cosa dovrebbe dire?” disse una volta Massimo Giannini in una disperata difesa di Carlo Rovelli, parafrasando: è un intellettuale, non può che dire idiozie.
Il risultato dell’abbraccio al post-strutturalismo da parte di gran parte degli intellettuali italiani ha prodotto due risultati terribili. Il primo: piuttosto che essere la coscienza critica del mondo, gli intellettuali hanno deciso di vivere fuori dal mondo, rifugiandosi in utopie impossibili e quindi rendendosi inutili. Secondo: esattamente come Foucault criticava il cristianesimo ma subiva il fascino dell’ayatollah Khomeini, gli intellettuali sono arrivati a disprezzare talmente tanto le strutture dell’occidente da innamorarsi più o meno inconsciamente delle società dittatoriali e teocratiche, vedendo in quei ‘buoni selvaggi’ l’alternativa ad un mondo che non accettano di capire.
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Lo stupore guida i nostri sforzi verso la conoscenza- dicevano già gli antichi pensatori Greci- e lo stupore non finisce di coglierci di fronte alla “fenomenologia antioccidentale” ben descritta in quest’articolo. Penso anch’io che le fonti siano plurime. Ma la tentazione di trovare una linea di congiunzione unitaria è forte. A questo proposito, solo un’osservazione: cos’è che contraddistingue la civiltà occidentale, e specificamente la cultura europea nel corso della sua storia almeno dalla fine del Medioevo? E’ la straordinaria propensione al pensiero autocritico, all’inesausto scandaglio su di sé, alla “crisi” come elemento costitutivo del nostro approccio al mondo. Ebbene, questo autentico motivo di orgoglio si rovescia- nelle menti più mediocri o in quelle più esaltate nel solipsismo- in rigurgito suicida, in odio di sé ed esaltazione dei valori opposti. E allora agli occhi di questa intellettualità vanno bene Putin e i pretacci iraniani…
Sono d’accordo con molte cose scritte nell’articolo, ma vorrei fare due osservazioni.
La prima è che mi sembra forzato includere la Chiesa Cattolica nel novero delle forze anti-occidentali: da sempre i cattolici hanno sottolineato che la civiltà occidentale ha radici cristiane, e non mi sembra che abbiano ancora cambiato idea. (Qualcuno ha letto lo splendido libro di Ratzinger “L’Europa di Benedetto”?)
Inoltre mi chiedo: c’è una evidente scollatura tra gli intellettuali citati nell’articolo e il popolo, perché il 99% degli italiani non ha mai letto nulla di questi personaggi. Com’è allora stato possibile che abbiano potuto influenzare in maniera così profonda il pensiero dell’uomo comune? Ci ne è stato vettore, e perché è stato così efficace?
Osservazioni intelligenti, meritevoli di riflessione. Sul pensiero cattolico di fronte all’Occidente: mi sembra che l’atteggiamento non sia monolitico e che sviluppi almeno due linee diverse, perfino opposte. Una è quella che dice Lei, la consapevolezza della storia comune di cattolicesimo e Europa. L’altra è forse più cristiano-tradizionalista che cattolica e ha un perimetro geografico più largo di quello europeo occidentale, fino a comprendere l’ortodossia russa. In questo secondo approccio, l’ispirazione religiosa è in netto contrasto con la storia del pensiero critico e scientifico così tipico della nostra tradizione. E’ atteggiamento anti-moderno per eccellenza. E (non so se “spiega”…) è coerente con almeno alcune delle simpatie per Putin e con altri analoghi “vendicatori” dell’ “arroganza” occidentale…
Ragionamento di una chiarezza disarmante…