


In Italia il lavoro è stato trasformato da scelta e responsabilità individuale a diritto da garantire. Una deriva culturale che svuota il merito, separa vita e lavoro e impone la retorica del “lavoratore” sopra la persona. Superarla è la vera sfida liberale.
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Non si tratta dell’enunciazione di un principio o di un diritto: definisce invece il cardine dello Stato. Non a caso si tratta dell’articolo uno, quello con cui si apre la Carta.
Secondo la cultura catto-comunista che ispirò e al contempo imbrigliò i costituenti, il lavoro non sarebbe dunque una scelta, neppure un’opportunità, neppure il frutto della propria intraprendenza. Non qualcosa da immaginare, inventare, costruire, neppure la fonte della propria realizzazione. No: rappresenterebbe innanzitutto una sorta di diritto inalienabile che qualcuno (lo Stato?) dovrebbe garantire.
Come accade per tutto ciò che non si conquista e si pretende garantito, anche il lavoro, così inteso, diventando puro diritto, perde il suo valore originario. Tanto che, normalmente, neppure ci si domanda se il proprio stipendio è ragionevolmente commisurato al valore aggiunto che si produce: lo stipendio, come il lavoro, secondo questa concezione, va preteso prima che meritato.
Questa cultura ha concorso alla diffusione dell’idea secondo la quale la vita lavorativa e quella personale sarebbero separate: la prima costituirebbe, in fondo, il nobile sacrificio necessario per potersi godere le meritate gioie della seconda.
Secondo questa concezione, il lavoro assurge a una dimensione spirituale e il cosiddetto “lavoratore” a figura retorica dominante, i cui bisogni diventano preminenti rispetto alle esigenze e aspettative del cittadino inteso come persona a tutto tondo. Si tratta di una vera e propria mistica del lavoro che ha permeato l’intera società.
Un esempio? Pensate alle code in tangenziale, quelle procurate dai blocchi dei militanti di ultima generazione et similia. Qual è l’argomento più utilizzato dagli automobilisti imbottigliati per convincerli a lasciare il passo? Il lavoro: “sto andando a lavorare!”.
Questo si dice. Di fronte alla preghiera di un “lavoratore”, anche il più intransigente dei ribelli potrebbe intenerirsi. Cosa che di certo non accadrebbe se qualche ingenuo provasse a dire “sto andando a trovare mia mamma” o “devo andare dal mio fidanzato” o, peggio, “sto andando a fare un giro”. Sarebbe probabilmente deriso: i bisogni della persona non contano quanto quelli del lavoratore.
La rivoluzione liberale che Silvio Berlusconi annunciò e non realizzò, e della quale c’è più che mai bisogno, passa anche attraverso il superamento di questo conformismo.
Esso non sarà debellato se sostituito da nuovi conformismi, ma se si affermeranno i valori della libertà di impresa e della responsabilità individuale.
Da questo punto di vista, la modalità prescrittiva e normativa con cui vengono proposti nel mondo dell’impresa i temi della sostenibilità, dell’inclusione e della parità di genere non promette granché di buono.
Eppure, se interpretati in modo davvero innovativo, questi temi rappresenterebbero formidabili fattori di emancipazione, in quanto spianerebbero finalmente la strada all’affermazione di una leadership estesa a una più ampia porzione di popolazione aziendale, condizione favorevole per un esercizio diffuso della libertà e della responsabilità individuale.
Da questo punto di vista, non solo le forze politiche liberali, ma anche le imprese possono giocare un ruolo molto significativo come vettori di cambiamento culturale, a condizione che non si appiattiscano su una compliance tutta formale e dimostrativa con le norme che regolamentano la Corporate Social Responsibility.
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