


Per Alessandro Chelo la crisi del bipolarismo non si supera rifugiandosi in un terzo polo autoreferenziale. Per inaugurare una nuova stagione liberale occorre tornare all’ispirazione originaria di Forza Italia, favorire la maturazione di Giorgia Meloni e costruire una proposta capace di coniugare governabilità, crescita e innovazione.
L’intervista che il professor Ceccanti ha rilasciato a Giulio Massa (“Senza ballottaggio la legge elettorale premierà le estreme”, InOltre, 22 luglio), pur trattando il tema del sistema elettorale da un punto di vista costituzionale e legislativo, ha in effetti posto un tema politico: quale ruolo possono avere i centristi, se gli estremismi sono destinati a farla da padrone?
Ne è derivato un dibattito che io stesso ho contribuito ad alimentare (“Meno opinionisti, più politici: le alleanze vanno costruite adesso”, InOltre, 23 luglio), incentrato in particolare sul ruolo del cosiddetto terzo polo.
Michele Magno si è interrogato sul tema (“Il bipolarismo del ‘o mangi questa minestra, o salti dalla finestra’”), mettendo in evidenza come “l’esperienza ormai ultratrentennale del bipolarismo «all’italiana» dimostra (…) che le forze moderate e riformiste, atlantiste ed europeiste, hanno coabitato da gregarie dentro schieramenti dominati o dal sovranismo (a destra) o dal movimentismo massimalista (a sinistra)”.
Questa considerazione porta Magno a formulare una domanda retorica: se il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin si unisse a uno dei due schieramenti che oggi competono per il potere, avrebbero lo spazio che meritano le sue idee sul libero mercato, sulla riduzione della spesa pubblica, sul primato della produttività per aumentare i salari e sbloccare la quasi stagnazione del Paese?
La scontata risposta negativa a questo interrogativo porterebbe a considerare con favore l’unica realistica via percorribile, quella di una proposta politica indipendente dai due schieramenti oggi prevalenti.
Per quanto mi riguarda, osservo come, a partire dagli anni Novanta e fino al 2018, Forza Italia fosse il primo partito della coalizione di centrodestra e ne avesse l’indiscussa leadership.
Forza Italia, in quanto partito riformatore, atlantista ed europeista, non ha dunque “coabitato in uno schieramento dominato dal sovranismo”, ha semmai guidato la coalizione, una coalizione fondata, certo, sull’alleanza strategica con forze di destra.
Che poi l’allora leader di Forza Italia e della coalizione, Silvio Berlusconi, non abbia dato concretamente vita all’annunciata rivoluzione liberale è tutta un’altra questione che ha tutte altre ragioni.
D’altro canto, sostanzialmente negli stessi anni, il programma elettorale della coalizione a guida PD prevedeva liberalizzazioni, apertura dei mercati, più concorrenza, riduzione della spesa pubblica e, udite udite, rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio.
Insomma, la preminenza delle posizioni più estreme nelle due coalizioni è un fatto relativamente recente. Questa considerazione porta a pensare che l’autoesclusione delle forze liberali dalle due coalizioni non sia conseguenza della preponderanza delle posizioni sovraniste e massimaliste, ma semmai ne sia in buona parte la causa.
Magno ha tutte le ragioni quando, concludendo il suo articolo, dice che “la cosiddetta governabilità, se correttamente intesa come virtuosa combinazione tra stabilità dei governi ed efficacia decisionale, non discende mai da una legge elettorale, bensì dalla cultura politica dei partiti, dalla composizione delle coalizioni e dalla qualità delle leadership”.
Bene, è proprio così. Quindi, indipendentemente da ciò che prevederà il testo finale della nuova legge elettorale, occorre interrogarsi su ciò di cui davvero ha bisogno il nostro Paese per provare a invertire la rotta e tornare a crescere.
La mia opinione è che sia necessario scavallare la fase storica postbellica, fondata sull’incontro fra mondo politico cattolico e mondo politico comunista (divenuta a dir poco inattuale), e dare vita a una coraggiosa svolta liberale.
Come si fa? Chiudendosi in un teatro a discettare di quanto conti o non conti l’ego di questo o quel protagonista? No.
Con chi si fa? Con gli eredi di quel patto cattocomunista che da fattore di sviluppo è divenuto zavorra bloccante e che siamo oggi chiamati a risolvere? No.
Si esca da quei teatri autoreferenziali, ci si liberi dei pregiudizi che, liberali o non liberali, tuttora attanagliano quei palchi frequentati quasi esclusivamente da ex PD delusi, si riparta dall’ispirazione originaria di Forza Italia e si favorisca l’ulteriore maturazione di Giorgia Meloni.
Così facendo, si renderà forse possibile che l’affermazione di una nuova fase storica, politica e culturale del Paese non si compia per il gusto della rivincita, ma all’insegna dell’intento innovatore.
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Sull’atlantismo di Forza Italia sono molti i rilievi possibili, basti citare la forte amicizia tra Berlusconi e il criminale Vladimir Putin, i balletti con Gheddafi ecc. Amicizia non solo su un piano personale, ma legame strategico su più punti essenziali, per esempio quello energetico e finanziario con i grandi affari di Intesa e Unicredit in Russia.
Altrettanti rilievi possono essere fatti sul liberalismo di Forza Italia con il peso nel partito di figure come Gasparri (e molti altri) che di liberale non hanno nulla e anche meno di nulla e infatti di riforme e riformismo dal partito dell’imprenditore di Arcore se n’è visto ben poco.
Quanto alla “maturazione” di Giorgia Meloni pesa il precedente di Gianfranco Fini, maturazione finita malissimo anche grazie a Forza Italia. Meloni resterà quindi sempre ancorata a personaggini come il Galeazzo, i Donzelli e i Dal Mastro vari o i vecchi collezionisti di busti alla La Russa, piazzato nel posto sbagliato a ricoprire una carica per cui non ha sia le competenze che la consapevolezza istituzionale.
La maturazione Giorgia la pagherebbe cara, spuntano già ora i Vannacci come funghi in compagnia di Alemanni assortiti e son pronti a fotterle un 10% dell’elettorato facendo il verso ad AfD e dintorni e con i servizi russi, attivissimi in Italia, pronti a dar una mano sostanziosa. Vannacci&c son forze costitutivamente illiberali ed entreranno in una eventuale coalizione di (centro?)destra dopo elezioni del 2027. Matematico.
Infine il balletto, piuttosto disgustoso per il mio palato, che ha coinvolto Meloni, Salvini e Vannacci e la destra tutta intorno alla condanna di Mario Roggero, certifica un’attitudine decisamente populista e non certo incline al liberalismo, che sia nel campo largo, che nello schieramento meloniano è solo un belletto da sfoggiare (come l’atlantismo) nelle occasioni giuste, per poi chiuderlo a chiave nello sgabuzzino, quando si flirta con i gioiellieri cowboy o con il criminale al Cremlino.