

C’è una frase del cancelliere tedesco Friedrich Merz pronunciata ieri che vale più di mille vertici europei: “la Pax Americana, per come l’abbiamo conosciuta, è finita”. Gli Stati Uniti oggi perseguono i propri interessi in modo aggressivo – ha detto Merz – e se l’Europa vuole sopravvivere come soggetto politico, deve fare lo stesso. Non per vocazione bellicista, ma per semplice istinto di conservazione.
Merz ha detto anche un’altra cosa: che l’Europa non è poi così debole. Che può permettersi di scegliere. Che deve smettere di nascondersi dietro la protezione altrui e assumersi il peso delle proprie decisioni. È il linguaggio della responsabilità strategica, quello che in Europa è stato archiviato per decenni sotto la voce “ci penseranno gli americani”.
Poi c’è l’Italia di Matteo Salvini. E il contrasto è impietoso.
«Non siamo in guerra con la Russia», ha ribadito ieri e per l’ennesima volta il vicepresidente del Consiglio, e dunque non dobbiamo comportarci come se lo fossimo. Niente strappi, niente decisioni irreversibili, niente mosse che possano “provocare” Mosca.
Salvini, conscio del fatto che certe prese di posizione, in un clima che si va surriscaldando sempre di più sia a Roma che a Bruxelles, sono sempre più mal tollerate, si è affrettato a precisare di non prendere ordini da Putin. Noi gli vogliamo credere. Quella di Salvini è solo una visione del mondo. È politica. E allora analizziamola senza pregiudizi.
Quando Salvini contesta il congelamento degli asset russi, richiama il libero mercato, evoca le aziende italiane che lavorano in Russia, avverte che “i russi faranno altrettanto”. Non sta semplicemente difendendo interessi economici nazionali: sta affermando che il costo di reagire all’aggressione russa è più alto del costo di tollerarla. Che l’Europa debba adattarsi ai fatti compiuti invece di contrastarli. Che la forza, una volta esercitata, vada accettata come un evento possibile.
Questa legittima visione della politica internazionale finisce però – e questo Salvini fatica ad ammetterlo in modo esplicito – per considerare l’Ucraina come un fastidio geopolitico da archiviare il prima possibile e non come un precedente esistenziale per l’Europa. Le sanzioni “non funzionano”, le armi “non fermano la guerra”, quindi bisogna cambiare strategia. Ma cambiare, nella versione salviniana, significa una cosa sola: ridurre la pressione su Mosca, dividere il fronte europeo, riportare il conflitto dentro una logica di accomodamento.
È qui che il terreno sotto i piedi del ministro Salvini si fa scivoloso.
Perché il risultato politico concreto della legittima visione di Salvini – in nessun modo influenzata dai suoi trascorsi di appassionata ammirazione per Vladimir Putin – è evidente: meno capacità europea di deterrenza, meno credibilità internazionale, meno Unione europea.
Non è un effetto collaterale, ma una conseguenza strutturale della visione di Salvini. Il sovranismo, per definizione, non ha interesse a un’Europa forte, coesa e dotata di autonomia strategica: la forza politica dei sovranisti europei cresce infatti nel vuoto lasciato da un’Unione frammentata, esitante, ridotta a semplice spazio economico.
Ogni intervento di Salvini spinge in questa direzione: un’Europa che rinuncia a essere attore strategico per restare mercato aperto, zona neutra, area di frizione gestita da altri. Un’Europa utile finché non decide, tollerabile finché non esercita potere, accettabile solo nella misura in cui resta incompiuta.
Merz parte dall’assunto opposto. Non solo che la pace non sia un dato naturale, ma un equilibrio da difendere; che il diritto internazionale senza forza resti un candido auspicio; che rinunciare a scegliere non elimini il conflitto, ma lo sposti semplicemente a vantaggio di chi è disposto a usare la forza senza remore.
Merz aggiunge però un elemento decisivo: la consapevolezza che nemmeno la Germania, da sola, è in grado di reggere la competizione tra grandi potenze. Né di contenere le pulsioni egemoniche di Washington, né di contrastare quelle di Mosca.
Da qui il suo europeismo, che non è retorico né identitario, ma funzionale. Un’Europa più integrata non come fine in sé, ma come unica scala possibile per esercitare sovranità reale. Perché nel mondo che si sta configurando, la scelta non è tra Europa e Stati nazionali, ma tra un’Europa capace di agire e una somma di Paesi destinati a subire.
È su questo discrimine che oggi si gioca una parte rilevante del futuro europeo. Tra chi ritiene che l’Europa debba dotarsi degli strumenti politici, economici e – se necessario – militari per difendere il proprio ordine e chi continua a considerare la forza come un’anomalia da aggirare, anziché come una variabile strutturale del sistema internazionale.
La linea indicata da Merz non promette scorciatoie né rassicurazioni. Impone scelte, costi, assunzione di responsabilità. Ma restituisce all’Europa una soggettività che negli ultimi decenni è stata progressivamente erosa.
La linea incarnata da Salvini, al contrario, promette una stabilità presunta al prezzo di un’irrilevanza politica e strategica.
Ecco perché in un mondo in cui la Pax Americana non è più garantita e in cui il ricorso alla forza è tornato a essere uno strumento ordinario di politica internazionale, la visione politica di Salvini – in nessun modo influenzata dai suoi trascorsi di appassionata ammirazione per Vladimir Putin – non protegge. Indebolisce.
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Il “nominato” non è un semplice simpatizzante – e non aggiungo altro – del suo idolo d’oltre cortina (termine solo apparentemente obsoleto), è purtroppo condizionato anche dagli indici di gradimento nostrani, a tutta similitudine della compagine dei “leader” all’opposizione. Ecco perché tutti costoro che agiscono peraltro con un’ottima dose di malafede NON li considero leader, ma pestilenza politica
Purtroppo se l’elettorato europeo vira sempre più verso posizioni estremiste e populiste perché crede ancora nella possibilità dell’attuazione di certe politiche promesse in realtà irrealizzabili e non guarda invece alle evidenze e alle esperienze passate (oltre a dare man forte a quelle posizioni disgregatrici come quelle euroscettiche e filorusse), allora sarà difficile che il futuro dell’Europa si possa considerare diretto verso una progressiva e costante evoluzione verso una vera unione di stampo federale tra i vari Paesi europei.
Si spera sia solo una fase transitoria di prova di nuovi soggetti per ottenere successivamente la consapevolezza che serve di scegliere soggetti più seri con veri programmi di governo sostenibili e attuabili.
Piperno 2 – Salvini 0, palla al centro!!
Inutile dire che condivido ogni singola parola
Grazie Samuele e colgo l’occasione per farti i miei migliori auguri per le feste e per l’anno che verrà. Sei una colonna d’InOltre.
Caro Piperno, lei è un signore, ma io che lo sono meno penso l’assunto che Salvini “non prenda ordini da Putin” andrebbe preceduto da un “Ammesso e non concesso”. Perché il cammino di questo figuro nel tempo non può avere altra spiegazione.
Volevo smontare i loro ragionamenti senza ricorrere ad accuse che in ogni caso, allo stato, non sarebbero dimostrabili.
Grande Filippo Piperno, sempre preciso, delinea i confini della questione. Una federazione Europea più forte è una necessità, il resto ci condanna ad un inesorabile declino.
Grazie Augusto!