
Come probabilmente già saprete, negli ultimi giorni quattro storici collaboratori hanno lasciato Limes, la più nota rivista di geopolitica italiana, in dissenso con la linea del periodico sulla guerra in Ucraina, giudicata dai fuoriusciti troppo vicina alle ragioni di Mosca. Si tratta di Federigo Argentieri, Franz Giustincich, Giorgio Arfaras e Vincenzo Camporini, ormai ex membri del consiglio scientifico.
Intervistato sulla vicenda, il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, ha naturalmente difeso il proprio lavoro, sostenendo che il compito della rivista consista nell’offrire uno sguardo neutrale sui conflitti, fornendo al pubblico gli strumenti per comprendere tutti i punti di vista in gioco, dunque, nella fattispecie, anche quelli di Putin. In altri termini, se posso così riassumere la risposta: noi siamo studiosi e, in quanto tali, non prendiamo posizione né per la Russia né per l’Ucraina.
Non è mia intenzione entrare nella disputa morale su chi sia filorusso e chi no: non mi permetto di fare illazioni e, dopotutto, si tratta a mio avviso della questione meno rilevante, almeno in questo caso. Sì, perché c’è qualcosa di più interessante da indagare e riguarda certi presupposti epistemologici dell’approccio geopolitico “classico” praticato da Limes. Discutere di ciò, secondo me, può essere utile per capire di cosa parliamo quando ci posizioniamo rispetto alle guerre in corso e, più in generale, rispetto alla nostra lettura dei fatti storici e politici.
Ricorre con insistenza l’affermazione secondo cui “la storia non giudica” e, in modo analogo, che l’analisi geopolitica debba essere rigorosamente avalutativa. Questa formula, apparentemente prudente e scientifica, nasconde tuttavia un equivoco concettuale di fondo, che merita di essere chiarito sul piano epistemologico. Il problema non risiede nella sospensione del giudizio morale in quanto tale, bensì nella trasformazione surrettizia di tale sospensione in una tesi implicita sulla irrilevanza storica dei criteri morali: sta tutto qui ciò che vorrei dire.
Occorre anzitutto distinguere due affermazioni che vengono spesso indebitamente sovrapposte. Da un lato, è corretto sostenere che lo storico e l’analista non debbano giudicare moralmente i fenomeni che studiano. Il giudizio morale immediato rischia infatti di compromettere la comprensione, proiettando categorie normative del presente su contesti storici differenti e sostituendo l’analisi con la condanna o l’apologia. In questo senso, la sospensione del giudizio morale costituisce una regola metodologica legittima, anzi necessaria.
Altro conto, però, è sostenere — esplicitamente o implicitamente — che i criteri morali non abbiano rilevanza storica, o che agiscano soltanto come maschere ideologiche di fattori più “reali”, quali la forza, l’interesse economico o la posizione strategica. Qui non siamo più sul piano metodologico, ma su quello teorico-ontologico. La negazione della rilevanza storica della morale non è una conseguenza necessaria della neutralità analitica: è una scelta interpretativa forte, che seleziona a priori ciò che conta come fattore causale e ciò che può essere scartato come epifenomeno.
Tale slittamento emerge con particolare chiarezza nella retorica geopolitica avalutativa, la quale proclama l’inesistenza, nella storia, del “Bene” contrapposto al “Male”. Tale affermazione è peggio che falsa: è banale. Sappiamo tutti che il bene e il male assoluti non si danno nella storia; si danno però un bene e un male relativi che sono assolutamente dirimenti, e non a caso ciascuno di noi, ogni giorno, cerca di evitare il secondo e di avvicinarsi al primo.
La proclamazione dell’inesistenza di Bene e Male assoluti non ha una funzione descrittiva, bensì selettiva: essa, spesso, legittima l’esclusione sistematica dei richiami a ideali quali libertà, giustizia e autodeterminazione, trattati come coperture retoriche di interessi materiali.
In un articolo di Limes del 7 febbraio 2018, dal titolo Che cos’è la geopolitica e perché va di moda, Lucio Caracciolo scriveva con grande chiarezza: «L’uomo resta animale territoriale. L’utopia del Nuovo Ordine Mondiale è esercizio del passato. I nostri spazi di esistenza restano contendibili. Chi immagina di poterli congelare, magari in nome del diritto internazionale (quasi non fosse anch’esso una ideologia strumentale a progetti geopolitici), soffre di acuta sindrome d’onnipotenza. La geopolitica aiuta a temperarla».
Il diritto internazionale è dunque presentato come “ideologia strumentale a progetti geopolitici”: epifenomeno, appunto, di rapporti di forza. Potremmo dire che il diritto è la continuazione della guerra con altri mezzi, secondo Caracciolo.
Un’idea certamente legittima, ma che ha il difetto di presentarsi come “avalutativa” mentre, in realtà, si fonda su una presa di posizione complessiva sul mondo e sulla storia molto impegnativa sotto il profilo epistemologico, se non metafisico. Dunque una valutazione c’è, e investe la morale stessa e il suo posto nelle vicende umane. Caracciolo non la nasconde, o meglio: la cela benissimo presentandola alla luce del sole come una non-valutazione. Dum patet, latet.
Ma c’è dell’altro. Non si deve confondere questa posizione con un’esaltazione dei soli fattori materiali a discapito di quelli immateriali, quasi si fosse dinanzi a una prospettiva marxista. Non tutti gli ideali, infatti, vengono esclusi allo stesso modo: i richiami alla grandezza nazionale, all’onore, al destino storico di un popolo sono spesso ammessi come fattori geopoliticamente rilevanti.
Si produce così un’asimmetria non dichiarata, per cui alcuni ideali sono considerati forze storiche autentiche, mentre altri — ad esempio le aspirazioni democratiche — vengono continuamente sottoposti a demistificazione. Con quale diritto epistemologico? Questa asimmetria rivela che lo sguardo dichiaratamente Wertfrei non è affatto neutrale. Esso non sospende la valutazione, ma la prepone, stabilendo in anticipo quali motivazioni ideali meritino di essere prese sul serio e quali no.
In tal modo, l’avalutatività si trasforma in una ontologia occulta del politico, nella quale ciò che conta è, in ultima istanza, la forza e tutto ciò che ad essa è funzionale. Gli ideali sono ammessi solo nella misura in cui alimentano la potenza; diventano irrilevanti quando introducono limiti, obbligazioni o criteri di legittimità. Così, l’imparzialità diventa epifenomeno di un preciso indirizzo teorico sulla morale, assunto senza essere dichiarato.
In tale prospettiva, giudicare le opzioni morali dei singoli scrittori di questa o di quella rivista — il cui lavoro va nel complesso rispettato, se non altro in nome del pluralismo — diventa secondario. Non si tratta della bontà o dell’empatia dei singoli studiosi, ma di analizzare criticamente una macchina epistemologica che, a mio avviso, funziona con algoritmi difettosi.
Questi algoritmi prevedono che, in virtù della già evidenziata presa di posizione circa il ruolo epifenomenico della morale nella storia, l’uso della forza sia trattato in modo indifferenziato. L’invasione di un Paese e la difesa armata contro tale invasione vengono analizzate come fenomeni strutturalmente equivalenti, in quanto semplici manifestazioni di forza, date in un contesto di sostanziale “darwinismo sociale” proiettato su scala mondiale.
Tale cecità volontaria circa la differente qualità della forza è propria anche di certo pacifismo, che riserva la medesima condanna morale tanto alla forza che aggredisce quanto a quella che difende. Ragion per cui, ad esempio, i bombardamenti degli Alleati sulle città tedesche durante la Seconda guerra mondiale, effettuati allo scopo di liberare l’Europa dal nazifascismo, avrebbero il medesimo peso morale di quelli della Luftwaffe sulle città inglesi, compiuti per conquistare e sottomettere.
A questo pacifismo riesce l’impresa di essere insieme “platonico” nelle aspirazioni e “nichilista” nelle motivazioni, poiché nega la possibilità stessa di distinguere tra aggressione e difesa, rimuovendo il fatto che il diritto senza la forza è come l’essere parmenideo: pensabile solo al prezzo di sottrarlo al divenire storico.
Ora, l’equivalenza della forza non è un dato neutro: è una decisione epistemica che cancella una differenza strutturale tra aggressione e difesa, tra imposizione e resistenza. Non si tratta di introdurre un giudizio morale dello studioso, ma di riconoscere che tale differenza incide sul senso dell’azione e sulla sua intelligibilità storica e geopolitica.
Ancora una volta: se le categorie morali non devono essere applicate dall’analista geopolitico come criteri di valutazione, esse possono e devono essere ricostruite come fattori storicamente operanti, capaci di orientare comportamenti, mobilitare risorse, giustificare sacrifici e fondare istituzioni. Chi rinuncia a tutto ciò, o lo mette eccessivamente in ombra, non emette un giudizio morale: emette un giudizio sulla morale.
Tale legittima valutazione — che per quanto mi riguarda è una superstizione razionalizzata — si configura come un pregiudizio da portare in superficie. Anche perché l’idea che il mondo sia dominato da Stati o Potenze-Imperi in competizione per l’accrescimento della potenza, che questa competizione sia a somma zero e che il diritto internazionale sia uno degli strumenti di tale competizione, oltre a rivestire di “sguardo scientifico” il senso comune, somiglia molto all’imago mundi dei leader illiberali che oggi dominano la scena globale, Putin e Trump in prima battuta. Un esito che dovrebbe far interrogare.
In conclusione, la pretesa di avalutatività assoluta non garantisce una maggiore oggettività, ma rischia di produrre una cecità selettiva. Confondere l’astensione dal giudizio morale con la negazione della rilevanza storica della morale significa impoverire la comprensione dell’agire umano. Un’analisi davvero rigorosa non è quella che elimina il problema dei valori, ma quella che lo tematizza esplicitamente, riconoscendo che anche la scelta di ciò che “conta” nella storia è inevitabilmente una scelta teorica, non un semplice riflesso dei fatti.
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Certe considerazioni idealistiche senza guardare a certe conseguenze reali del metodo Limes potrebbero valere se certi fatti non riguardassero anche loro, se fossero in un mondo all’infuori di quello terreno e potessero osservare senza esserne coinvolti.
Il fatto è che invece la questione dell’importanza del diritto internazionale riguarda tutti, compresi i titolari e gli autori di tali riviste e analisi.
A meno di aver già ipoteticamente provveduto per loro stessi ad accettare un’eventuale conversione del mondo occidentale in cui vivono dal sistema democratico a uno di tipo dittatoriale e considerato l’adattamento che ciò ne consegue. Direi che costoro sono i più pericolosi soggetti per la democrazia e i diritti umani perché pronti a tutto e a qualsiasi cosa, senza che abbiano reazioni di difesa del loro sistema e anzi disposti a seguire l’eventuale nuovo ordine arrivato al potere senza problemi, sicuri magari di trarne qualche vantaggio o comunque non perderne.
Condivisione totale. Ma torno una volta di più su un punto mio fisso: etica e coscienza. Principi desueti, inutili, fastidiosi? Ispirandosi a questi, sarebbe mai possibile equiparare aggressore e aggredito? Dove il primo nasconde i fini reali con la propaganda mistificatrice, peraltro rivolta sia all’esterno che all’interno del proprio paese? Per quanti mi riguarda, inconcepibile. E benissimo ha fatto l’autore ad assimilare Putin a Trump, per entrambi valgono le considerazioni formulate.
Questo approccio che lei descrive e smaschera così bene, giustifica infatti perfettamente l’atteggiamento di fastidio e irritazione per la resistenza ucraina. Se i fattori ideali vengono cancellati o non considerati (ma solo nel caso ucraino) e si considerano solo i puro rapporti di forza bruta, agli occhi di Caracciolo l’atteggiamento ucraino è illogico. Il valore simbolico di tenere un piccolo villaggio e quello di Zelensky di filmarsi davanti al suo nome a pochi chilometri dai russi diventa una “inutile provocazione” . La resa è solo una realistica accettazione della realtà delle forze in campo.
Articolo interessante ma un po’ ostico per chi non mastica la filosofia…