


Dagli incidenti domestici a quelli sul lavoro, il pezzo riflette sul bisogno culturale di trovare sempre un colpevole. Una critica alla visione salvifica della politica e un invito ai liberali a tornare sul terreno culturale, accettando l’imperfezione del mondo senza rinunciare a un’idea ottimistica dell’uomo.
In Italia si contano ogni anno più di tre milioni di incidenti domestici, con quasi diecimila morti. Solo gli episodi più gravi hanno l’onore della ribalta, mentre nella maggior parte dei casi la notizia è relegata agli spazi della cronaca locale.
Cosa proviamo quando leggiamo di una di queste tragedie? In generale, si china il capo e si rispetta il dolore. Qualcuno è più interessato a conoscere la dinamica del fatto, a sapere magari cosa abbia determinato, ad esempio, la fuga di gas dalla stufa, ma per i più non cambia molto sapere se si tratti di imprudenza, di incuria, di fatalità o di un mix delle tre cose.
In ogni caso, salvo casi particolarissimi, a nessuno viene in mente che l’incidente possa essere frutto di un intento doloso, e la nostra pudica empatia ci suggerisce appunto di chinare il capo e rispettare il dolore.
Immaginiamo ora che quelle stesse persone non perdano la vita per una fuga di gas avvenuta presso la loro abitazione privata. Immaginiamo che quell’incidente abbia luogo invece in una fabbrica. In questo caso, il sentimento scatenato dalla notizia è normalmente differente, e la rabbia prevale sulla partecipazione.
Si tende allora a rifiutare la possibilità di un’imprudenza da parte della vittima, o anche della semplice fatalità, e si è mossi dal bisogno di indicare un colpevole. Il colpevole, intendiamoci, a volte c’è e, quando c’è, va ovviamente punito. Ma sono casi molto rari: la causa principale degli infortuni è infatti il fattore umano, che da solo incide per circa il 90% degli eventi. Distrazione, scarsa consapevolezza del pericolo, fretta o mancato rispetto delle procedure di sicurezza procurano la gran parte degli incidenti, anche dei più banali, come cadute, scivolamenti e inciampi.
Eppure, nel senso comune, l’incidente sul lavoro senza un colpevole sembra non essere contemplato. Perché?
A mio giudizio si tratta di una ragione strettamente culturale, uno dei tanti lasciti della cultura catto-comunista che ha permeato il sentire comune: una cultura che induce a considerare il lavoro come principale terreno di distinzione fra il bene e il male.
Faccio un esempio. Se la tettoia di un magazzino di transito di una fabbrica è bucata e non ripara come dovrebbe dalla pioggia, ciò è considerato un sopruso, una buona ragione di rivendicazione, una sicura ragione di conflitto più o meno dichiarato.
Immaginiamo adesso che quelle stesse persone, al termine della giornata di lavoro, si rechino alla fermata dei mezzi pubblici per fare rientro alle loro case, e immaginiamo che la pensilina della fermata sia rotta, bucata. Quali sarebbero gli effetti? Le stesse persone, di fronte a un disagio del tutto analogo, reagirebbero in modo completamente diverso: nel primo caso, sdegno e condanna; nel secondo, neppure un’email di segnalazione all’amministrazione pubblica.
Dal momento in cui si timbra l’uscita, si cessa di interpretare il ruolo di “lavoratore” e il sistema percettivo della realtà cambia radicalmente. D’altronde, siamo o non siamo una “Repubblica fondata sul lavoro”? Tanti dei nostri problemi vengono da lì, da quella Carta e, in particolare, da quel primo articolo.
Secondo i fautori di questa cultura, solo eliminando i malvagi, colpevoli della nostra infelicità, si potrebbe costruire un mondo perfetto, un paradiso terreno non così dissimile dal paradiso post-mortem desiderato dai fanatici religiosi. In questo quadro culturale va considerata anche la condanna di Moretti, AD di Ferrovie dello Stato, e anche la condanna a suo tempo comminata ai vertici di ILVA.
In realtà, nella gran parte dei casi, non esiste un colpevole, ma una grande varietà di concause perlopiù ingovernabili, perché il mondo è molteplice e contraddittorio, proprio come lo è ogni individuo che lo abita. Ognuno di noi fa i conti con gli effetti di tale molteplicità e contraddittorietà: ciò che normalmente chiamiamo fatalità.
Nell’antica Roma, durante i trionfi militari, un servo alle spalle del generale vittorioso gli sussurrava una frase: memento mori. Ricordati che devi morire. Era un modo per esortarlo all’umiltà, alla coscienza di sé, all’afflato spirituale.
Di questa frase oggi si ride, come nel caso del film Non ci resta che piangere, scritto e interpretato da Massimo Troisi e Roberto Benigni. Si ride per esorcizzarne il senso, quasi a illudersi che l’ineluttabilità della morte corrisponda alla trovata di qualche santone e nulla più.
Da questo punto di vista, è emblematico il modo in cui fu vissuta l’emergenza pandemica del 2020: convivere col virus non era considerata un’opzione realistica, perché il Covid-19 era il nuovo nemico, colpevole di sottrarci la nostra tanto preziosa quanto presunta immortalità.
Per questo, “chiudersi in casa per sconfiggere il virus” e “convivere col virus” hanno espresso due posizioni diverse sul piano esistenziale, non semplicemente sanitario: l’una fondata sull’illusione della felicità derivante dalla sconfitta del nemico di turno — in quel caso, il virus —, l’altra fondata sulla consapevolezza che la morte non è il contrario della vita, ma il contrario della nascita, giacché nascita e morte appartengono a egual titolo alla vita.
Insomma, ogni scelta politica è frutto di una specifica cultura e ogni impianto culturale si fonda su sentimenti pre-politici. Questa consapevolezza dovrebbe indurre a un ripensamento delle proposte politiche, in particolare di quelle liberali.
Calcoli elettoralistici di breve termine e atteggiamento tecnicistico nella formulazione delle proposte programmatiche rappresentano killer implacabili. Probabilmente è giunto il momento di concentrare l’impegno politico sul piano culturale, di interpretare i nuovi bisogni esistenziali, di proporre un linguaggio nuovo, di provare, in ultima analisi, a coniugare l’inevitabile imperfezione del mondo con una concezione ottimistica della natura umana.
Eh, tante belle parole, ma intanto fra pochi mesi si vota!
Memento mori.
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Da architetto rilevo che la sicurezza sul lavoro non sono le scartoffie che la burocrazia impone di compilare per lavarsi la coscienza e avere carte da tribunale. Sono la cultura della sicurezza e il controllo, che in Italia sono latitanti. Da direttore lavori vedo che le maestranze sono insofferenti a imbragature guanti ed elmetti. E l’ingegnere che compila il PSC sa a malapena dov’è il cantiere, ma tutto normale. Gli accessori di sicurezza sono ritenuti orpelli scomodi e poco virili, d’impaccio al corpo e alla libertà di movimento. Va detto infine che la maggior parte degli incidenti sul lavoro sono incidenti stradali di chi si reca al lavoro o torna a casa. Un conteggio di cui non si può non tenere conto.