(già pubblicato su La Ragione il 02.02.2024)
Si fa chiamare Danial ma non è questo il suo vero nome (per chi vive in Iran parlare con la stampa estera richiede precauzioni). È uno sceneggiatore e produttore cinematografico, con un passato da islamista ma ora oppositore del regime islamico. Mi dice di non vantarsi del suo passato ma è grazie a esso che afferma di comprendere un mondo di cui non condivide più nulla. A suo parere, la Repubblica Islamica è infatti soltanto abuso e corruzione.
Il cinema ha un ruolo importante in Iran. È talmente popolare che gli stessi mullah che hanno vietato alle persone persino di cantare e ballare non hanno mai osato proibirlo. I film iraniani sono noti per temi ispirati al neorealismo italiano e per la loro narrazione visiva e poetica. Rappresentano una delle poche cinematografie al mondo ancora capaci di concepire i film come arte, restando però accessibili al grande pubblico. Nonostante le restrizioni, l’industria prospera, spesso eludendo o aggirando la censura, fino a diventare veicolo di opposizione e con esso chi vi lavora all’interno. «L’Iran è un Paese tanto corrotto quanto amante del cinema. I funzionari sono facili da corrompere perché farebbero di tutto per avere una parte in un film» ci spiega Danial. Così talvolta (anche se non ufficialmente) circolano pellicole che trattano temi invisi al regime. Un anno fa, insieme ad altre centinaia di migliaia di persone, Danial ha preso parte alle proteste seguite all’uccisione di Mahsa Amini. Gli chiedo quale sia la percezione adesso, nel pieno di una repressione spietata e di impiccagioni quotidiane: «Poche migliaia di Guardiani della Repubblica, per quanto armati, non possono controllare milioni di persone per sempre. È soltanto una fase» risponde. Gli iraniani con cui ho parlato fino a oggi vedono in Reza Pahlavi (il figlio dello shah) una figura di riferimento. Non mi è chiaro se si tratti di nostalgia, così chiedo a Danial se il sentimento è condiviso in patria: «Certamente: gli iraniani vedono in Reza Pahlavi un leader». Ci tiene a precisare che non si tratta di un sentimento nostalgico ma piuttosto di pragmatismo: «Grazie a Internet ora le persone sanno cosa era l’Iran prima della rivoluzione islamica. Era il Paese più ricco e avanzato del Medio Oriente». Mi spiega che sono soprattutto i ceti inferiori, quelli maggiormente danneggiati dalla rivoluzione, ad averlo scelto: «Dove saremmo oggi senza questo marxismo-islamismo che ha devastato il Paese?».
Le possibilità di un ritorno della monarchia in Iran in realtà sono poco probabili e non sono sostenute dai riformisti, che aspirano invece a una rimozione dell’elemento islamico dall’attuale assetto repubblicano, una direzione avallata dallo stesso Pahlavi. Questo nulla toglie però al fatto che l’importanza del nome possa essere un elemento almeno culturalmente coesivo. Gli iraniani condividono anche la sua vicinanza a Israele, in antitesi con l’antagonismo del regime. Promuovendo l’idea che un Iran democratico sarebbe garanzia di stabilità in Medio Oriente, lo scorso aprile Pahlavi si è recato in Israele dove ha incontrato il primo ministro Netanyahu e il presidente Herzog. Quanto a Danial, repubblica o monarchia non farebbe differenza. Il vero obiettivo da raggiungere è quello di un Iran democratico e secolare.
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