

Il nuovo “National Security Strategy” dell’amministrazione Trump sembra ridisegnare in profondità il modo in cui Washington guarda al Vecchio Continente. In verità, nulla di quanto è scritto suona così nuovo per chi abbia seguito anche solo superficialmente l’atteggiamento degli USA da quando è iniziato il governo trumpiano.
Il capitolo dedicato all’Europa, più che un’analisi tecnica della situazione strategica, sembra quasi, in certi passaggi, un atto d’accusa: l’alleato storico viene dipinto come un continente in declino culturale, politico e demografico. Il documento parla di un rischio di “cancellazione della civiltà”, attribuito a regolamentazioni eccessive, crollo demografico e politiche migratorie destabilizzanti.
Alcune istituzioni sovranazionali e certi governi europei, si legge, “minano la libertà politica e la sovranità”, mentre altri “calpestano principi fondamentali di democrazia per sopprimere l’opposizione”. Accuse pesantissime, rivolte non a potenze ostili ma a democrazie alleate.
Secondo Washington, proseguendo su questa strada alcuni Stati “potrebbero non avere economie e forze armate abbastanza forti da restare alleati affidabili”. L’Europa resta sì un riferimento economico e culturale essenziale, ma è descritta come un muro pericolante dell’Occidente, fragile, in crisi di fiducia e incapace di sostenere la propria sicurezza.
Ciò che colpisce è il contrasto con il tono riservato alla Russia. Pur citando la guerra in Ucraina, il documento non critica la natura autoritaria del regime e chiede invece di ristabilire “condizioni di stabilità strategica”. La priorità dichiarata è un cessate il fuoco “rapido”, motivato dall’esigenza di stabilizzare l’economia europea.
Come se il problema principale non fosse l’aggressione russa, ma l’instabilità politica del continente. Il passaggio più sorprendente riguarda però la politica interna dei Paesi europei: gli Stati Uniti dichiarano l’intenzione di “coltivare la resistenza all’attuale traiettoria europea all’interno delle nazioni europee”.

Il documento aggiunge che la crescita dei “partiti patriottici europei” rappresenta “motivo di grande ottimismo”. È un sostegno inequivocabile alle forze sovraniste, per la prima volta trasformato in una direttiva di politica estera americana. Una scelta che non nasce certo nel vuoto.
È infatti la prosecuzione diplomatica — solo leggermente addolcita — del discorso incendiario pronunciato da J.D. Vance alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza. In quella sede il vicepresidente aveva accusato l’Europa di dipendere dagli USA, di non sapersi difendere e di essere guidata da élite distanti dal popolo.
Il documento strategico riprende esattamente quelle tesi, elevandole a orientamento ufficiale. Coerentemente, tra le priorità statunitensi figura l’impegno a “porre fine alla percezione, e prevenire la realtà, della NATO come un’alleanza in espansione perpetua”: un messaggio chiaramente allineato alle richieste russe.
Ora, le letture geopolitiche del testo le lascio volentieri a chi ha le competenze per fornire un’analisi più approfondita. Ciò che mi preme mettere in luce è invece il livello religioso del discorso. Il documento non tocca questo piano, ma ritengo importante includerlo nella riflessione.
C’è infatti un filo che lega la preghiera del Patriarca Kirill prima del vertice tra Putin e Trump in Alaska, e le dichiarazioni del vicepresidente J.D. Vance sul declino morale dell’Europa. Un filo sottile ma ormai riconoscibile: quello di un nuovo “cristianesimo illiberale”.
Secondo questa narrativa, l’Europa sarebbe moralmente esausta, corrotta dai costumi liberali, bisognosa di un ritorno all’ordine, alla tradizione, alla gerarchia, all’omogeneità etnico-nazionale. Kirill accompagna da anni l’aggressione russa con un linguaggio religioso che trasfigura la guerra in battaglia spirituale.
Nei suoi interventi abbondano riferimenti alla “decadenza morale” dell’Occidente, alla perdita delle radici cristiane, alla necessità di leggere l’invasione dell’Ucraina come difesa dell’ordine voluto da Dio. Alla vigilia del vertice di Anchorage ha pregato affinché “la misericordia divina guidi l’interazione tra i leader”.
Il messaggio era chiaro: un’intesa tra Putin e Trump non è solo un fatto politico, ma un evento spirituale. Nella stessa liturgia Kirill ha benedetto non solo Putin, ma “tutti coloro che partecipano al vertice”, legittimando religiosamente il percorso diplomatico russo come se Mosca fosse custode della civiltà cristiana.
Questa narrativa non resta confinata all’Eurasia. Negli Stati Uniti, una parte visibile del cattolicesimo reazionario — quella che ha sostenuto Trump e ora Vance — usa un linguaggio sorprendentemente simile. Think tank integralisti e pubblicisti radicalizzati parlano da anni di crisi morale dell’Occidente.
Individualismo, diritti civili, pluralismo culturale vengono dipinti come sintomi di un’Europa smarrita. Ora quel discorso è nel cuore della diplomazia: l’Europa sarebbe “debole”, “spiritualmente svuotata”, incapace di difendersi perché incapace di credere in qualcosa. Parole che risuonano con quelle di Kirill.
Certo, in quelle accuse c’è qualcosa di vero: un errore è tanto più pericoloso quanto più verità contiene. Che l’Europa attraversi una crisi morale può anche essere. Ma la Russia che bombarda i civili, o uno Stato governato da un clan di affaristi, sono davvero in posizione di dare lezioni?
Ecco allora — veniamo al punto — la questione che molti pacifisti cattolici non colgono: una pace in Ucraina modellata sulle convenienze di USA e Russia non sarebbe neutrale. Rischierebbe di normalizzare una visione illiberale della società che oggi unisce Mosca e parte del conservatorismo americano.
Dietro la retorica della “pace” si profila un progetto culturale: un Occidente ridefinito in senso autoritario e ostile al pluralismo. In questo quadro stupisce che gli appelli a una “pace disarmata e disarmante” provengano da cattolici progressisti teoricamente sensibili ai valori democratici.
A meno che — il che sarebbe grave — la critica alle storture della democrazia liberale non induca qualcuno a un agnosticismo tra la società aperta e forme autoritarie emergenti. Una pace per Kyiv a qualunque costo non fermerebbe solo i carri armati: colpirebbe la società aperta.
La vera domanda è se l’Europa sia pronta a difendere non solo i propri confini, ma la propria idea di libertà. E se una parte dei cattolici comprenda la posta in gioco e riconosca come propria questa libertà, respingendo l’“ecumenismo illiberale” che oggi dialoga tra Mosca e Washington.
Ogni discorso sulla pace deve inserirsi in questo quadro, altrimenti sostituirà la scelta fra alternative reali con opzioni moralistiche che disertano il mondo. E, non sarà mai ribadito abbastanza, della nostra diserzione qualcuno pagherà le spese: oggi gli ucraini, domani chissà.
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Io non letto l’aggiornamento del National Security Strategy, lettura necessaria per comprendere operativamente le scelte dell’Amministrazione in carica. Le parole di Trump le colloco nell’alveo dell’agenda politica, condotta non secondo il canonico metro diplomatico bensì con le sparate o stron£ate di un affarista senza scrupoli e quindi non meno preoccupanti!!
Much ado about nothing: con Trump & Co l’Europa torna ad essere un comodo vivaio (volevo dire pollaio) da sfruttare per la propria economia di finanza e servizi, oltre a garantire 900 miliardi annui di investimenti nel settore militare statunitense. Il resto sono le solite trumpate sprezzanti e bugiarde. La resa dei conti degli USA avverrà con una nuova Pearl Harbor in quel quadrante dove avvenne la prima, nel frattempo l’Europa deve diventare grande in fretta, come ogni orfano è abituato a fare.
Su qualche questione si possono condividere le critiche, come per esempio su quella della difesa militare europea che non può dipendere dagli umori degli americani.
Gli Stati europei se vogliono un’Europa unita e libera devono cooperare e organizzarsi per migliorare questo aspetto.
Sulla questione della perdita dei valori, della fede, ecc., non credo si debba prestare troppa attenzione. Serve solo per uso interno a fini di propaganda.
Gli Stati Uniti sono dopotutto un Paese multiculturale e multi religioso, dove si concentrano varie etnie in città di milioni di abitanti ed esistono problemi da gestire come ci sono in Europa. Il fatto che la posizione della Russia venga ammorbidita è solo l’ennesimo tentativo di tentare di portare i russi a trattare e venire a patti col conflitto in Ucraina, ma non credo si ricaverà qualcosa tale da accontentare tutte le parti. Poi ci sono anche dietro certi interessi di Trump e alleati che li portano a cercare di normalizzare la situazione.
Si può pensare inoltre che legittimare certe pretese russe possa essere anche utile agli americani per legittimare le proprie questioni locali o altre di interesse e avere mano libera senza badare troppo al rispetto del diritto e della sovranità altrui. Come stanno facendo con certe operazioni militari nei dintorni del Venezuela o anche con quelli relativi ad eventi interni legati alla gestione dell’immigrazione e degli enti federali.
Tutta la critica nei confronti dei valori “traditi” dagli europei si esaurisce con gli atti stessi dell’amministrazione Trump, perché la legittimazione dell’abuso di potere e l’uso della violenza indiscriminato non rappresentano nessuna fede cristiana e nessuna tradizione di pace e convivenza tra i popoli nel mondo e le persone di uno stesso Stato.