

Quando inizia un nuovo anno, ciascuno di noi pensa ai desideri che vorrebbe divenissero realtà nei mesi successivi. In molti, comprensibilmente, al sorgere di questo 2026 hanno chiesto la pace. Come dar loro torto? La guerra è inumana, è l’inferno in terra, dissemina inimicizia capace di rigenerare la violenza anche a distanza di molto tempo dalla sua conclusione. Nonostante ciò, per questo 2026, io non mi auguro affatto la pace.
A prima vista, dichiarare di non volere la pace può sembrare una mera provocazione, un paradosso morale o, addirittura, una dichiarazione abietta. La pace è da sempre il bene invocato nei momenti di crisi, l’orizzonte verso cui tendere quando la violenza lacera i rapporti tra individui e popoli, ciò cui anela l’umanità intera.
Eppure, proprio l’esperienza storica e politica insegna che la pace, quando viene assunta come valore assoluto e autosufficiente, può trasformarsi nel suo contrario: una quiete apparente che copre ingiustizie reali, una tregua che congela i conflitti senza risolverli, una parola rassicurante che giustifica l’abbandono delle vittime nelle mani del carnefice.
Quanti liberi cittadini abbiamo consegnato nelle mani di Hitler — che a quel punto non erano più liberi — in nome della pace, prima di iniziare a combattere il nazismo?
Dire “non voglio la pace” significa allora anzitutto rifiutare una certa idea di pace: quella ridotta a semplice assenza di rumore, di scontro, di instabilità. Una pace intesa come tranquillità dell’ordine costituito, anche quando tale ordine si fonda sulla negazione sistematica dei diritti fondamentali di alcuni. In questa prospettiva, la pace diventa un bene selettivo: protegge chi già gode di sicurezza e benessere, mentre chiede silenzio e rassegnazione a chi subisce violenza, oppressione o discriminazione. Questa pace io non la voglio, perché è la pace dei tiranni e dei loro migliori collaboratori: gli adoratori della coscienza pulita.
Il punto decisivo non è la pace in sé, ma ciò che la fonda e la giustifica. Al centro non può esserci un’astrazione — fosse pure la più nobile — bensì la persona concreta, con la sua dignità irriducibile e con l’insieme dei suoi diritti inalienabili. Quando questi diritti vengono calpestati, la pace smette di essere un bene e diventa una complicità. Mettere la pace sopra ogni cosa significa spesso accettare che il costo venga pagato sempre dagli stessi: i più deboli, i marginalizzati, coloro la cui voce non ha peso nei tavoli delle decisioni. Non la pace, bensì i diritti umani inalienabili sono l’assoluto: solo se inseguiamo questi verrà anche la prima. L’assolutismo della pace, invece, tradisce l’uomo.
Il rispetto dei diritti umani non è un obiettivo che può essere rimandato a dopo, come se fosse un lusso da concedersi una volta ristabilita la calma. Al contrario, è la condizione stessa di una convivenza autentica. Senza il riconoscimento effettivo della libertà, della giustizia, dell’uguaglianza e della responsabilità, la pace resta fragile, reversibile, spesso illusoria. Può durare anni, perfino decenni, ma basta poco perché mostri la sua natura fittizia e lasci emergere conflitti ancora più distruttivi.
Questa prospettiva chiama in causa ogni individuo, non solo le istituzioni o i grandi attori internazionali. Il rispetto dei diritti umani non è una formula astratta da proclamare nei documenti ufficiali, ma un impegno quotidiano che attraversa le scelte personali, economiche, politiche e culturali. Significa interrogarsi su quali compromessi siamo disposti ad accettare in nome della stabilità, su quali ingiustizie tolleriamo perché “non ci riguardano direttamente”, su quali violazioni preferiamo non vedere per non disturbare l’equilibrio in cui viviamo.
Rifiutare la pace come assoluto non equivale dunque a glorificare la violenza o il conflitto. Al contrario, implica una concezione più esigente e più realistica della vita comune. La realtà non è fatta solo di fatti compiuti, né soltanto di ideali puri: è il luogo in cui i principi devono incarnarsi, pagando il prezzo della complessità e del rischio. Allo stesso modo, la vita umana non è semplice sopravvivenza biologica, ma esistenza che aspira al senso, alla libertà, alla giustizia.
Chiedere a qualcuno di rinunciare a tutto questo in nome della pace significa chiedergli di rinunciare alla propria umanità: gli adoratori della coscienza pulita fanno così. Io voglio venerare il diritto incarnato nella persona concreta. È ovvio: gestire una situazione internazionale complessa ed esplosiva come quella presente non è semplice; servono saggezza, visione politica, prudenza. La potenza dei nostri arsenali è troppo grande per mettersi a scherzare col fuoco. Tuttavia, se questa consapevolezza diventa l’arma retorica dei nemici della libertà, allora tanto vale smontare secoli di civiltà morale, giuridica e politica, e fare come se avessimo scherzato.
Per il 2026, dunque, non voglio una pace che chieda silenzio davanti alla tortura, alla repressione, allo sfruttamento o alla guerra combattuta per procura sulla pelle dei civili. Voglio una convivenza fondata sul rispetto effettivo dei diritti umani inalienabili, anche quando questo comporta conflitto, tensione, instabilità temporanea.
Perché solo una pace che nasce dalla dignità riconosciuta di ogni persona può dirsi vera pace. Tutto il resto è solo quiete, e spesso è la quiete dei cimiteri e delle coscienze immacolate. Non mi auguro la pace, mi auguro il riconoscimento della dignità della persona.

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A proposito del porre la pace come “valore assoluto”: a me sembra che nel corso della storia le civiltà più vive e feconde non abbiano accordato alla pace una priorità assoluta di questo tipo, bensì l’abbiamo data alla propria sopravvivenza collettiva, materialmente e culturalmente. Quando ci si sente – come collettivo – vivi e forti, si è prima di tutto disponibili a lottare per mantenersi in questa posizione. Invece, nelle fasi di debolezza o di vera e propria decadenza, società e civiltà optano per “meglio vivi e schiavi che morti e liberi”. La semplice sopravvivenza fisica dei singoli passa al primo posto, come valore e come finalità. E’, la mia, una riflessione molto sgradevole, ma non riesco a convincermi a niente di più ottimistico, né mi convincono i tanti appelli che sento.
Condivido pienamente l’articolo.
Coloro che chiedono …silenzio davanti alla tortura, alla repressione, allo sfruttamento o alla guerra combattuta per procura sulla pelle dei civili… ammettono che non hanno idee/soluzioni per ottenere la pace con tutti gli annessi e connessi (dignità, libertà, rispetto, sct…) ma il loro è una futile propaganda per gli stolti e per gli ignavi