

Il 7 ottobre 2023 mancavano circa sette mesi al compimento dei miei ottant’anni.
Fino ad allora, da cittadino italiano di origine ebraica, avevo assistito con attenzione – ma libero nel giudizio – alle vicende dello Stato d’Israele: le guerre, i falliti tentativi di pace, il susseguirsi di governi di varia collocazione politica, fino all’avvento di Netanyahu, del quale non ho mai condiviso politiche e strategie.
La mia vita si è svolta normalmente, ma con la consapevolezza che nella mente di alcuni interlocutori – pochi, in verità – nel privato e nel lavoro covava, in un angolino, un sentimento, se non di avversione, perlomeno di pregiudizio.
Una sensazione di diversità, di lontananza, di dubbio sulla mia appartenenza allo stesso popolo, condita dagli usuali stereotipi sugli ebrei che, tra il serio e il faceto, ogni tanto si palesavano. Non ho mai nascosto le mie origini e mi hanno soccorso l’ironia e l’autoironia, queste sì, peculiarità autenticamente ebraiche.
Poi è arrivato il 7 ottobre. Già pochi giorni dopo – ma ancor prima che iniziasse l’invasione di Gaza in risposta all’indicibile pogrom e nel tentativo di liberare gli ostaggi – mi resi conto che stava accadendo qualcosa di molto profondo, diverso dalle rimostranze che da sempre hanno accompagnato le azioni belliche intraprese da Israele.
In poco tempo le parole “sionismo” e “genocidio” hanno avviluppato la vicenda, prevalendo su qualunque altra considerazione.
Questo ha portato molti amici e conoscenti a chiedermi, con malcelata animosità, se per caso fossi sionista, e altri a sollecitarmi a prendere apertamente le distanze – come ebreo – dall’“aggressione genocida” israeliana che stava mietendo decine di migliaia di vittime innocenti.
Malgrado rifiutassi sdegnosamente il non detto dietro quelle domande, ho pazientemente cercato di spiegare la mia posizione, che sintetizzo.
Il sionismo era una dottrina con aspirazioni difensive che ha realizzato il suo scopo e terminato il suo compito: convincere il mondo a ridare una piccola parte della loro terra d’origine agli ebrei della diaspora, perseguitati da secoli. Parlarne oggi non solo è fuorviante, ma rappresenta una maschera ipocrita dell’antisemitismo, perché mette in dubbio l’esistenza stessa di Israele. Ed è esattamente ciò che, per ottant’anni, i suoi nemici hanno predicato e cercato di mettere in atto con le armi.
Se poi esiste – come esiste – una minoranza estremista che persegue il “grande Israele” a scapito dei palestinesi, essa non è certo di formazione sionista. È il frutto di immigrazioni successive a quelle dei sionisti sfuggiti ai pogrom dell’Europa orientale, come Ben Gurion e Golda Meir, laici e socialisti, che hanno fondato lo Stato.

Per quanto riguarda la presa di distanza da esibire come una sorta di patente di lealtà, la trovo letteralmente ripugnante, senza altro da aggiungere.
L’isolamento in cui si trova oggi Israele sarà lungo da superare, così come l’ondata antisemita riemersa nella coscienza di molti ed espressa senza vergogna, in forme più o meno esplicite.
Forse, quando e se il processo di pace avrà successo e la realtà dei fatti sarà stata liberata dalla nebbia della propaganda che la avvolge, si potrà tornare alla situazione precedente, in cui l’antisemitismo esisteva ma si vedeva poco o nulla.
Infatti, sono convinto che quel sentimento non morirà mai, perché ha un sedimento troppo antico e riguarda anche il senso di colpa determinato dalla Shoah, di cui in parte l’Europa si sta liberando, manifestando il proprio sostegno alla (per ora) fantomatica Palestina.
Per la cronaca, sono favorevole ai due Stati come unica soluzione possibile, che a lungo termine dovrebbe garantire la pacifica convivenza di due entità separate da tutto.
Quanto ho scritto è un tentativo di verità per commemorare tutte le vittime dell’odio innescato dal 7 ottobre.
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Rosa Filippini
Certamente Rosa e grazie! Ti scrivo alla tua mail così ti dico cosa ci serve per fornirti la ricevuta