3 pensieri su “Pensioni italiane, la voragine che pagheranno i lavoratori più giovani

  1. In realtà bisogna Smascherare il deficit, il costo reale dell’equità tradita!
    Nel dibattito sulla sostenibilità del sistema pensionistico italiano, ci si ferma troppo spesso all’importo lordo dell’assegno, etichettando come “d’oro” ciò che, in realtà, è spesso solo il risultato di una lunga vita lavorativa e di versamenti contributivi elevati. Per superare la demagogia, dobbiamo guardare cosa c’è dietro quei numeri e proporre un cambio di paradigma strategico.
    1. La realtà dei numeri: Il peso del sistema a ripartizione
    Consideriamo un lavoratore con 42 anni e 10 mesi di carriera e uno stipendio medio di 100.000 euro:
    Il versamento effettivo: Con un’aliquota del 33% (tra quota lavoratore e azienda), questo lavoratore ha versato circa 1,4 milioni di euro (valore nominale).
    La rendita pubblica: Il sistema INPS eroga oggi una pensione annua di circa 42.000 euro.
    Il confronto di mercato: Se quei medesimi 1,4 milioni di euro fossero stati gestiti in un regime di capitalizzazione privata, ipotizzando una gestione finanziaria standard, si sarebbe potuto generare un capitale finale stimato di circa 4 milioni di euro, capace di sostenere una rendita annua di circa 200.000 euro.
    Il risultato? Il lavoratore riceve una rendita che è circa 1/4 di quella che il mercato gli avrebbe garantito. Il gap tra i 42.000 euro percepiti e i 200.000 euro teorici non è un privilegio, ma la “tassa occulta” pagata per sostenere un sistema che non riesce a auto-finanziarsi. Oggi, l’80% dei pensionati riceve una rendita che eccede di gran lunga il valore dei contributi effettivamente versati.
    2. La svolta strategica: Separare Previdenza e Assistenza
    Il problema di fondo non è l’importo delle singole pensioni, ma la commistione contabile e politica tra due funzioni opposte:
    Previdenza (Assicurativa): Deve essere un rapporto di puro scambio attuariale. Ciò che versi, rivalutato, ti viene restituito. Qui il rendimento deve essere garantito e il capitale tutelato.
    Assistenza (Redistributiva): È lo strumento con cui lo Stato garantisce il benessere sociale. Questa quota deve essere finanziata attraverso la fiscalità generale (IRPEF, IVA, etc.) e non attraverso l’aliquota contributiva sul lavoro.
    La proposta:
    Dobbiamo operare una separazione netta tra queste due voci nel bilancio dello Stato. Finché non scorporeremo la spesa di assistenza — ovvero tutto ciò che oggi è erogato senza una reale copertura contributiva — dalla spesa previdenziale, continueremo a penalizzare chi produce ricchezza, chiamando “pensioni d’oro” la semplice restituzione di quanto versato.
    Solo chiarendo che il 33% di contributi è, nei fatti, in parte una tassa di solidarietà forzata e in parte un risparmio previdenziale, potremo finalmente pretendere:
    1. Trasparenza: Un estratto conto INPS che separi il “montante” dalla “quota sussidio”.
    2. Libertà di scelta: La possibilità, per chi supera certi massimali, di gestire il surplus in un regime di capitalizzazione privata, evitando la dispersione di capitale che oggi avviene nel sistema a ripartizione.
    La sostenibilità non si ottiene tagliando le rendite di chi ha lavorato una vita, ma smettendo di nascondere i costi dell’assistenza sociale dentro le buste paga dei lavoratori produttivi.

    1. In base ai dati pubblicati e riproposti qui negli articoli sul tema, la separazione tra previdenza e assistenza non renderebbe la questione meglio definita perché per quanto riguarda la prima, i contributi versati dai lavoratori attuali per pagare le pensioni calcolate soprattutto sotto il regime retributivo (che sono ancora oggi la maggioranza), non bastano.
      Quindi interviene già la fiscalità generale anche e non solo attraverso la voce dell’assistenza per sopperire al deficit contributivo dichiarato dall’Inps.

  2. Mi son sempre chiesto come sia possibile che,nella situazione nazionale,nessuno abbia mai studiato per l’Italia la possibilità di una soluzione Piñera.

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