

Il declino demografico e l’invecchiamento spingono la spesa pensionistica verso il picco del 2040. A pagare l’equilibrio saranno soprattutto i lavoratori più giovani, con contributi elevati, pensioni più basse e un’età di uscita sempre più avanzata. Terza e ultima parte. Qui la prima e la seconda.
Queste note sono debitrici di un paper pubblicato sul Substack Lorenzo Ruffino il 13 luglio (“Perché le pensioni italiane non sono sostenibili”). Il lettore non si scoraggi per la mole di numeri citati. Perché sono numeri che raccontano, più di mille parole, una parte importante della storia sociale e politica del paese.
Il futuro del sistema pensionistico è scritto in gran parte nella demografia. Il tasso di fecondità italiano è tra i più bassi del mondo, 1,18 figli per donna nel 2024 e ancora in calo; la speranza di vita a 65 anni è salita da 16,7 anni nel 1995 a 20,5 oggi e tra il 2025 e il 2040 usciranno dal lavoro le generazioni del boom demografico, le più numerose mai esistite in Italia.
Oggi ci sono circa 1,47 occupati per ogni pensionato; per la stabilità di lungo periodo, ricorda Itinerari Previdenziali, il rapporto dovrebbe salire almeno a 1,5 e tendere verso 1,7, mentre le proiezioni lo spingono nella direzione opposta, verso 1,15 nel 2040 e circa 1 nel 2060. Detto altrimenti, le pensioni ogni 100 occupati, oggi 76, saliranno fino a circa 95 nel 2050.
Il rapporto della Ragioneria generale dello Stato sulle tendenze di medio-lungo periodo, aggiornato a metà 2025, traduce questi numeri nella curva più importante della finanza pubblica italiana: secondo le sue proiezioni la spesa pensionistica passerà dal 15 per cento del Pil di oggi a un picco del 17 per cento attorno al 2040, la cosiddetta “gobba”, per poi ridiscendere verso il 14 per cento nel 2070, quando il contributivo sarà a regime e le generazioni del dopoguerra saranno uscite dalle statistiche. Le proiezioni della Commissione europea disegnano una curva simile, ma meno ottimistica.
La discesa dopo il 2040, però, poggia su ipotesi molto generose. La spesa in termini reali continuerà a crescere, da circa 290 a circa 360 miliardi a prezzi costanti: a scendere sarebbe solo il rapporto con un Pil che si ipotizza in forte accelerazione. La Ragioneria assume che la produttività arrivi a crescere dell’1,5 per cento l’anno, circa dieci volte il ritmo osservato negli ultimi decenni, e che la fecondità risalga verso 1,44 figli per donna, mentre continua a scendere.
Se l’economia dei prossimi decenni somiglierà a quella degli ultimi trenta, il picco sarà più alto e la discesa più lenta o assente: realisticamente, il peso delle pensioni sarà maggiore di quello scritto nei documenti ufficiali. Anche nello scenario più favorevole, comunque, ciò che le pensioni restituiranno dopo il 2040 verrà riassorbito da sanità e assistenza agli anziani, i cui costi crescono con l’invecchiamento, tanto che la spesa pubblica complessiva legata all’età supererà il 25 per cento del Pil attorno al 2045.
Il rovescio della medaglia riguarda chi oggi ha meno di cinquant’anni, perché la discesa della spesa è possibile solo grazie a pensioni molto più basse. Il tasso di sostituzione, cioè quanto vale la prima pensione rispetto all’ultimo stipendio, scenderà per un dipendente con 38 anni di contributi dal 74 per cento lordo del 2010 al 58 del 2070, e per gli autonomi dal 72 al 47. Sono peraltro simulazioni con carriere piene e ininterrotte: le carriere reali, fatte di ingressi tardivi e discontinuità, produrranno assegni più bassi. L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) lo ripete da anni: nei prossimi quindici anni il problema del sistema sarà la spesa, dopo sarà l’adeguatezza, cioè la povertà dei pensionati futuri, aggravata da una previdenza complementare che copre appena il 13 per cento degli occupati.
L’età legale di vecchiaia, 67 anni, è agganciata alla speranza di vita e salirà da sola: 67 anni e 3 mesi dal 2027, 68 e un mese dal 2039, 70 attorno al 2067, tanto che per chi entra oggi nel mercato del lavoro l’Ocse stima un’uscita attorno ai 70-71 anni, tra le più alte del mondo occidentale. L’età effettiva resta però molto più bassa, 63,8 anni in media nel 2024, perché il canale delle uscite anticipate, 42 anni e 10 mesi di contributi a qualsiasi età, resta larghissimo: quasi quattro nuove pensioni dirette su dieci sono anticipate. Congelare l’aggancio alla speranza di vita, tentazione ricorrente di ogni stagione politica, costerebbe secondo Ragioneria e Upb circa 30 punti di debito in rapporto al PIL al 2070 e abbasserebbe perfino le pensioni future, perché uscire prima significa meno montante e coefficienti meno favorevoli.
Il quadro che emerge è quello di un sistema che regge soltanto drenando quote crescenti di risorse da chi lavora, un terzo dello stipendio più i trasferimenti pubblici e per anni perfino il Tfr, per onorare promesse fatte quando i contributi erano la metà, i pensionati molti meno e la vita più breve. Regge comprimendo il resto della spesa pubblica, dalla sanità alle politiche per la famiglia, cioè le voci che potrebbero sostenere la natalità e la crescita da cui il sistema stesso dipende, e scaricando l’aggiustamento su un punto solo: le pensioni future, più basse e più tardive, di chi intanto paga quelle attuali.
Il dibattito tratta questo equilibrio come intoccabile in una direzione sola: i diritti acquisiti di chi è già in pensione valgono anche per le componenti mai coperte dai contributi, mentre viene considerato normale che chi lavora versi un terzo dello stipendio per promesse fatte da altri e riceva in cambio la prospettiva di assegni più magri. È una gerarchia che privilegia chi ha già ricevuto rispetto a chi deve ancora ricevere, ed è una scelta politica, per quanto venga raccontata come un vincolo naturale. Intervenire, peraltro, ha un significato preciso: lasciare intatte le pensioni basse e medie e chiedere qualcosa, sotto forma di rivalutazioni raffreddate, a quella minoranza di assegni elevati che assorbe una parte sproporzionata del reddito pensionistico, dentro i confini che la Corte ha già tracciato.
Il costo del rinvio, intanto, si vede già: ogni anno decine di migliaia di giovani, spesso qualificati, lasciano il paese, attratti anche da stipendi netti che l’Italia, con il suo carico fiscale e contributivo, fatica a offrire; ogni partenza restringe la base che dovrebbe pagare gli assegni di domani. La ragione dell’immobilismo, del resto, è prima di tutto demografica: in un paese sempre più vecchio i pensionati aumentano mentre chi lavora diminuisce, così l’intero sistema politico, prima ancora che previdenziale, si sbilancia ogni anno un po’ di più dalla parte di chi la pensione già la riceve.
Quasi ogni governo dell’ultimo decennio, infatti, ha allentato dove avrebbe dovuto stringere: il sistema resta com’è perché correggerlo ha un costo immediato per chi decide, mentre rinviare lo pagano altri, più avanti. Le pensioni italiane continueranno a essere pagate, in un modo o nell’altro: la domanda è da chi. Finora la risposta è sempre stata la stessa, cioè da chi non era ancora nato quando le promesse sono state fatte.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

In realtà bisogna Smascherare il deficit, il costo reale dell’equità tradita!
Nel dibattito sulla sostenibilità del sistema pensionistico italiano, ci si ferma troppo spesso all’importo lordo dell’assegno, etichettando come “d’oro” ciò che, in realtà, è spesso solo il risultato di una lunga vita lavorativa e di versamenti contributivi elevati. Per superare la demagogia, dobbiamo guardare cosa c’è dietro quei numeri e proporre un cambio di paradigma strategico.
1. La realtà dei numeri: Il peso del sistema a ripartizione
Consideriamo un lavoratore con 42 anni e 10 mesi di carriera e uno stipendio medio di 100.000 euro:
Il versamento effettivo: Con un’aliquota del 33% (tra quota lavoratore e azienda), questo lavoratore ha versato circa 1,4 milioni di euro (valore nominale).
La rendita pubblica: Il sistema INPS eroga oggi una pensione annua di circa 42.000 euro.
Il confronto di mercato: Se quei medesimi 1,4 milioni di euro fossero stati gestiti in un regime di capitalizzazione privata, ipotizzando una gestione finanziaria standard, si sarebbe potuto generare un capitale finale stimato di circa 4 milioni di euro, capace di sostenere una rendita annua di circa 200.000 euro.
Il risultato? Il lavoratore riceve una rendita che è circa 1/4 di quella che il mercato gli avrebbe garantito. Il gap tra i 42.000 euro percepiti e i 200.000 euro teorici non è un privilegio, ma la “tassa occulta” pagata per sostenere un sistema che non riesce a auto-finanziarsi. Oggi, l’80% dei pensionati riceve una rendita che eccede di gran lunga il valore dei contributi effettivamente versati.
2. La svolta strategica: Separare Previdenza e Assistenza
Il problema di fondo non è l’importo delle singole pensioni, ma la commistione contabile e politica tra due funzioni opposte:
Previdenza (Assicurativa): Deve essere un rapporto di puro scambio attuariale. Ciò che versi, rivalutato, ti viene restituito. Qui il rendimento deve essere garantito e il capitale tutelato.
Assistenza (Redistributiva): È lo strumento con cui lo Stato garantisce il benessere sociale. Questa quota deve essere finanziata attraverso la fiscalità generale (IRPEF, IVA, etc.) e non attraverso l’aliquota contributiva sul lavoro.
La proposta:
Dobbiamo operare una separazione netta tra queste due voci nel bilancio dello Stato. Finché non scorporeremo la spesa di assistenza — ovvero tutto ciò che oggi è erogato senza una reale copertura contributiva — dalla spesa previdenziale, continueremo a penalizzare chi produce ricchezza, chiamando “pensioni d’oro” la semplice restituzione di quanto versato.
Solo chiarendo che il 33% di contributi è, nei fatti, in parte una tassa di solidarietà forzata e in parte un risparmio previdenziale, potremo finalmente pretendere:
1. Trasparenza: Un estratto conto INPS che separi il “montante” dalla “quota sussidio”.
2. Libertà di scelta: La possibilità, per chi supera certi massimali, di gestire il surplus in un regime di capitalizzazione privata, evitando la dispersione di capitale che oggi avviene nel sistema a ripartizione.
La sostenibilità non si ottiene tagliando le rendite di chi ha lavorato una vita, ma smettendo di nascondere i costi dell’assistenza sociale dentro le buste paga dei lavoratori produttivi.
In base ai dati pubblicati e riproposti qui negli articoli sul tema, la separazione tra previdenza e assistenza non renderebbe la questione meglio definita perché per quanto riguarda la prima, i contributi versati dai lavoratori attuali per pagare le pensioni calcolate soprattutto sotto il regime retributivo (che sono ancora oggi la maggioranza), non bastano.
Quindi interviene già la fiscalità generale anche e non solo attraverso la voce dell’assistenza per sopperire al deficit contributivo dichiarato dall’Inps.
Mi son sempre chiesto come sia possibile che,nella situazione nazionale,nessuno abbia mai studiato per l’Italia la possibilità di una soluzione Piñera.