

La distinzione tra previdenza e assistenza, gli equivoci sulle pensioni medie e il peso dei contributi mostrano uno squilibrio finanziato sempre più dalla fiscalità generale e dal reddito dei lavoratori, a vantaggio degli assegni calcolati con le vecchie regole. Seconda parte di tre. Qui la prima parte.
Queste note sono debitrici di un paper pubblicato sul Substack Lorenzo Ruffino il 13 luglio (“Perché le pensioni italiane non sono sostenibili”). Il lettore non si scoraggi per la mole di numeri citati. Perché sono numeri che raccontano, più di mille parole, una parte importante della storia sociale e politica del paese.
La disputa più accesa nel dibattito domestico riguarda la distinzione tra previdenza e assistenza. L’idea è che dentro la spesa pensionistica convivano due cose diverse: da una parte le pensioni guadagnate con i contributi, la previdenza; dall’altra le prestazioni pagate dalla fiscalità generale a chi ha versato poco o nulla, come assegni sociali e invalidità civili, cioè l’assistenza. Su questa base il Centro studi Itinerari Previdenziali riclassifica ogni anno la spesa: depurata dell’assistenza e delle voci improprie, la spesa previdenziale “vera” scenderebbe a poco meno del 12 per cento del Pil, in linea con l’Europa. Sottraendo anche l’Irpef che grava sui pensionati, il sistema risulterebbe addirittura in attivo. Il problema, in questa lettura, starebbe tutto nella spesa assistenziale, passata da 73 a 180 miliardi di euro tra il 2008 e il 2024.
La Commissione tecnica istituita al ministero del Lavoro per dirimere la questione, nel suo rapporto finale del dicembre 2021, arrivò alla conclusione opposta: la separazione rigida tra previdenza e assistenza esiste solo in Italia e il canale di finanziamento è un criterio inservibile, perché una prestazione previdenziale può legittimamente essere pagata con le tasse. Le conclusioni di chi dimezza la spesa, scrisse la Commissione, si reggono “solo sulla base di artifici contabili e di dati statistici assemblati in modo non corretto”. Ma, anche adottando la classificazione più restrittiva possibile, la spesa resta sopra il 14 per cento del Pil. Lo stesso Inps ha stimato che separare le due componenti sposta il totale di meno di un punto.
Questa disputa conta però meno di quanto sembri. Perché ogni euro erogato dal sistema, si chiami previdenza o assistenza, va comunque prelevato con i contributi o con le imposte dal reddito di chi lavora. Spostare una voce da una colonna all’altra cambia la contabilità, il conto resta identico. L’operazione nasconde anche un’incoerenza: la distinzione viene applicata alle uscite e mai alle entrate, visto che molte pensioni oggi classificate come integralmente “previdenziali” sono state costruite versando aliquote molto più basse di quelle attuali.
Le pensioni di reversibilità e quelle versate al coniuge superstite mostrano bene quanto il confine sia sfumato: contano come previdenza a tutti gli effetti, perché derivano dai contributi versati dal defunto, anche se chi le riceve può non aver versato nulla in vita propria. L’Italia vi dedica il 2,4 per cento del Pil, la quota più alta d’Europa.
Un discorso simile vale per la distinzione tra pensioni pubbliche e private: esiste un’unica ripartizione, nella quale dal 2012 è confluita anche la cassa dei dipendenti statali, l’ex Inpdap. I dipendenti pubblici hanno assegni medi molto più alti, circa 2.280 euro lordi al mese contro i 1.280 della media generale. La loro gestione incassa 47 miliardi di contributi a fronte di 94 miliardi di prestazioni, un disavanzo quasi il doppio del passivo complessivo del sistema, che le gestioni in attivo contribuiscono a coprire.
Nei confronti internazionali pesa infine la tassazione: l’Italia, a differenza di altri paesi, tassa le pensioni con un’aliquota Irpef media attorno al 19 per cento, per un gettito di circa 70 miliardi, e quindi la spesa netta è sensibilmente più bassa di quella lorda. L’obiezione è fondata, ma cambia poco la classifica.
Quasi tutti gli equivoci sugli importi nascono da una distinzione che il dibattito ignora sistematicamente: pensioni e pensionati sono due cose diverse. Nel 2024 in Italia risultavano in pagamento 23 milioni di prestazioni pensionistiche a fronte di 16,3 milioni di beneficiari, cioè 1,41 pensioni a testa, perché gli assegni si cumulano: una vecchiaia più una reversibilità, un’invalidità più una maggiorazione. Il 68 per cento dei pensionati percepisce un solo assegno, il 24 per cento due e quasi l’8 per cento tre o più.
Ne derivano due “pensioni medie”, tra le quali chi discute sceglie quasi sempre quella che serve alla sua tesi. Dividendo la spesa per le prestazioni si ottengono quasi 16 mila euro lordi l’anno, cioè 1.220 euro al mese per tredici mensilità: è il numero che alimenta il racconto di un paese con pensioni da fame. Dividendo per le persone si ottiene il reddito pensionistico effettivo, poco più di 22 mila euro lordi l’anno, circa 1.720 al mese. Il dato corretto è il secondo, perché le persone vivono della somma dei loro assegni.
Lo stesso effetto ottico gonfia le “pensioni sotto il minimo”. Le prestazioni sotto i 599 euro al mese, il trattamento minimo del 2024, sono davvero un terzo del totale, 7,6 milioni, ma le persone che vivono con un reddito pensionistico complessivo sotto quella soglia sono 2,3 milioni, il 14 per cento: tutte le altre prestazioni “povere” sono secondi o terzi assegni che si sommano sulla stessa testa, spesso di pensionati con redditi medi o alti. L’Inps segnala che tra le pensioni di importo più basso solo quattro su dieci godono di integrazioni legate al reddito, cioè appartengono a persone considerate povere dal fisco.
Il reddito pensionistico, calcolato per persona nel XIII Rapporto di Itinerari Previdenziali, pubblicato all’inizio del 2026 su dati 2024, risulta molto concentrato. Il 37 per cento dei pensionati ha un reddito da pensione sotto i 1.200 euro lordi al mese e a questo terzo abbondante va meno del 15 per cento del totale. All’estremo opposto, i pensionati sopra i 2.400 euro lordi al mese sono il 22 per cento e assorbono il 44 per cento di tutto il reddito pensionistico; quelli sopra i 2.500 euro, circa 3,3 milioni di persone, un quinto del totale, ne assorbono circa il 41 per cento; quelli sopra i 3.000 euro, uno su dieci, il 26 per cento. In cima, 247 persone incassano più di 30 mila euro al mese, in media 563 mila euro l’anno.
Dentro questa distribuzione il divario di genere resta ampio: tra le nuove pensioni liquidate nel 2025 le donne hanno ricevuto in media 1.056 euro al mese contro i 1.437 degli uomini e oltre metà delle pensioni femminili sta sotto i 750 euro, contro circa un terzo di quelle maschili. Anche per questo il cumulo con la reversibilità è così diffuso.
Rispetto al resto del paese, però, i pensionati stanno mediamente meglio: secondo i dati Ocse gli italiani tra i 66 e i 75 anni hanno un reddito disponibile pari al 108 per cento di quello medio della popolazione, il valore più alto al mondo dopo Israele, e i dati sui redditi reali mostrano che dal 2005 gli over 65 sono l’unica classe d’età ad aver guadagnato potere d’acquisto (più 12 per cento), mentre chi ha tra i 25 e i 49 anni ne ha perso il 7,3. La povertà tra gli anziani esiste ed è concentrata in quei 2,3 milioni di persone, ma il baricentro del sistema sta molto più in alto.
Per un lavoratore dipendente i contributi pensionistici valgono il 33 per cento della retribuzione lorda: 9,19 punti trattenuti in busta paga e 23,81 versati dal datore di lavoro, che per l’impresa sono comunque costo del lavoro, cioè salario che il dipendente produce ma non vede mai, un terzo dello stipendio per tutta la vita lavorativa. È una delle aliquote più alte del mondo occidentale ed è la ragione principale per cui il cuneo fiscale italiano, la differenza tra quanto costa un lavoratore all’azienda e quanto gli entra in tasca, è attorno al 46 per cento, una decina di punti sopra la media Ocse.
Il 33 per cento, per quanto alto, copre comunque solo una parte degli assegni. Nel 2024 l’Inps ha incassato 284 miliardi di contributi a fronte di oltre 320 miliardi di sole pensioni; secondo la Commissione tecnica ministeriale i contributi coprivano già prima del Covid il 76 per cento della spesa previdenziale. E per l’Ocse, nell’edizione 2025 del suo rapporto sulle pensioni, almeno un quarto della spesa pensionistica italiana è finanziato dalla fiscalità generale anziché dai contributi. Itinerari Previdenziali calcola che l’”aliquota di equilibrio”, quella che farebbe quadrare i conti, sarebbe attorno al 34 per cento.
La differenza la copre lo Stato: i trasferimenti all’Inps hanno toccato nel 2024 i 180 miliardi, più che raddoppiati rispetto agli 84 del 2011, e dentro c’è di tutto: dagli sgravi contributivi (42 miliardi) all’assegno unico per i figli (20), da una quota di ogni mensilità di pensione (29) fino al disavanzo del fondo delle Ferrovie. La parte riconducibile a oneri pensionistici in senso stretto vale, secondo le classificazioni più caute, quasi 100 miliardi. L’evasione contributiva, stima il ministero dell’Economia, sottrae al sistema altri 8-12 miliardi l’anno.
Per garantire a un lavoratore specializzato un netto simile a quello che potrebbe avere a Berlino o Amsterdam, un’azienda italiana deve quindi sostenere un costo lordo molto più alto, perché dentro quel costo ci sono sia le imposte sia i contributi. Il risultato è duplice: le imprese più innovative, quelle che competono per i profili migliori, hanno un motivo in meno per stabilirsi in Italia e i lavoratori più produttivi ne hanno uno in più per andarsene, dato che lo stesso costo aziendale si traduce in un netto più alto quasi ovunque. Il sistema pensionistico finisce così per gravare proprio sul lavoro qualificato che dovrebbe generare la crescita da cui dipendono le pensioni future.
Da diversi anni contribuisce a pagare le pensioni correnti anche il Tfr, attraverso un canale meno conosciuto: le aziende con almeno 50 dipendenti versano il trattamento di fine rapporto di chi non ha scelto un fondo pensione a un Fondo di Tesoreria presso l’INPS, che lo usa come liquidità corrente. Sono circa 6 miliardi l’anno; dal 2007 l’Inps ha incassato molto più Tfr di quanto ne abbia restituito, accumulando un saldo di oltre 40 miliardi che è a tutti gli effetti un debito verso i lavoratori, non registrato nel debito pubblico.
Già nel 2007 l’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi avvertiva che senza il Tfr l’indebitamento netto sarebbe risultato “significativamente superiore”. Qualcosa sta però cambiando: la legge di bilancio per il 2026 ha introdotto per i nuovi assunti un silenzio-assenso di 60 giorni, per cui da luglio il Tfr di chi non sceglie esplicitamente di tenerlo in azienda va automaticamente alla previdenza complementare.
La correzione vale però solo per i nuovi rapporti di lavoro: il flusso verso la Tesoreria Inps si ridurrà lentamente e il debito accumulato resta. Anche per questo la previdenza complementare italiana resta gracile, con appena il 13 per cento circa degli occupati iscritto a un fondo pensione.
Arriviamo così “alla frase che chiude ogni discussione sulle pensioni, al bar come nei talk show: io la pensione me la sono pagata” [L. Ruffino, cit.]. In un sistema a ripartizione l’affermazione è impossibile alla lettera, perché i contributi versati sono stati spesi allora, per i pensionati di allora; ma facciamo finta che il salvadanaio esista e verifichiamo se i conti tornano.
Prendiamo un dipendente andato in pensione nel 2011, a 61 anni, con 40 anni di contributi e una carriera iniziata nel 1971. Da una parte c’è quello che il sistema gli dà: il retributivo gli riconosce un assegno attorno all’80 per cento dell’ultimo stipendio e la speranza di vita a 61 anni è di circa 23 anni, quindi nel corso della pensione incasserà l’equivalente di circa diciotto stipendi annui, senza contare l’eventuale reversibilità al coniuge.
Dall’altra c’è quello che ha versato lui: sulle sue buste paga sono passate le aliquote appena viste, attorno al 20 per cento negli anni Settanta, il 24-25 negli Ottanta, il 27 nei primi Novanta e il 33 solo nell’ultimo tratto, in media poco più di un quarto dello stipendio per quarant’anni. Anche rivalutando ogni versamento con il criterio più generoso previsto dal sistema, cioè la crescita del PIL nominale, il suo salvadanaio arriva a circa undici stipendi annui. Il confronto è undici versati contro diciotto incassati: più di un terzo della sua pensione ogni mese ha come unica copertura i contributi di chi lavora adesso.
Alla stessa conclusione si perviene chiedendosi quale pensione quel lavoratore si sarebbe comprato da solo: applicando ai suoi versamenti il calcolo contributivo in vigore per i più giovani, cioè il montante moltiplicato per il coefficiente previsto a 61 anni, poco meno del 5 per cento, avrebbe diritto a un assegno attorno al 55 per cento dell’ultimo stipendio. Il retributivo gliene riconosce invece l’80 per cento: i venticinque punti di differenza, ogni mese e per tutta la vita, sono la parte di pensione che non si è pagato, il regalo del vecchio metodo di calcolo messo in conto a chi sarebbe venuto dopo.
Moltiplicato per milioni di posizioni, questo scarto è la principale origine dello squilibrio, insieme alla longevità: le pensioni durano molto più di quanto durassero quando furono promesse, tanto che oggi oltre 2 milioni di assegni sono in pagamento da più di trent’anni, circa 800 mila da più di quaranta e 240 mila da quasi mezzo secolo.
All’origine di tutto resta poi il peccato originale di ogni sistema a ripartizione: la prima generazione del dopoguerra, a cui le pensioni furono estese con grande generosità e spesso senza alcuna storia contributiva, incassò senza aver versato.
Quel beneficio è stato fatto scivolare in avanti di generazione in generazione, fino a quelle attuali, che pagano due volte: i contributi più alti della storia per i pensionati di oggi e, se possono permetterselo, il risparmio privato per compensare le pensioni più basse che riceveranno domani.
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Grazie per questo articolo, molto chiaro.
Per chi ha seguito anche solo marginalmente il tema, diverse cose elencate e descritte sono note da tempo.