
Che misero Paese è quello che si specchia in certe figure della politica, in certi personaggi che occupano i talk show gestiti da giornalisti schierati, nei beceri incolti frenetici della tastiera che affollano i social.
Chissà, forse quella che con disprezzo è definita “maggioranza silenziosa” è la parte migliore del Paese.
E allora proviamo a dar voce a chi non manifesta, con un po’ di razionalità, circa lo status di Gaza ora che le armi tacciono (ma Hamas giustizia sommariamente gli oppositori nelle strade).
Senza partire da lontano, da quando cioè Ariel Sharon impose il ritiro dell’esercito dalla Striscia e l’evacuazione forzata dei coloni nell’agosto del 2005, dando per noti tutti gli eventi successivi a quella data, compresa la vittoria elettorale di Hamas nel 2006 e la conseguente estromissione dell’ANP di Abu Mazen.
La narrazione (oggi si dice storytelling) dominante è fatta di notizie apodittiche e omissioni che hanno creato l’opinione corrente e che oggi, dopo la firma dell’accordo a Sharm el-Sheikh, consentono agli strenui propal (sostanzialmente anti-israeliani e anti-occidentali) di gridare al neocolonialismo e ai diritti negati dei palestinesi.
Ancora oggi viene propinata la definizione di “territori occupati” riferita a Gaza che, come abbiamo visto, occupata non lo è da vent’anni. Diversa è la situazione della Cisgiordania, in seguito agli accordi di Oslo, con le illegali forzature israeliane.
Ma Gaza, secondo la vulgata, è una prigione a cielo aperto perché Israele la blocca dal mare, perché ha imposto il blocco navale e ai check-point a nord faceva entrare solo lavoratori sfruttati (alcuni dei quali terroristi assassini che sono stati poi scambiati).
Tra le omissioni spicca il fatto che a sud la Striscia confina con l’Egitto, che la occupò dal 1948 al 1967 e che Sadat rifiutò di riprendersi in sede di accordi di Camp David.
Per anni, dei tunnel partenti dal territorio egiziano hanno consentito il rifornimento di armi; poi gli egiziani li hanno chiusi e blindato la frontiera.
Quindi, se Gaza è una prigione, i carcerieri erano due.
Ma nessuno chiarisce qual è l’attuale stato giuridico di Gaza, perché con tutta evidenza non è un territorio occupato. Non ha un’amministrazione democratica, perché dopo le elezioni del 2006 Hamas ha instaurato un regime autoritario. Non è uno Stato — che forse poteva essere autoproclamato, come fece Israele nel 1948.
La jihad islamica, in tutte le sue fazioni, ha sempre perseguito l’idea della sparizione di Israele. Quella dei due popoli e due Stati naufragò persino con l’OLP di Yasser Arafat che non era un jihadista.
Ma qual è, dunque, lo stato giuridico di Gaza?
Dal 2012 l’ONU riconosce la Striscia come parte dello Stato di Palestina, entità statale semi-autonoma guidata formalmente dall’Autorità Palestinese, che rilascia anche i passaporti. Ma nella Striscia, di fatto, domina Hamas.
È ben evidente che l’attuale accordo di pace, pubblicizzato con grande enfasi, ha dovuto riconoscere il ruolo di Hamas, fazione fondamentalista e terroristica che, con violenza e terrore, ha fortemente ridimensionato nell’ultimo ventennio il ruolo dell’ANP.
Ciò comporta una sostanziale rinuncia al riconoscimento dell’ONU: solo la forza delle armi e del denaro potranno forse aver riportato l’ANP al posto che le compete, ma per ora sotto tutela di un board internazionale (definizione di Trump).
Chi conosce un po’ di storia sa bene quanti sono i casi di nuovi Stati, territori aggregati o ex colonie che sono passati per un periodo transitorio — come l’amministrazione fiduciaria della Somalia, ex colonia italiana affidata dall’ONU all’Italia nel decennio ’50-’60 per avviarla pacificamente all’indipendenza, purtroppo con i risultati ben noti di una guerra civile tribale mai risolta.
Su Gaza si concentrano tre diverse concezioni e visioni politiche che si possono così sintetizzare:
- Jihad islamica, Iran e radicali propal in giro per il mondo: “dal fiume al mare” — irreale e fallita.
- Democrazie, Russia, Cina e Paesi islamici sunniti (praticamente quasi tutto il mondo): due popoli, due Stati — probabile, ma allo stato molto difficile.
- Piano Trump: fiumi di denaro per dimenticare il passato e vivere felici — di solito il business vince, ma in questo caso non è detto.
Il tempo dirà come andrà a finire. Per ora va notato l’entusiasmo eccessivo dei firmatari del patto e la delusione degli irriducibili che affermano di veder trionfare la forza sul diritto e il potere che conculca l’umanità dei deboli.
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Va bene tutto (quasi), ma perché chiamare col dispregiativo nome di coloni gli ebrei che vivevano lì e davano lavoro a tanti palestinesi?
Quanto ad Arafat-non-jihadista, ricordo che i suoi scagnozzi hanno condotto la strage di Damour al grido di allahu akhbar. Dico quella perché è l’unica che ho molto ben documentata, ma non credo di avere molti motivi per pensare che nelle altre circostanze le cose siano andate diversamente.