
di Claudio Pavoni
Per chi ne avesse perso le tracce, l’ex presidente dell’Inps, Pasquale Tridico attualmente è capo delegazione dei 5Stelle al Parlamento Europeo. Tridico è autore di un libro (scritto a quattro mani con il vicepresidente del partito, Mario Turco) che di fatto rappresenta il manifesto economico degli ex grillini.
La bibbia economica del nuovo 5Stelle ha questo titolo:” Governare l’economia per non farsi governare dai mercati”.
Può essere utile sapere cosa pensa del manifesto di Tridico il suo compagno di partito (fino a prova contraria) Stefano Buffagni.” L’ho letto: il mio giudizio è che potrebbe essere considerato leggermente progressista nella Cuba di Fidel Castro.”
Buffagni, dottore commercialista è stato è stato viceministro dell’economia nel governo Conte-Pd.
Per specificare che non intendeva fare dello spirito, l’ex viceministro ha aggiunto sul Corriere della Sera:” Posso dire che Gianroberto Casaleggio avrebbe cacciato i firmatari di quel manifesto economico”.
Se fossimo di fronte ad una delle continue punture di spillo (o sportellate) che ormai contrassegnano i rapporti fra i filo contiani e i nostalgici di Grillo (Buffagni era molto legato a Luigi Di Maio) potremmo essere tentati di buttarla in allegria Ma si dà il caso che il libro di Pasquale Tridico sia stato presentato in pompa magna e soprattutto si avvale di una prefazione di Giuseppe Conte. Cioè, di quel Giuseppe Conte oggetto del desiderio non corrisposto (o corrisposto a corrente alternata) di Elly Schlein. Allora una riflessione su quanto si debbano aspettare il Pd, i suoi elettori, e il resto degli italiani se quel matrimonio andasse in porto, va fatta. partendo proprio dal titolo.
Pasquale Tridico, dice infatti “Non fatevi governare dai mercati e dal capitalismo”. Il mercato, quindi, e il capitalismo per l’ex presidente dell’Inps, era, è, e resterà per sempre il grande nemico.
“È il momento di cambiare rotta –scrive l’ideologo economico del 5Stelle contiano- e ritornare a governare l’economia, ovvero fare in modo che l’uomo e i suoi valori prevalgano sulle leggi del mercato e del capitalismo, la forma di organizzazione economica oggi dominante”.
Uscire dal capitalismo per andare dove? Potremmo liquidare l’auspicio di Tridico ricordando che certo non è nuovo, e che è risuonato più volte nel secolo scorso (conta qualcosa che sia Hitler che Stalin fossero nemici del libero mercato?) e abbiamo visto come è andata a finire.
Invece vogliamo restare a quanto ci dice Tridico per convincerci. L’economista a 5Stelle, ci racconta una bella storia, la sua. “Sono figlio dello Stato sociale”, esordisce. Famiglia del Sud composta da sette fratelli, mamma casalinga e papà guardiano di mucche, sordomuto. Grazie allo Stato sociale, aggiunge Tridico, non solo lui fra i sette fratelli è riuscito a fare l’Università; suo padre a guarire, seppure parzialmente, dalla sordità; tutta la famiglia a trasferirsi al Nord; e lui stesso, a prezzo di sacrifici, oltre che per l’aiuto dello Stato, a laurearsi, diventare economista, e addirittura presidente dell’Inps. Chi può dire che non sia una bella storia italiana?
Ma chi può negare che Pasquale Tridico e la sua famiglia abbiano potuto emanciparsi grazie ad uno Stato che nei suoi momenti migliori, grazie all’economia di mercato, ha raggiunto un livello di benessere da consentire un welfare che sta al passo con quello dei Paesi più progrediti, anch’ essi figli dell’economia di mercato?
Il mercato non si affronta soffocando la sua libertà, o piegando la sua funzione ai propri interessi. Il mercato è in grado di esprimere le sue potenzialità di sviluppo solo quando si accetta il confronto (semmai partecipando e lottando per migliorare il suo funzionamento al fine di impedire lo strapotere dei più forti); quando, sul piano internazionale, si attrezza la propria “proposta Paese” affinché sia adeguata alla competizione, alla concorrenza.
Come? Facendo sistema: cosa che in Italia non si è mai fatto; o si è fatto sporadicamente al seguito di qualche ministro illuminato (ce ne sono stati, a partire da Luigi Einaudi ministro del Tesoro, delle Finanze e del Bilancio nei cruciali anni dal 1945 al 1948).
Uno dei primi interventi, nella logica di sistema, dovrebbe essere la convocazione degli Stati Generali dell’Industria. Sapere chi fa, cosa fa, dove lo fa. Oggi abbiamo solo rapporti generici che fotografano la situazione, mentre avremmo bisogno delle nuove metodologie per la raccolta dei dati e soprattutto per la loro lettura.
Le imprese vincenti, sempre in questa logica, dopo avere abbondantemente dimostrato di saper crescere, di saper competere, di saper innovare, devono trovare in casa, non altrove, i loro paradisi fiscali e normativi.
Il presidente della Confindustria, Emanuele Orsini, all’assemblea dell’Assolombarda lo ha detto chiaramente: “Ci vuole una “Ires premiale” per chi mantiene il 70 per cento degli utili in azienda e impiega il 30 per cento di questo 70 per cento, in produttività, welfare, formazione, innovazione”.
Innovare, parola magica che tutti pronunciano come fosse la lampada di Aladino. Ma l’innovazione di massa, quella che fa sistema, nasce da una nuova cultura. Nasce dalla scuola, a partire dalle elementari, dove i ragazzini devono entrare in contatto con modelli virtuosi, con uomini che sono stati capaci, con il lavoro, di far crescere le loro famiglie, le loro aziende, il territorio e quindi il nostro Paese.
Ai giovani va indicato un futuro all’interno di un modello già delineato in cui fare convergere le energie migliori. Agli universitari disposti a impegnarsi con profitto nelle materie del futuro, matematica, statistica, informatica, ingegneria, va garantito un reddito immediato. L’intelligenza artificiale va studiata, sperimentata, sviluppata in piccoli distretti territoriali accanto ai centri universitari. Collocati soprattutto al Sud, dove ci sono intelligenze particolarmente adatte ad assorbire quel mondo più sofisticato che, però, promette di rendere più semplici le realizzazioni delle generazioni future.
Invece di illudere le popolazioni che le montagne si possono aggirare con alchimie che la storia, sia quella passata che quella recente, hanno già dimostrato controproducenti, bisogna offrire loro i mezzi per scalarle attraverso il raggiungimento di obiettivi sia individuali che collettivi.
I nostri padri, i nostri nonni, guidati da certi uomini, e dalla loro volontà, sono riusciti a risorgere dalle rovine della guerra. Bisogna guardare con occhi contemporanei a quei gloriosi giorni della nostra storia. E ripartire da lì.
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