
Credo che pochi studenti liceali e universitari che occupano le scuole, manifestano con la kefiah e amano scontrarsi con la polizia al grido di “Free Palestine”, conoscano il poemetto di Pier Paolo Pasolini “Il PCI ai giovani!”. Eppure, i loro genitori dovrebbero ricordarlo. Del resto, ancora oggi gode di una sorprendente fama sui media. I versi che incontriamo più spesso sui giornali, sui social e in alcuni film sono questi:
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Sono preceduti da:
Avete facce di figli di papà.
Avete lo stesso occhio cattivo. Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici.
E seguiti da:
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. Quanto a me, conosco assai bene il loro modo di esser stati bambini e ragazzi, le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, a causa della miseria, che non dà autorità. La madre incallita come un facchino, o tenera, per qualche malattia, come un uccellino; i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni altrui, lottizzati); i bassi sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi caseggiati popolari…
Po il testo si interrompe a metà:
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, la vostra! In questi casi, ai poliziotti si danno i fiori, amici.
Facciamo un passo indietro e veniamo ai fatti. Venerdì 1 marzo 1968 circa quattromila studenti si radunarono a Roma, in Piazza di Spagna, con l’obiettivo di riprendere possesso della Facoltà di Architettura della Sapienza. La Facoltà era stata occupata un mese prima e il 29 di febbraio il rettore aveva chiesto l’intervento delle forze dell’ordine per sgomberare la sede. Arrivati all’altezza di Villa Giulia, gli studenti si trovarono di fronte a un imponente cordone di polizia. Partirono i primi scontri e le prime cariche di alleggerimento, ma quando alcuni agenti riuscirono a circondare un giovane, picchiandolo con violenza, i manifestanti reagirono e la polizia ebbe la peggio.
A guidare l’attacco furono, congiuntamente, gli esponenti del movimento studentesco dell’estrema sinistra e quelli di Avanguardia Nazionale, l’organizzazione neofascista fondata da Stefano Delle Chiaie, spalleggiata da militanti del Msi, Fuan-Caravella e di Primula Goliardica, allora testa di ponte della destra estrema all’interno della Facoltà di Architettura. Per la cronaca, tra i partecipanti agli scontri di Valle Giulia vicini al movimento studentesco ritroviamo molte figure che avranno in seguito percorsi tra i più svariati: il regista Paolo Pietrangeli (che all’episodio dedicò la famosa canzone “Valle Giulia”, divenuta un simbolo del movimento sessantottino), Giuliano Ferrara (che rimase ferito), Paolo Liguori, Aldo Brandirali, Ernesto Galli della Loggia, Marco Lombardo Radice, Oreste Scalzone.

Come ricorda Leonardo Tonini in un recente memoir dell’evento (“Avamposto”, 23 maggio 2024), la “battaglia di Valle Giulia” scatenò una feroce polemica in tutto il paese, tra convegni, interpellanze parlamentari, fiumi d’inchiostro su quotidiani e riviste. Mancava ancora solo la voce di Pasolini, intellettuale non molto amato a sinistra e odiato a destra, forse -anzi, soprattutto- per il suo scandaloso stile di vita. Quando, tre mesi dopo (il 16 giugno), “L’Espresso” pubblicò la sua presa di posizione, Pasolini si ritrovò tutti contro, e non solo in Italia.
François Revel, nato socialista e morto firmando una petizione a favore dei Contras nicaraguensi, scrisse: “Dubito che Pasolini possa trovare in Marx o in Lenin una sola citazione a conforto della sua proposta”. Michel Butor, esponente del “nouveau roman”, parlò di “versi stile cartolina postale”. Per Goffredo Parise, Pasolini era “un nevrastenico pedagogo”; per Montale la sua non era poesia, ma “uno sfogo personale; Franco Fortini consigliò di “dargli qualcosa da leggere o da scrivere perché non disturbi”. Persino l’amico e sostenitore Alberto Moravia ebbe da obiettare: “Forse egli si è lasciato trascinare a considerare soltanto gli studenti italiani”, non capendo che la rivolta studentesca, “l’avvenimento più importante, più consolante e più positivo che si sia verificato in questi ultimi vent’anni, va guardata nella sua totalità, nel mondo intero”.
Ma, al di là dei singoli giudizi, tutta l’intellighenzia di sinistra italiana concordava su un punto: lo scritto di Pasolini rappresentava un sostegno alle forze reazionarie. Secondo la vulgata allora dominante, infatti, le rivoluzioni operaie erano nate da rivolte studentesche, e gli stessi padri del comunismo provenivano da ambienti universitari e borghesi. Ciò che però si tralasciava era la “pars construens” dell’opera.
Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni!
Andate a invadere Cellule! andate ad occupare gli usci del Comitato Centrale: Andate, andate ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!
Pasolini, in fondo, aveva intuito l’essenza conservatrice dei movimenti extra-parlamentari sessantottini, della strana e curiosa alleanza tra gruppi fascisti e gruppi sedicenti comunisti: tutti a mimare il gioco del potere contro il più grande Partito comunista dell’Europa occidentale con azioni violente e malviste dei ceti popolari.
Spero che l’abbiate capito che fare del puritanesimo è un modo per impedirsi la noia di un’azione rivoluzionaria vera.
E ancora:
come potrebbe concedersi
un giovane operaio di occupare una fabbrica senza morire di fame dopo tre giorni?
Insomma, per Pasolini i giovani figli di papà non cercavano la liberazione di tutti, ma la libertà per sé stessi (gli esami collettivi, il “voto politico”). E per lui era innegabile la sostanziale differenza tra chi occupa una fabbrica per avere più diritti e chi occupa un’università allo scopo di passare più facilmente gli esami. A nessun rivoluzionario era mai venuto in mente di bloccare l’attività di una scuola:
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.
Come diceva Marx, la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Non è una legge inesorabile. Ma, pensando al tempo presente, ho il sospetto che avesse ragione.
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Ottimo articolo, da ieri ad oggi la storia si ripete, ma da farsa a farsa