

Anna Paola Concia non è nuova a gesti di dialogo trasversale, ma la sua presenza ad Atreju di quest’anno ha fatto più rumore del solito. L’ex deputata del PD lo chiarisce subito: non è stata una provocazione. «È il terzo anno che vado ad Atreju», racconta, «i primi due in collegamento da Francoforte. Quest’anno Arianna Meloni mi ha detto: “Mi piacerebbe che tu fossi in presenza”. E io ho detto sì molto prima che Schlein decidesse di andare o non andare.»
La scelta di Concia, in un contesto storicamente lontano dalle sue battaglie, ha messo in luce un paradosso: chi un tempo ignorava o osteggiava certe istanze oggi si mostra più disposto al dialogo.
La frattura, spiega Concia, nasce dalla chiusura crescente della sinistra verso chiunque non segua il copione dominante. «Sono anni che non ricevo più un invito a confrontarmi dai miei amici del PD», afferma. «Io non ho mai cambiato idea sui diritti delle donne e sui diritti LGBT. Dico esattamente le stesse cose, ma loro non vogliono più parlarne».
Questa indisponibilità al confronto viene, per Concia, da una deriva ideologica interna che ha trasformato una parte del femminismo in un recinto invalicabile. «A sinistra si sono arroccati in un fortino che cercano di difendere con dei dogmi», dice. «Il transfemminismo e il femminismo intersezionale hanno una teoria tremenda: il no debate. Loro non vogliono discutere».
È qui che il paradosso esplode. Concia racconta che a destra, proprio nella casa politica da cui in teoria ci si aspetterebbe ostilità ai temi LGBT, ha trovato invece disponibilità all’ascolto. «Ho poco in comune con il femminismo conservatore della destra, ma tra la mia visione di femminismo e la loro esiste almeno una possibilità di riconoscimento reciproco, pur muovendosi su terreni distanti.»
E questo è un altro paradosso: il disconoscimento a sinistra di qualsiasi altro femminismo che non sia quello intersezionale o transfemminista, liquidato come eurocentrico, privilegiato, superato. Un’accusa che sfiora la riscrittura della storia più che un aggiornamento teorico. Perché, volenti o nolenti, il femminismo nasce e si sviluppa dentro la cultura occidentale, ed è figlio diretto del pensiero illuminista e liberale. Ha radici profonde, costruite in secoli di battaglie civili, politiche e giuridiche. Siamo oltre il disconoscimento. Siamo davanti a un tentativo di riscrittura, in cui ciò che non rientra nei nuovi dogmi viene messo ai margini come errore culturale da correggere.
E allora, chiediamo a Concia, che cosa è successo? Come siamo arrivati al paradosso per cui una parte della sinistra rivendica come unico femminismo possibile istanze particolariste provenienti da culture in cui le donne non godono degli stessi diritti, trasformandole in verità assolute e cancellando decenni di emancipazione occidentale, mentre a destra si rifiuta il relativismo in nome di un universalismo, che – alla resa dei conti – è l’unica vera garanzia dei diritti delle donne? La sua risposta è semplice e feroce: «La sinistra si è chiusa in un fortino che difende a colpi di dogmi», spiega. «Ha abbracciato un femminismo che non vuole discutere, che teorizza il no debate, e così ha smesso di guardare la realtà delle cose». Nel vuoto lasciato da questo ripiegamento identitario, osserva Concia, la destra ha colto l’occasione: «Hanno capito che aprire spazi di dialogo sui temi delle donne li fa apparire più moderni, più ragionevoli. Non è che la destra sia diventata femminista, ma almeno ti lascia parlare.» Ed è in questo scambio di ruoli, conclude, che si misura lo scarto culturale di oggi: «La sinistra rinnega il proprio patrimonio e la destra, per una serie di ragioni strategiche, lo intercetta. È un ribaltamento che pochi avrebbero previsto».
Secondo Concia, la destra ha ammorbidito i toni anche per una ragione strutturale: governare obbliga a misurarsi con la realtà, non più con gli slogan. «Quando governi devi fare i conti con le cose vere. Non puoi essere ingrugnito per sempre», osserva. E se la destra si apre, la sinistra accorcia il fronte, spesso in nome di un moralismo che, secondo Concia, replica dinamiche autoritarie. «C’è un atteggiamento da purghe staliniane», denuncia. «Quella che oggi chiamiamo gogna è la stessa cosa. L’ho vissuta sulla mia pelle dopo Atreju: insulti pesanti da gente che conosco da vent’anni».
Il cuore della politica dovrebbe essere il confronto: l’idea che due visioni diverse possano sedersi allo stesso tavolo e provare a capirsi. Oggi, invece, assistiamo a una demonizzazione continua dell’avversario, una pratica inaugurata anni fa dalla destra, ma che la sinistra non solo ha fatto propria, bensì trasformata in una bandiera identitaria. Il dialogo non è più ammesso: tutto viene immediatamente moralizzato, ogni posizione alternativa bollata come sospetta, pericolosa, o illegittima. Lo si vede anche nei silenziamenti di speaker ebrei o pro Israele, accolti come se avere una lettura diversa di una crisi complessa fosse un crimine da punire. È un dogmatismo che ha finito per alienare molti moderati di sinistra, spingendoli verso terreni politici che non avrebbero mai immaginato di considerare.
Il caso di Più Libri Più Liberi diventa un esempio perfetto della sua critica. L’appello per escludere la casa editrice Passaggio al Bosco, dice Concia, mostra un riflesso censorio pericoloso. «Ho vissuto per anni in Germania, il paese dove si sono bruciati i libri», ricorda. «E ho assorbito una cultura del rispetto delle idee. Alla Buchmesse ci sono polemiche ogni anno, ma la barra è dritta: chiunque può pubblicare. Al massimo non compri un libro, non lo bruci, non cancelli lo stand». E aggiunge: «Giù le mani dai libri. Perché se cominci con uno, poi arrivano Pol Pot, Che Guevara, Stalin… e non finisci più».
Un punto che Concia tiene a chiarire con forza è che parlare con la destra non significa affatto abbracciarne le idee. «Ad Atreju ho detto delle cose che a loro non facevano piacere», rivendica. «Ho detto quello che penso, esattamente come lo pensavo quando ero nel PD, quando ero parlamentare. Non ho cambiato una virgola». Il confronto, per lei, non è un gesto di cedimento ma un esercizio di coerenza: «Loro lo sanno benissimo che la mia visione dei diritti delle donne e dei diritti LGBT è lontana dalla loro. Ma mi invitano comunque.»
Il nodo politico è chiaro: la sinistra, dice Concia, non comprende che la sua chiusura sta spingendo fuori molti moderati. «Perché non c’è più dialogo. Solo dogmi. E questo mi spaventa.»
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Gli esponenti di destra hanno capito l’umore del momento e le difficoltà della sinistra di identificarsi in certe battaglie storiche.
Non sottovalutiamo però il fatto che per anni a destra hanno fatto dell’apologia del fascismo e la sua normalizzazione una loro caratteristica distintiva. Poi hanno imparato nei convegni e anche nei libri a non parlarne apertamente e a fare riferimenti non diretti, per schivare la censura e l’isolamento culturale. In sintesi la sinistra ha sempre avuto problemi di coerenza a proposito di certi rapporti con dittature comuniste e islamiche, ma anche a destra la “fiamma” non si è mai spenta del tutto. Libertà di parola a tutti con l’intento di rimanere vigili e attenti affinché la democrazia non venga piegata a favore di certe volontà dall’ambiguo atteggiamento.
Concordo. Più che una liberalizzazione della destra credo ad una furberia funzionale all’implosione della sinistra.
Esattamente!! Da parte di FdI una logica e necessaria (per mantenere le distanze in termini di preferenze, in primis con alcuni alleati fastidiosi) manovra per intercettare quanti, moderati, non si vedono rappresentati dalla sinistra attuale. Indirettamente potrebbe anche portare ad un rimescolamento di intenti e di progettualità tali da portare sullo sfondo la natura “fiammeggiante”….
Grande Paola Concia! Ha perfettamente chiaro il quadro generale. Anche i dettagli invero.
Quando perde consensi perché ghettizzato come partito della ztl o delle minoranze devi per forza – non sposare dogmi – ma dare spazi ad altre priorità ( che non avevi mai declassato) .