di Raymi Libutti
Esplorando il “punto cieco” dell’Europa: Il crescente pericolo del Sahel
Mentre l’attenzione dell’Europa è incentrata sulle crisi globali, una minaccia oscura sta emergendo proprio oltre il Mediterraneo, nel cuore dell’Africa. Il Sahel, vasta regione che abbraccia 12 nazioni e ospita oltre 400 milioni di persone, sta diventando l’epicentro del terrorismo jihadista a livello mondiale, con risvolti che rischiano di allargarsi ben oltre i suoi confini.
In particolare, le aree saheliane del Liptako-Gourma e del bacino del Lago Ciad, si delineano come aree critiche di questa crescente tempesta. Qui, la disoccupazione dilaga, la povertà affligge le comunità e l’accesso ai servizi essenziali è una costante battaglia. È proprio in queste fratture della società che i gruppi estremisti trovano il loro terreno fertile. ISIS e al-Qaeda si infiltrano agilmente in questi territori impervi, sfruttando il caos politico e la mancanza di controllo statale per promuovere la loro agenda jihadista. La mancanza di prospettive economiche crea un ambiente favorevole al reclutamento dei giovani, mentre le crisi umanitarie alimentano il disordine e la disperazione che permeano queste regioni.
Mali, Burkina Faso e Niger, una volta considerati alleati fondamentali dell’Occidente nell’arena geopolitica, hanno subito colpi di stato nel 2021, 2022 e 2023 rispettivamente, gettando la regione in un vortice di turbolenza geopolitica.
Il Declino dell’Influenza Occidentale e l’Emergere della Russia nel Caos del Sahel
Oltre alla crescente minaccia del terrorismo, il Sahel è stato travolto da una serie di sconvolgimenti politici, conflitti storici e manovre geopolitiche che hanno ulteriormente complicato la situazione. Negli ultimi tre anni, una serie di colpi di stato ha scosso il panorama politico del continente africano, rovesciando governi che erano strettamente legati all’Europa e agli Stati Uniti, segnando così un graduale distacco dell’Occidente dalla regione.
Nelle ex-colonie francesi del Mali, Burkina Faso e Niger, l’ascesa di giunte militari dalle inclinazioni antifrancesi e antidemocratiche ha segnato una svolta critica nel panorama della sicurezza regionale. Nonostante gli sforzi congiunti della Francia e dei governi locali, la lotta contro il terrorismo jihadista ha subito contraccolpi evidenti, alimentando un crescente senso di disillusione tra la popolazione. Le operazioni militari condotte dai francesi, sebbene abbiano inizialmente portato a una certa stabilità e, talvolta, a successi, hanno anche attirato critiche e malcontento locali. Parigi e le autorità locali sono state accusate di danneggiare le economie locali e alimentare il disagio sociale. Le dichiarazioni del presidente Macron, che ha affermato che senza l’intervento militare francese, Mali, Burkina Faso e Niger non esisterebbero oggi, hanno risvegliato le ferite del passato coloniale, contribuendo ad alimentare i sentimenti antifrancesi. Tali elementi sono stati usati come pretesti per i colpi di stato, presentati come tentativi di ristabilire la sovranità nazionale e combattere il terrorismo.
Di conseguenza, negli ultimi anni la Francafrique, la storica rete di dominio francese nel continente, ha subito un netto ridimensionamento. Questo legame, radicato nel passato coloniale, è stato bruscamente interrotto dai tre stati saheliani, che hanno dichiarato la Francia persona non grata ed espulso le sue forze armate. Inoltre, sono state interrotte anche le due missioni dell’Unione Europea per la sicurezza e la difesa nella regione, rischiando così di segnare l’inizio della fine della presenza europea nel Sahel. Attualmente, la presenza francese in Africa si è drasticamente ridotta a cinque paesi, evidenziando un significativo mutamento nei rapporti di potere regionali.
Il terrorismo nel Sahel
Nel contesto di colpi di stato e cambiamenti geopolitici, il Sahel emerge come l’epicentro del terrorismo jihadista su scala globale. Qui, gruppi come lo Stato Islamico (ISIS) e Jamaat Nustrat Al-Islam wal Muslimeen (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, prosperano sfruttando il vuoto di potere lasciato dal ritiro delle truppe occidentali e dai cambi di governo locali. Nel 2023, il Sahel ha sperimentato un drammatico aumento della violenza terroristica, con il 59% di tutte le vittime del terrorismo jihadista concentrato in questa regione.
La decisione di utilizzare questa regione come rifugio per i terroristi non è casuale: Mali, Niger e Burkina Faso, al centro del Sahel, sono ricchi di risorse naturali che attraggono l’avidità dei gruppi estremisti. Qui, l’oro, l’uranio e il gas sono abbondanti, e chi li controlla si arricchisce e rafforza il proprio dominio sull’intera area. Tuttavia, non sono solo le risorse naturali a interessare i terroristi, bensì l’interconnessione tra il terrorismo e la criminalità organizzata nella regione che alimenta un ciclo di violenza e profitto. Il traffico illecito di droga, armi e persone, insieme al controllo dei preziosi metalli, finanzia le operazioni e consolida il potere di questi gruppi terroristi ai confini dei tre paesi.
Per complicare ulteriormente la situazione, la Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) ha reagito con fermezza ai colpi di stato nella regione, minacciando di isolare i tre stati saheliani se le nuove giunte militari avessero mantenuto il potere. In risposta, Mali, Burkina Faso e Niger hanno deciso di dissociarsi dall’ECOWAS e di formare l’Alleanza degli Stati Saheliani (AES). L’obiettivo principale dell’AES è coordinare le risorse e le forze dei tre paesi per affrontare congiuntamente il terrorismo. In particolare, lo statuto Liptako-Gourma mira a stabilire un fronte comune per la difesa e l’assistenza reciproca delle popolazioni locali. Con l’Occidente in un atteggiamento di apparente distacco e gli attori regionali che cercano di isolare i tre paesi, l’attenzione di queste nazioni si sta ora rivolgendo a Mosca, nella speranza di ottenere sostegno nella lotta contro l’estremismo e di garantire il dominio politico – e l’accesso alle risorse – nei loro rispettivi paesi.
L’autrice
Raymi Libutti, un mix di culture argentino-italo-peruviane, si sente a casa ovunque eppure in nessun luogo specifico. Appassionata di geopolitica, con particolare interesse per la sicurezza e il terrorismo in Medio Oriente e Africa. Ha conseguito due master in Israele, dove ha iniziato a condividere i suoi pensieri e le sue conoscenze su ‘The Times of Israel’.
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