
“Palestine will be free, from the river to the sea” è la traduzione adulterata di uno slogan genocidiario.
È possibile che non ne apprezzi il significato qualche ignorante abbestia dei cortei in cui quella cantilena è spensieratamente reiterata. Ma sanno perfettamente che cosa significa i tanti che la giustificano degradandola al rango di un’innocua ingenuità adolescenziale, la poetica di uno spontaneismo che dopotutto ha a cuore i diritti degli oppressi e difende le ambizioni di autodeterminazione di un popolo che soffre.
Lo sanno, questi altri, che cosa vuol dire “dal fiume al mare”. Lo sanno e, per procura, lo fanno cantare a quelle schiatte di pericolosi fessi. Sanno che, tradotto in grafica, quel ritornello si realizza nella cartina che c’è quassù: una Palestina Judenfrei.
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