
SECONDA PARTE
Ora c’è una luce diversa qui a Toronto. Bella. Si sente nell’aria, entra dalla finestra. Niente freddo spietato oggi. È maggio, finalmente. C’è un sole che ti scalda la faccia senza bruciare, e i colori fuori sembrano nuovi di zecca, brillanti. Il verde degli alberi è quasi violento dopo il grigio dell’inverno. Si respira bene. Una tranquillità che non sentivo da non mi ricordo neanche da quanto.
Esco.
Sì. Vado a fare un giro al parco. Metto le scarpe da running, quelle buone. Un paio d’ore a correre lungo la sponda del lago, con i buds alle orecchie e le playlist che mi rigenerano. L’aria fresca sul viso, il ritmo nelle gambe, la musica che fa scivolare tutto con facilità. Anche Toronto sembra più bella così, quando si toglie la maschera di ghiaccio. Si veste di colori, si riempie di gente che ha voglia di uscire. Probabilmente sul waterfront ci saranno i soliti runner del sabato, facce conosciute che si incrociano ogni settimana, un cenno di saluto e via. Oggi è diverso. Ho voglia di fare qualcosa di più. Prendo il telefono e chiamo le ragazze. Magari dopo la corsa facciamo un salto al mercatino di St. Andrew. Un po’ di cazzeggio, guardare le bancarelle, mangiare qualcosa per strada.
Sì. Oggi si fa così. Oggi mi prendo questa giornata. Me la merito.
Mentre corro a pochi passi dall’acqua, le note nelle orecchie diventano sospiri di sollievo. Sento una strana leggerezza. Ed eccomi qui, immersa nel brusio colorato del mercato. Odore di spezie e cibo fritto, voci che si accavallano, musica da qualche bancarella. Un caos vitale che solo pochi mesi fa avrei evitato come la peste. Sto quasi sorridendo, mentre aspetto le amiche, guardando delle collane fatte a mano. Prendo il telefono dalla custodia fissata alla spalla per avvisarle che sono qui.
Quando lo vedo.
O credo di vederlo.
Appoggiato a una colonna poco più in là. La postura è quella che immagino sua. L’eleganza discreta, la polo bianca, i pantaloni scuri.
È lui?
Il cuore inizia una corsa folle, indipendente dalla mia volontà.
Muovo un passo incerto verso di lui, poi un altro.
Lui si volta leggermente, il profilo.
È lui.
Ma c’è qualcosa di sfocato, come in un sogno.
Fa un cenno con la mano, un gesto quasi impercettibile, e una figura femminile si stacca dal flusso della folla, muovendosi verso di lui con una sorta di inevitabilità meccanica.
Li osservo.
I loro corpi si avvicinano. Le mani di lei si posano sulle sue braccia, un contatto che mi sembra quasi una ferita. Poi le teste si inclinano, le bocche si cercano, si trovano.
Un bacio.
Non è rapido.
Non è casto.
Vedo la pressione delle labbra, il modo in cui i loro corpi si adeguano l’uno all’altro, una familiarità epidermica che non ha bisogno di parole per esistere, un’adesione che mi provoca una contrazione allo stomaco. È l’ingranaggio ben oliato dell’abitudine, sì, ma è un’abitudine che espone la carne, l’umidità, la privatezza di un contatto che ora mi appare quasi osceno nella sua banalità. Io resto cementata al suolo, ogni funzione ridotta a questa osservazione clinica, impietosa. Un sordo disgusto mi sale in gola, freddo e metallico. Loro due, uniti in questa esibizione di appartenenza, iniziano a muoversi, un unico organismo che scivola via con la corrente. Stanno per essere assorbiti del tutto. Poi, non so perché, li seguo. D’istinto. Il mio sguardo cerca il suo in mezzo a quella marea umana.
E i nostri occhi si incrociano per un istante.
In quello sguardo, c’è qualcosa che mi gela il sangue. Sento, come se lui penetrasse dentro di me, una presenza che mi arriva addosso come una violazione, cruda, improvvisa, come uno stupro perpetrato in pieno giorno, in mezzo a tutti.
Poi il buio. Un’aggressione.
Inghiottiti.
E io con questo sapore amaro in bocca.
Non so se fosse lui, o soltanto un miraggio prodotto dalla mia stessa immaginazione iperattiva, ma quella ciambella di salvataggio in un istante, si è fatta zavorra. Il peso mi spinge a correre. Sento solo la necessità di correre. Corro verso casa, verso le mie quattro mura precise e pulite. Il mio silenzio ordinato.
È più facile.
Più sicuro.
Entro nell’appartamento, chiudo la porta. Il rumore del mondo resta fuori. Non accendo la luce. Resto con la schiena contro la porta, il respiro che non vuole calmarsi. Il cuore ancora in gola, le ginocchia che cedono. Fuori, da qualche parte, le ragazze mi staranno cercando. Non risponderò. Non stasera. Forse non domani.
Vado alla finestra.
Respiro l’aria di Toronto.
Pulita.
Un tepore di ghiaccio. Mi ripeto che va bene così. Il conto è questo. Devo pagare.
Senza fiatare.
Deve andare così.
Silenzio.
E allora i fantasmi iniziano a bussare alla porta del muro di cemento.
Bussano piano, all’inizio. Poi sempre più forte.
Il telefono vibra.
Una volta.
Due.
Tre.
Lo guardo sul tavolo, come si guarda un animale che potrebbe mordere.
Il suo nome sullo schermo squarcia il buio.
Non lo tocco subito.
Il cuore corre, le mani fredde. Il corpo ancora pieno di quella visione, di quell’impatto. Il mercato, il bacio, lo sguardo che mi attraversa come una lama.
Un messaggio.
“Ti ho sentita distante oggi. Tutto ok?”
Distanza.
Che parola pulita per dire collasso.
Ne arriva un altro.
“Sei sparita. Mi manchi.”
Mi manchi.
La stessa bocca che ho visto incollata a un’altra.
Le stesse dita che scrivono mentre stringono qualcun’altra.
Il gelo risale.
Dentro.
Lento.
Metodico.
Scrivo. Cancello.
Scrivo di nuovo.
Poi niente.
Lascio il telefono sul tavolo come se pesasse tonnellate.
Cammino per casa.
I passi rimbombano.
Il silenzio non è più pace. È una stanza vuota che urla.
Mi siedo sul letto.
Rivedo tutto.
Il modo in cui lei gli toccava le braccia.
La naturalezza.
L’intimità reale.
Carne contro carne.
Io invece…
pixel contro pelle.
Un orgasmo telecomandato.
Una felicità in affitto.
Mi viene da ridere.
Una risata secca, isterica.
Tutto quel tempio erotico.
Quei pacchi.
Quei giochi.
Una scenografia.
Il corpo vivo altrove.
Il telefono vibra ancora.
“Perché non rispondi?”
Poi:
“Non farmi questo.”
Poi:
“Ti sto scrivendo dal taxi.”
Taxi dove?
Verso chi?
Le immagini si sovrappongono.
Il mercato.
Il bacio.
Il display acceso.
La realtà che slitta.
Mi rendo conto di una cosa, lenta e spietata:
non so più cosa sia vero.
Se lui esiste davvero.
Forse non è mai stato mio.
Forse è sempre stato di qualcun’altra.
Forse è sempre stato di nessuno.
Solo un’interfaccia.
Un avatar emotivo.
Apro la chat.
Scorro.
Mesi di messaggi.
Canzoni.
Ti adoro.
Sei speciale.
Con te è diverso.
Diverso da cosa?
Le parole ora sembrano finte.
Programmate.
Ripetibili.
Potrebbero essere state inviate a chiunque.
Un brivido mi attraversa.
Forse non sono stata scelta.
Forse sono stata semplicemente usata bene.
Arriva l’ultimo messaggio.
“Se non rispondi mi fai male.”
Sorrido.
Amaro.
Anche questo lo conosco.
È la stessa grammatica della violenza.
Solo più elegante.
Non più calci sulla portiera.
Ora vibrazioni sullo schermo.
Spengo il telefono.
Il silenzio cade come neve spessa.
Per un attimo ho paura.
Paura vera.
Poi arriva qualcosa di nuovo.
Una calma strana.
Vuota.
Pulita.
Il gelo che torna.
Ma non come prima.
Ora so perché esiste.
Non per proteggermi dal mondo. Ma per tenermi viva.
Respiro.
Uno.
Due.
Fuori Toronto continua.
Auto.
Luci.
Vite.
Dentro qualcosa si chiude.
Non un muro.
Una cicatrice.
Mi avvicino alla finestra.
Il vetro riflette il mio volto.
Non sorrido.
Ma non tremo.
Il telefono resta spento sul tavolo.
Per la prima volta da mesi non aspetto nulla.
Forse questa è la realtà. Non quella che sanguina.
Quella che resta quando smetti di fuggire.
Fredda.
Dura.
Ma mia.
Mi basta.

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