

Prologo
C’è una linea di scrittori che ha insegnato a dubitare della realtà.
Storie in cui il mondo sembra solido, ma basta una crepa perché tutto inizi a deformarsi.
Philip K. Dick, la distopia, la tecnologia come specchio della mente: non per fuggire dal reale, ma per mostrarne la fragilità.
Il reale non è mai stabile come crediamo.
Sotto la superficie, memoria, desiderio e paura lo riscrivono continuamente.
Questa storia si muove su quel confine sottile.
Può essere il racconto di una persecuzione che lascia ferite profonde.
Può essere la cronaca di una mente che, per difendersi, ricostruisce la realtà.
Oppure entrambe le cose insieme.
Tra ciò che è accaduto davvero e ciò che viene percepito esiste una frattura.
È lì che nasce questo viaggio.
Quando la realtà si incrina, non scompare.
Continua a sanguinare.
PRIMA PARTE
Trenta. Un numero che mi fissava dalla torta con l’implacabilità di un epitaffio. La decisione di lasciare Palermo l’ho presa per il mio trentesimo compleanno. Ero ancora lì, sospesa tra supplenze fantasma e call center alienanti. Volevo l’indipendenza, l’avevo sempre voluta.
E a Palermo l’avevo ottenuta, lottando, certo, perché sono testarda, ho la testa dura. Ma quel 30 mi aveva detto una verità semplice: lì avrei potuto solo sopravvivere. Respirare, mangiare, dormire. Vivere? No, quello era un lusso non previsto dal mio copione siciliano. Dieci anni senza lasciare traccia significativa. La vita sentimentale? Un catalogo di errori di valutazione. Sei o sette esemplari maschili passati senza lasciare segno. Troppo stupidi o troppo intelligenti per salvarsi. Inutili.
Tranne uno. Quello è rimasto impresso. A fuoco. Come si marchia il bestiame. La carogna. Tossico. Quando avevo trovato la forza di recidere quel legame marcio, lui ha deciso che la mia vita era ancora di sua proprietà. Ed è iniziato l’assedio.
Ha iniziato a perseguitarmi. Per un anno intero. Un anno. Un’ombra alle calcagna, un’appendice intollerabile che si misura solo nella carne di chi la subisce. Mi seguiva. Ovunque. Diventava la mia ombra indesiderata nel caos di Palermo. Quel fiume isterico di lamiere, clacson, motorini che sbucano da ogni fessura come insetti impazziti, gente che urla. Un girone dantesco, Palermo. Un’isteria che sembrava musica impazzita, un ritmo sporco e senza melodia, come se la città stesse suonando il suo caos. Ecco, in quell’inferno, lui c’era. Spuntava all’improvviso. Dal nulla. Con il suo scooter scassato, più rottame di lui, mi si affiancava tra le auto inchiodate. La sua faccia deformata dalla rabbia a pochi centimetri dal mio finestrino.
E quegli occhi…
Dio, quegli occhi.
La mia piccola scatola di metallo diventava una trappola, una bara semovente in mezzo all’inferno. Mi sentivo braccata, senza via di scampo, il cuore che batteva così forte da farmi male al petto. E lui urlava. Insulti. Minacce. Promesse di morte. E come un refrain, come un riff di chitarra acido, quelle tre parole:
CAGNA! CAGNA! CAGNA!
E poi, quando le parole non bastavano più, iniziava a colpire.
Calci.
Pugni.
Sulla portiera, sul finestrino, sul cofano.
Un suono sordo, la sua rabbia che si schiantava contro la lamiera, un suono che mi rimbombava dentro la testa, mi svuotava. Io lì, paralizzata dal terrore, la testa tra le mani, mi nascondevo, non potevo guardarlo, non dovevo guardare, quell’essere che avevo persino amato, una bestia fuori controllo che cercava di aprirsi un varco verso di me.
E la gente.
La gente.
Il pubblico non pagante di Palermo. Fermo in macchina, affacciato ai balconi, seduto ai tavolini dei bar. Guardavano. Certo che guardavano. Spettacolo gratis. Qualcuno suonava il clacson, spazientito, non per lui, ma per il traffico bloccato. Qualcun altro rideva.
E poi c’erano loro. I nuovi apostoli del nulla. Quelli con i telefonini alzati. Che riprendevano. Riprendevano me, chiusa in macchina come un topo in gabbia.
Riprendevano lui, la bestia scatenata.
Non per testimoniare, non per aiutare. Macché. Per avere il video del giorno. Per avere qualcosa da postare. E quello… Quello non l’hanno messo dentro, no. In un centro di recupero per tossicodipendenti.
Quello non fu un incubo. Fu la realtà nuda, grottesca, indifferente. Una ferita che non si chiude. Un marchio a fuoco.
Freddo.
Qui, al freddo di Toronto.
Un freddo geometrico, quasi architettonico.
Questo freddo torontoniano, un silenzio che cristallizza.
E c’è l’altro gelo, il mio. Quello interno, che porto come un organo supplementare. Il mio scudo contro il passato, suppongo. Vivo qui, asserragliata tra quattro mura esatte. Da questa postazione, guardo la vita degli altri scorrere oltre la finestra, un flusso rapido, alieno. Io sono il punto fermo. L’occhio che registra.
Immobile.
Sono qui da cinque anni. Sono arrivata con una sigla e un numero: IELTS 8.5. E nient’altro che potesse servire. La mia laurea con PhD in cinema, zavorra inutile in questo nuovo mondo. Rimboccarsi le maniche, si dice così. Ho lavorato in un bar per quattro mesi, un purgatorio di panini e caffè. Poi il “salto di qualità”: cassiera. Due anni a farmi perforare il cervello da un suono:
BIP BIP BIP.
Un mantra elettronico che scandiva giornate identiche. La sera studiavo, ovviamente. Un corso online di Human Resources. Un tentativo di costruire qualcosa che assomigliasse a una vita.
Ora la vita qui ha un suo ritmo. Ora sono nelle Risorse Umane.
Buffo.
Gestisco le risorse altrui, io, che la mia vita è una fortezza sorvegliata. E il fermo biologico. È un meccanismo perfetto. Il mio capolavoro di ingegneria emotiva. Un muro di cemento intorno al cuore. A prova di tutto:
scemi
tossici
sguardi invadenti.
Nessuno entra. Da dentro non esce quasi nulla.
C’è pace. Una pace vasta, come una cattedrale vuota. Un deserto bianco, pulito, igienizzato. Ma è meglio del caos di prima. Meglio dell’inferno di Palermo. L’ho scelto io.
Certo, la sera il meccanismo si inceppa. E il silenzio smette di essere pace e diventa solo… silenzio. Silenzio che pesa. E allora i fantasmi iniziano a bussare alla porta del muro di cemento. Bussano piano, all’inizio. Poi sempre più forte.
Palermo.
Le risate sguaiate per strada, l’odore del mercato, il caldo che ti si appiccica addosso come una seconda pelle, quella sensazione costante di non essere mai abbastanza, o di essere troppo.
Lui, quel bastardo, che mi segue con gli occhi iniettati di sangue. No, quella porta resta chiusa. Sigillata. I ricordi sono umidità, si infiltrano, ma il gelo qui li rallenta. Sono qui, ora. Toronto. Il mio muro. La mia prigione gelida. La mia moratoria col mondo maschile.
Un… fermo biologico.
Sì.
Niente sentimenti, niente sesso vischioso. Fino a nuovo ordine. Fino all’inevitabile, forse.
O forse mai. Non importa. Sto bene così. Devo stare bene così.
La vita scorre. Il lavoro. La spesa al supermercato con la lista precisa. Il saluto educato all’inquilino del piano di sopra, quello con la faccia da attore porno triste. Due parole sul tempo.
Freddo.
Sempre freddo.
Chissà come si chiama. Non importa. Piccole interazioni sterili, programmate. Come scambiarsi segnali morse tra navi lontane nella nebbia.
A volte qualcuno ci prova. Uno sguardo insistente, un invito. Scatta l’allarme. Tiro su gli scudi. Impegni improvvisi, sorrisi di circostanza. Modalità respingimento. Funziona.
Non è facile, certo. Non sono fatta di pietra. Capita che la sera la solitudine mi si sieda accanto sul divano e pesa come un sacco di patate. Allora mi alzo. Vado alla finestra. Respiro l’aria di Toronto. Fredda.
Pulita.
Mi dico che ho fatto bene. Che questo è il prezzo. E io lo pago. In silenzio.
Poi un’interferenza nel sistema: il bowling aziendale. Un obbligo sociale che detesto con ogni fibra del mio essere, un rituale grottesco per dimostrare una normalità a cui non aspiro. L’ambiente è un assalto sensoriale: luci al neon aggressive, il fracasso delle palle che demoliscono i birilli, un olezzo stantio di birra e grasso fritto. Mi posiziono in un angolo, osservatorio defilato da cui studiare le dinamiche del branco.
I colleghi.
Esibiscono risate eccessive, competono con fervore puerile. Automi in pausa.
Patetici.
E in questo quadro disarmonico, noto lui. Appartiene a un altro gruppo. Mai visto prima, o forse mai registrato dal mio sistema di percezione selettiva. Eppure respiriamo la stessa aria condizionata nello stesso palazzo, solo piani diversi. È un punto di quiete nel rumore generale. Sobrio. Un personaggio da Round Midnight di Tavernier.
Polo bianca, pantaloni scuri, calzini bianchi alla Michael Jackson. Un anacronismo ambulante.
Mi guarda.
Un solo istante. Uno sguardo rapido, senza alcuna pressione.
Registrato.
Archiviato.
Non saprei dire come, forse sono stata io a muovermi verso l’uscita, forse lui, ma… ci troviamo fuori. Lontano dal rumore e dalla luce artificiale.
A fumare.
No, io non fumo.
Nell’aria gelida che morde piacevolmente. Scambiamo poche parole necessarie. Poi i numeri di telefono. Un gesto quasi meccanico, privo di intenzione apparente.
Passano giorni. Ci si incrocia nei corridoi dell’ufficio. Un cenno. Un mezzo sorriso. Niente di più. Ma è più di quanto abbia scambiato con chiunque altro in questi anni.
Il sesto giorno una notifica sul display. Numero sconosciuto.
Leggo.
“Ciao. Sono io. Dal bowling”
Pausa. Non so cosa rispondere.
“Un aperitivo dopo il lavoro?”
Fisso lo schermo. Il mio istinto dice: non rispondere. Chiudi. Ma c’è qualcosa nella semplicità di quella frase che mi disarma. O forse sono stanca. Stanca del gelo.
Rispondo:
“Ok”.
Ci ritroviamo in un locale rumoroso, affollato da voci troppo alte. Ordiniamo da bere. E iniziamo a parlare. E, cosa ancora più stupefacente, continuiamo. Non ci alziamo. Ordiniamo altri drink. Assaggiamo degli stuzzichini etnici dal sapore indecifrabile, piccole esplosioni aliene sul palato. Parliamo per ore. E non parla solo lui. Parlo anch’io. Evento rarissimo. Percepisco qualcosa, una corrente sotterranea, non ancora definibile. Non è la solita elettricità statica delle connessioni forzate. Ma non ci sono scintille, nessuna combustione spontanea. Solo un’assenza di vuoto. Immagino finirà lì, un altro contatto effimero destinato a dissolversi nel nulla di questa metropoli di vetro e acciaio.
Invece no. Inizia a scrivere.
Il giorno dopo, un altro messaggio. Breve. Mi chiede cosa sto ascoltando in quel momento. Gli rispondo. Lui mi manda un link: un brano jazz che conoscevo, The magic of Palermo dei Lounge Lizards. È incredibile.
“Dove lo hai trovato?” scrivo.
“Colleziono playlist come tu collezioni silenzi. Posso condividerle con te?”
Come tu collezioni silenzi.
Rispondo:
“Ok”
E quello è l’inizio vero.
I suoi sono messaggi brevi, all’inizio, poi più articolati. Racconti frammentari delle sue giornate. E la musica. Colleziono una biblioteca sonora personale. jazz contaminato da house, da rap cerebrale; nu soul caldo e avvolgente; elettronica ora liquida e sognante, ora fisica, quasi tattile, suoni caldi, pungenti, che a volte ti fanno ballare da sola nella stanza e un attimo dopo ti fanno chiudere gli occhi e sognare, a volte ti fanno muovere il piede sotto la scrivania e un attimo dopo ti perdi a fissare fuori dalla finestra. Roba che scava dentro.
Messaggi fitti come la neve di Toronto a gennaio. Parole gentili, calibrate al millimetro, mai invasive, ma capaci di investirti con la potenza del blizzard. Le sue righe intessono complimenti sul mio modo di essere, sulla particolare lente con cui interpreto la realtà. E poi quel “ti adoro”, un’espressione dalla tenerezza quasi artefatta, ma carica di una densità che mi indica i confini di un nuovo, pericoloso territorio.
Ed emerge, in quel nuovo territorio di scambi virtuali, un sentimento inaspettato, quasi sorprendente nella sua semplicità: gradimento. Sì, mi piace questa configurazione inedita del rapporto. Un gioco sottile che si apre sui canali criptati, dove posso illudermi di poter scorgere brandelli di una essenza perduta.
Mi scrive
“La tua è una bellezza ancora inedita, tutta da scoprire, da rivelare, al di là delle armature che indossi”.
In questa dimensione parallela, fatta di parole scritte che assumono il peso di gesti intimi, si dischiude un erotismo diverso, un sesso che inizia a coinvolgermi in un modo che non avevo previsto, un legame invisibile tessuto nella penombra digitale che mi attira inesorabilmente.
Questo erotismo cerebrale, sterile, privo di corpi, odori, secrezioni. Tutto si svolge qui, nella mia testa, un teatro privato dove l’immaginazione è l’unica attrice protagonista. Costruisco io la sua voce, il tocco delle sue mani sulla tastiera, l’intenzione dietro ogni parola, ogni canzone scelta. Il piacere è un distillato purissimo, esclusivamente mio. Un orgasmo solitario amplificato da questa presenza ectoplasmatica, questo fantasma digitale.
Cosa trovasse in me, in questa mia esistenza impalpabile, mi sfugge.
Il dato di fatto, però, è che la condizione crei piacere.
Mi costruisco il mio film porno privato, senza rischi. Senza la carne, il sudore, le delusioni che sono l’inevitabile corollario della realtà.
Controllo totale.
Freddo, come l’aria purificatrice di Toronto. Come me.
Intoccabile.
Sicuro.
E pensare che io avevo messo una pietra sopra a tutto.
La sensualità.
Essere donna.
Erano fantasmi, nomi senza corpo sepolti sotto il mio muro personale. Ma lui, ora, con le sue parole, con le sue storie un po’ assurde, un mondo tutto suo, virtuale, le sta risvegliando.
Arriva un suo messaggio. Un dispaccio da quel suo mondo lontano. È stato trasferito, scrive. Sarà via per molto, non sa quanto.
Destinazione: Italia.
Italia.
Il nome mi rimbalza nella mente senza produrre eco. Dovrei provare sconforto. Noia. Ma nulla. Il vuoto pneumatico dell’indifferenza. La sua presenza fisica è un concetto irrilevante; lui esiste nella rete, nei pixel luminosi, nelle onde radio.
O forse è solo la solitudine che produce questi funghi velenosi del pensiero, rendendomi simile ai miei ex fidanzati, così intelligenti da sfiorare la cretineria. Fatto sta che quest’uomo, quest’ombra digitale, mi ha lanciato qualcosa che assomiglia a una ciambella di salvataggio. Io ero alla deriva nel mio oceano gelato e non stavo poi così male, ma l’ho afferrata. Senza troppa convinzione all’inizio. Ora me la porto dietro. È un’ancora, forse.
Poi, la richiesta formale. Vuole interrogarmi. Sul sesso. Un’indagine quasi accademica, che bypassa “prudenze morali o dogmi infantili”. Esige la mia riflessione autentica, ora, dopo mesi di questo nostro viaggio immobile. Evoca la nostra “alchimia erotica”, un “puro istinto” che sfida l’immaginazione. Mi ricorda la sua concezione del sesso: “multiforme, fondante, vitale”, un “gioco”, un “abbandono”. E pone la domanda, diretta come un bisturi:
è lo stesso per me?
Questo sesso a distanza, virtuale, mi appaga con pari intensità?
Niente divagazioni, intima. “Voglio udire la tua voce interiore: il sesso così è per te qualcosa di più profondo o è diventato qualcos’altro? Ora. Senza filtri.”
E io? Una risposta sale immediata, senza passare dal cervello. Un monosillabo che sigilla il patto. “Sì”.
Sono sua complice. Interamente. Ora questo sesso, questo specifico sesso, è vitale. Necessario.
Le richieste si fanno precise. Indossare la gonna senza mutandine, mentre sono al lavoro.
Obbedisco.
Sento il tessuto leggero sfiorare la pelle nuda delle cosce ad ogni passo tra le scrivanie, un segreto elettrico sotto l’uniforme della normalità.
E le calze di nylon che imprigionano le gambe, la lingerie complessa, architetture di pizzo e seta che non credevo potessero appartenermi. E scopro una sensazione dimenticata: la felicità.
Una felicità acuta, quasi dolorosa. Mi sta costringendo a guardarmi, a riconoscere questo corpo che avevo messo tra parentesi. A vedere una donna.
Mi ordina di entrare nel bagno di un supermercato, durante la spesa.
Mi chiudo nel cubicolo impersonale. Il telefono vibra.
Lui scrive.
Io rispondo.
Mi tocco, in piedi contro le piastrelle fredde e anonime, leggendo le sue istruzioni, sentendo la sua presenza invisibile bruciare dall’altra parte del mondo. La sera, a casa, non importa l’ora, il contesto. Mi vesto per lui. Calze, corsetto, guêpiere, tacchi, pizzi… Un pantheon erotico. Mi sdraio sul divano. I suoi messaggi diventano la mia guida. La sua voce digitale nella mia testa dirige la mia mano, dirige i giocattoli erotici colorati che mi ha fatto arrivare, satelliti del suo desiderio sul mio corpo. Dirige i miei pensieri, fino all’orgasmo.
Urlo nel cuscino.
La notte, se l’insonnia mi artiglia, lui c’è. Scrive che ama amarmi così. E io amo essere amata così. Senza l’ingombro di un corpo reale, senza la pesantezza dell’impegno.
Il sesso digitale che pratichiamo non ha confini, se non quelli che stabiliamo noi.
Kinky, fetish, giochi di dominazione sussurrati. L’appartamento diventa un tempio. I pacchi arrivano come offerte, protesi del desiderio. Sexting è una parola vuota. Ma funziona. Mi tiene viva.
Felice.
Pronuncio questa parola e quasi non la riconosco. Mi guardo allo specchio: non vedo più la larva grigia dei primi tempi. C’è un’altra. Ha autostima, cammina dritta. Si veste, si trucca, indossa i tacchi. E sotto, spesso, c’è il nostro segreto. È il nostro gioco perfetto.
Mi sento padrona. Di me, del mio corpo, del mio piacere. Lui mi ha dato questo. Sembra tutto perfetto.
Intoccabile.
Sicuro.

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Se si tratta di un passatempo, non oso immaginare cosa tu possa realizzare in un progetto serio!!
Non amo il genere ma si legge in maniera godibilissima, complimenti
Grazie assai Samuele.
Non è che non ci metta serietà anche nei miei passatempo 🙂 Ma ti confesso che in un progetto editoriale è tanto difficile. E ancor più difficile raggiungere il lettore. Ci sto provando.
Grazie ancora 😉