


La polemica suscitata da Vito Mancuso riapre il confronto tra pacifismo cristiano ed etica della responsabilità. La pace resta il fine, ma la rinuncia assoluta alla forza può trasformarsi in irresponsabilità quando espone gli inermi alla violenza altrui. Il problema non è soltanto se difendersi, ma come, entro quali limiti e a tutela di chi.
Qualche giorno fa, in un articolo su La Stampa dal titolo “Perché serve anche la forza per salvare la pace”, il teologo Vito Mancuso ha ricordato che, in determinate circostanze, anche la forza può essere necessaria per salvaguardare la pace. Questa semplice tesi ha scatenato furenti reazioni in una parte del mondo pacifista.
Naturalmente si possono discutere alcuni passaggi dell’articolo, che neppure al sottoscritto sono apparsi impeccabili, ma è l’argomentazione di fondo a essere stata oggetto delle critiche. Come se ammettere la legittimità della difesa o la necessità di ricorrere alle armi in casi estremi significasse già arruolarsi nel partito della guerra e tradire il Discorso della Montagna.
Mancuso non ha formulato un’apologia della potenza militare: ha richiamato, più sobriamente, una verità che la tradizione cristiana conosce da secoli, ossia che la pace, quando è minacciata, può dover essere difesa anche mediante una forza sottoposta al diritto, proporzionata al fine e orientata al ristabilimento dell’ordine.
Le ragioni del pacifismo cristiano meritano, naturalmente, rispetto. Esse custodiscono qualcosa che la politica tende facilmente a dimenticare: la guerra non è mai un evento normale, le armi non sono strumenti moralmente neutri, la vittoria non redime automaticamente la causa del vincitore.
Il pacifismo ricorda che ogni nemico conserva un volto umano; impedisce che la necessità diventi entusiasmo, che la difesa degeneri in vendetta, che il realismo si trasformi nell’alibi dei cinici. Senza questa voce profetica, la politica rischierebbe di considerare inevitabile ciò che dovrebbe continuare a giudicare tragico.
Può nascere un problema, però, quando la profezia pretende di convertirsi, senza mediazioni, in criterio esclusivo del governo della storia. Il teologo Reinhold Niebuhr, amico di Dietrich Bonhoeffer, ha riflettuto a lungo su questi temi e ha saputo esprimersi con particolare lucidità: le norme della giustizia umana sono relative e provvisorie, poiché nessun ordinamento storico coincide con il Regno di Dio; ma proprio per questo non sono irrilevanti.
Parlando dei pacifisti intransigenti, lo studioso statunitense scrive che «si limitano ad affermare che se solo gli uomini si amassero l’un l’altro, si potrebbe fare a meno di tutte le complesse, e talvolta orribili, realtà dell’ordine politico. Non vedono che il loro “se” pone il problema più elementare della storia umana. Poiché gli esseri umani sono peccatori, la giustizia può essere raggiunta solo con un certo grado di coercizione, da un lato, e con la resistenza alla coercizione e alla tirannia, dall’altro. La vita politica deve costantemente oscillare tra la Scilla dell’anarchia e la Cariddi della tirannia».
Il cristiano deve guardarsi tanto dall’assolutizzare la forza quanto dal ritenere che la rinuncia unilaterale alla forza produca necessariamente la riconciliazione. L’amore perfetto non garantisce una facile vittoria sul mondo, e la bontà dell’intenzione non annulla le conseguenze delle scelte.
La questione può essere posta in termini elementari. Se un esercito straniero invadesse l’Italia, un capo dello Stato cristiano potrebbe ordinare alle forze armate di resistere senza rinnegare la propria fede, oppure dovrebbe chiedere alla popolazione di arrendersi per non contraddire il precetto evangelico della nonviolenza?
Chi istituisce una contraddizione assoluta tra cristianesimo e uso della forza non può sottrarsi a questa domanda. Qualora ammetta la prima alternativa, riconosce implicitamente che il vero problema non è “forza sì” o “forza no”, bensì quale forza, esercitata da chi, entro quali limiti, per proteggere chi e in vista di quale pace. Qualora ammetta soltanto la resa, trasforma invece una possibile scelta ascetica individuale in un obbligo imposto all’intera comunità.
Ma il sacrificio di sé può essere testimonianza; il sacrificio degli altri, soprattutto dei più vulnerabili, rischia di diventare irresponsabilità. Posso rinunciare a difendere la mia vita, non dispongo con la stessa libertà della vita di chi mi è affidato. Che ne è dei deboli quando chi dovrebbe proteggerli decide di mantenersi puro?
È la domanda che tormentò Dietrich Bonhoeffer davanti al nazismo e che, per altre vie, attraversò anche la riflessione di Simone Weil sulle condizioni del pacifismo. La pace rimane il fine; tuttavia il rifiuto della forza è giusto soltanto finché non consegna gli inermi alla forza altrui.
È qui che l’etica della responsabilità impedisce all’etica della convinzione di divenire inconsapevolmente crudele. Non perché il fine giustifichi i mezzi, ma perché neppure la purezza del mezzo giustifica qualunque esito. Una politica cristianamente ispirata non può limitarsi a dichiarare la propria innocenza: deve domandarsi che cosa accadrà agli altri per effetto della propria astensione.
Non basta avere le mani pulite, se esse rimangono inerti mentre altre mani colpiscono. La Chiesa ha incontrato questo problema quando i cristiani, cessando di essere una minoranza separata, assunsero responsabilità pubbliche nell’Impero. Finché si vive ai margini del potere, l’intransigenza può apparire priva di costi; quando si deve garantire l’ordine, proteggere le città e impedire che il forte divori il debole, l’innocenza si rivela più difficile.
Da Agostino in poi, la tradizione cristiana ha cercato perciò non di santificare la guerra, ma di sottoporla a condizioni, limiti e giudizi: autorità legittima, causa giusta, proporzionalità, ultima risorsa, tutela dei non combattenti. Il Catechismo stesso afferma esplicitamente che chi esercita responsabilità pubbliche ha non soltanto il diritto, ma il grave dovere di difendere le vite affidategli, ricorrendo, quando ogni altra via sia insufficiente, anche alla forza.
Tutto ciò non autorizza a liquidare il pacifismo come un inganno. In questo senso, certe sentenze senz’appello di George Orwell (per citare un nome celebre) mi paiono un po’ troppo trancianti. La loro inquietudine rimane necessaria, specialmente nell’epoca atomica. Ma una cosa è vigilare affinché la difesa non diventi idolatria delle armi, altro è negare che esista qualcosa da difendere.
Il pacifista può replicare di non identificare affatto la nonviolenza con la passività: non propone di assistere inerti all’ingiustizia, ma di opporle scioperi, disobbedienza civile, boicottaggio, sabotaggio non armato, mancata collaborazione con l’occupante e costruzione di reti clandestine di solidarietà.
La storia mostra che simili forme di resistenza possono possedere una forza politica reale e, in determinate circostanze, perfino maggiore di quella militare. Sarebbe quindi scorretto ridurre ogni pacifismo alla semplice resa.
Resta tuttavia un punto decisivo: l’efficacia della resistenza nonviolenta non dipende soltanto dal coraggio e dalla coerenza di chi la pratica, ma anche dalla natura del potere contro cui viene esercitata. Essa presuppone che l’avversario sia vulnerabile almeno ad alcune forme di pressione: al dissenso interno, alla reputazione internazionale, alla perdita di consenso, ecc.
Vi è infatti una differenza tra un potere che, per quanto ingiusto, conserva limiti istituzionali, teme l’opinione pubblica e non può reprimere senza costi, e un potere disposto a deportare, affamare e sterminare intere popolazioni.
La nonviolenza non è dunque una tecnica automaticamente efficace, indipendente dalle circostanze. Occorre in aggiunta distinguere tra il diritto personale alla nonviolenza e la sua imposizione politica: sarebbe stato giusto imporla agli ucraini negando loro ogni aiuto nel 2022?
Un individuo può decidere di non difendere la propria vita, accettando le conseguenze estreme della propria testimonianza. Più problematica è la decisione di un governante che, in nome della propria convinzione religiosa, esponga alla repressione una popolazione che non ha scelto quel sacrificio.
Il capo politico non dispone soltanto di sé: porta la responsabilità di bambini, anziani, minoranze perseguitate, cittadini incapaci di sottrarsi all’aggressore. Può chiedere loro coraggio e partecipazione; non può considerarli preventivamente materia del proprio martirio.
Espellere la forza da ogni possibile mediazione cristiana significa, alla fine, espellere il cristiano dalla politica, relegandolo nelle aree protette della testimonianza o dell’attivismo prepolitico, in attesa che cambino i cuori. Mentre attendiamo, però, chi sarà colpito?
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Bellissima riflessione.
“le mani pulite, se esse rimangono inerti mentre altre mani colpiscono” … sono mani sporche.
I caschi blu dell’ONU a Srebrenica rimasero inerti mentre altre mani colpivano.
Chi, pensando alle migliaia di corpi di persone inermi gettati nelle fosse comuni di quell’episodio (e di quella guerra), sarebbe disposto a dire che quei caschi blu non si sporcarono le mani?
A me, sinceramente, fra pacifisti e guerrafondai fanno molta più paura i primi.