

Per affermare nuovamente la necessità di un’Europa più forte in un Occidente più saldo, probabilmente non serviva rispolverare la citazione paolina.
Bastava un elenco di fatti, ben esposti e inoppugnabili.
In ordine, si poteva ricordare il valore dell’area Schengen, snocciolando cartelle di benefici economici e sociali di cui godiamo dagli anni Novanta; evocando al contempo l’urgenza di eliminare le ultime barriere interne, rafforzare il mercato unico e unificare i sistemi di trasporto. Il tutto corroborato dalle stime di impatto economico positivo pari a 644 miliardi da qui al 2032 (fonte: Servizio Ricerca del Parlamento Europeo).
Oppure, lodare quel grande balzo in avanti che chiamiamo Euro, ribadendo la necessità di concludere il processo di unione finanziaria con la creazione di una tesoreria europea: un organo che coordini il sistema di assicurazione dei depositi e armonizzi la tassazione dell’Eurozona, liberalizzandone lo spazio fiscale e commerciale.
O ancora, compiacersi degli ottant’anni di pace tra le nazioni centro-europee e atlantiche, traendone la consapevolezza della nostra irrimandabile necessità di investimento e collaborazione difensiva comune, in un nuovo mondo autocratico che ci minaccia parimenti da Est e da Ovest.
E poi continuare con richiami alla difesa, alla transizione digitale, alla transizione verde, ai diritti civili, alle questioni sociali, alla giustizia sacrosanta, terza e imparziale. Fino ad arrivare all’evocazione della madre di tutte le riforme: l’Europa-nazione, unita tra le pagine di una Costituzione comune.
Sarebbe stato uno scritto edificante, colto, ben strutturato e condivisibile. Uno scritto come tanti.
Ma oggi vado fuori copione, e accendo la mia riflessione europeista digitando “spes contra spem”. Nella lettura pannelliana: essere speranza piuttosto che avere speranza.
Nel diniego dell’originalità a tutti i costi, collego immediatamente la massima all’interpretazione che ne dava il democristiano sindaco di Firenze Giorgio La Pira: sinonimo del suo motto “Osare l’inosabile”.
Ed ecco l’avvenire europeo.
Bisogna rendersi conto che nessuna pianificazione, per quanto accurata, può costruire saldamente l’Europa.
Per fare l’Europa bisogna prima fare gli europei.
Non basta vivere in Europa, bisogna renderla possibile.
Nel 1944 l’intellettuale Alberto Savinio, fratello di Giorgio De Chirico, affermava che “nessun uomo, nessuna potenza, nessuna forza potrà unire gli europei… se non un’idea comune; quest’idea è la comunità sociale”.
Dalla riflessione — datata e insieme attualissima — emerge che il collante di una nazione inedita come quella europea non potrà mai essere un patrono carismatico, né un popolo dominante, né una tecnocrazia calata dall’alto, ribaltando così molte diffuse convinzioni insegnate dalle cattedre di geopolitica.
I soli artefici di questo destino comune possono essere gli europei.
E negli europei, l’idea di autoconsapevolezza che ritorni in sé, tramutata in spirito nazionale che diventi impulso proprio e non guidato.
In un tempo che ci vuole frammentati, la logica non basta più per spiegarci — né per spiegare agli altri — il nostro orizzonte.
Se vogliamo ritrovare il senso delle nostre azioni, apprezzare le conquiste e combattere per nuovi traguardi, non possiamo limitarci al burocratismo economicista.
Dobbiamo avere il coraggio di essere speranza, tutti i giorni.
Respirando europeo, con l’ardire di osare l’inosabile.
Creare oggi l’ossatura, innanzitutto spirituale, del nostro domani condiviso tra popoli fratelli; in un Erasmus quotidiano che unisca esistenze prima ancora che istituzioni.
Sospinti dalle contingenze del presente, abbiamo il dovere di trasformare il vitale istinto difensivo in un istinto creatore, benevolo.
Volò alto Sofia Corradi, che l’Erasmus lo concepì nel lontano 1969: vide l’avvenire prima degli altri e lo rese possibile.
Chi nell’Europa ci crede davvero deve abbandonare il complesso di impotenza e iniziare ad osare l’avvenire.
Tutti i giorni e in tutte le forme.
La politica seguirà.
Filippo Rigonat è caporedattore de L’Europeista
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Articolo eccellente. Parole che riescono a “esseer speranza”! Grazie