FILE PHOTO: The crude oil tanker RN Polaris and a bulk carrier sail in Nakhodka Bay near the port city of Nakhodka, Russia, December 4, 2022. REUTERS/Tatiana Meel/File Photo

I.
Una delle particolarità della guerra ibrida è la sua adattabilità alle situazioni contingenti nonché la possibilità di utilizzare strumenti e strategie della più svariata natura ma perfettamente configurate col contesto entro il quale devono essere applicate, siano esse soluzioni militari, politiche, economiche o di manipolazione civile, ovvero una combinazione di esse come ben dimostrato da Mosca negli ultimi 20 anni.
La leva energetica è una delle soluzioni comprese nella sfera economica, con cui il Cremlino ha tentato di legare a sé i paesi energivori dell’Europa occidentale mediante una aggressiva politica dei prezzi e delle condizioni e la promozione di investimenti nella realizzazione di gasdotti e pipelines oltre che di rapporti preferenziali politici: il tutto al fine di stringere attorno a quei paesi il cappio della dipendenza. Va da sé come le forniture energetiche si prestino più di altre ad essere utilizzate come arma strategica di condizionamento e ricatto: ovvero la guerra ibrida in purezza.
L’Europa Occidentale è stata a lungo sotto il ricatto energetico di Mosca, in particolare relativamente al gas convogliato da Gazprom ed è solo a seguito dell’invasione dell’Ucraina che le cancellerie europee sembrano aver preso coscienza di questa loro vulnerabilità strategica, di fatto traducibile in una vera e propria limitazione della sovranità nazionale: uno scenario inaccettabile cui la UE ha potuto porre rimedio reperendo fonti alternative alla Russia solo con grandi difficoltà.
Fino a quel momento però la strategia del gas era stata pagante per la Russia, tanto da decidere di replicarla, salvo la variante petrolio al posto del metano verso i paesi dell’Africa Occidentale, un tempo strettamente legati a Parigi ma ora visti da Mosca come terreno di conquista ed ennesimo fronte della sua lotta esistenziale contro l’Occidente: il tutto in evidente coordinamento con le attività nel Sahel di una Wagner ripulita dalle tentazioni golpiste e riportata sotto lo stretto controllo del Cremlino.
In questo scenario rientra il lancio del progetto, recentemente annunciato da Mosca (2/12/24), per la costruzione di una raffineria nel territorio del Mali: ennesimo tassello di una strategia che punta a scalzare gli occidentali ed in particolare i francesi, dall’Africa Occidentale.
II.
Tutto comincia verso la metà del 2022, quando il blocco occidentale all’acquisto di gas russo ed il price-cap sul petrolio greggio spingono Mosca a cercare nuovi meccanismi di approvigionamento a prova di sanzioni e nuovi mercati su cui dirottarli.
Dei nuovi meccanismi, ovvero la flotta-ombra abbiamo già parlato (1), mentre tra i nuovi mercati alternativi all’Europa appare l’Africa Occidentale, fino a quel momento marginale nel commercio russo di idrocarburi.
Si tratta di una vasta area a lungo egemonizzata da Parigi, oltretutto abbastanza ricca di potenziali riserve di idrocarburi autoctone finora solo in parte sfruttate, fatta eccezione per la Nigeria, che però paga la sostanziale assenza di infrastrutture, in particolare per la raffinazione del greggio, che rendono il paese allo stesso tempo esportatore di materia prima ed esportatore di prodotto raffinato.
In particolare, vi sarebbero riserve offshore di petrolio in Senegal e Ghana (600m di barili) e di gas naturale in Mauritania (55m m3), senza però significativa capacità di raffinazione in loco: cosa che rende questi paesi quasi totalmente dipendenti dall’estero relativamente al prodotto finito.
La tagliola delle sanzioni rende quindi appetibili questi mercati a Mosca, che sposta da Ginevra a Dubai il baricentro del proprio trading petrolifero, costituendovi società commerciali e di brockeraggio fittizie o affidate a prestanome per nasconderne la connessioni con la Russia.
Dubai infatti non applica sanzioni alla Russia e dispone di una specie di zona-franca da dazi e tasse, il Dubai Multi Commodities Center (DMCC), appositamente studiato per attirare interessi, capitali e società.

Non solo, gli Emirati non richiedono il rispetto del price-cap e quindi lasciano le società libere di contrattare anche prezzi superiori senza alcuna ripercussione.
È il caso di due compagnie fino a quel momento oscure, entrambe basate a Dubai, tra le quali pare intercorra una sorta di patto di non-ostilità: la Coral Energy di Tahir Garayev che si focalizza sull’Africa australe e la Demex Trading che invece punta all’Africa Occidentale ed al Golfo di Guinea.
Fondata nel maggio 2020 e basata presso il DMCC, la Demex Trading LTD sarebbe eterodiretta da Mikhail Zeligman, imprenditore lettone residente nel Principato di Monaco, già fondatore e CEO della Concept Oil Service LTD, piccola compagnia di trading petrolifero basata ad Hong Kong e principale rifornitrice fino all’invasione della Paramount Energy SA di Niels Troost, a sua volta in stretti rapporti con figure preminenti del Cremlino tra cui Gennadj Timchenko, plurisanzionato oligarca ex-KGB fedelissimo di Putin, nonché secondo principale azionista di Novatek, il gigante russo del gas. Ca va sans dire, Paramount Energy ha sempre negato qualsiasi relazione con Timchenko.

Troost, cittadino olandese residente in Svizzera, è una figura di assoluta preminenza, al centro dello schema di cui Demex è parte e per tale ragione è stato sanzionato UK nel febbraio 2024 con l’accusa di avere violato il price-cap sul greggio russo ricavandone un guadagno di 20 milioni di USD a petroliera secondo il WSJ.
Braccio destro di Zeligman, nella Demex è Mikhail Mezhentsev, ex apparatchik e già direttore generale di Transneft Logistics, società responsabile della logistica e trasporto materiali per la capogruppo Transneftprodukt, colosso russo proprietario e gestore, entro i confini della federazione, di 70k km di oleodotti e 500 stazioni di pompaggio, attraverso cui passa circa il 90% del greggio russo, nonché del terminal petrolifero di Kozmino, presso Vladivostok.
Transneftprodukt, articolata in 25 società collegate, è interamente di proprietà statale ed è presieduta dall’oligarca sanzionato UE/USA Nikolay Tokarev, ex-KGB ed amico e collega di Putin fin dai tempi del loro servizio a Dresda, nella DDR. VP di Transneftprodukt è Andrei Jurjevic Badalov, proveniente da Rostelecom.
Circa nel 2020 Mezhentsev acquisisce la cittadinanza maltese e verosimilmente nello periodo assume la direzione di Demex con la quale entra a far parte di una galassia di piccole società di trading petrolifero riconducibili a Mosca, emigrate a Dubai dopo l’invasione ed il formale ritiro dal mercato russo, dei grandi traders svizzeri (Vitol, Gunvor e Trafigura) in ottemperanza alle sanzioni.
Non solo, Mezhentsev viene nominato da Zeligman DG anche della Concept Oil Service: cosa che avrebbe di fatto posto la piccola compagnia sotto il controllo occulto della Transneftprodukt.
È a questo punto, per via delle sanzioni, che lo schema si sdoppia riciclando sé stesso: nel 2022 Paramount Energy SA, attualmente in liquidazione, subentra a sé stessa a Dubai come Paramount DMCC ed allaccia i rapporti di fornitura con la Demex che quindi rileva il ruolo di fornitrice che era stato della Concept Oil, a sua volta posta in liquidazione a causa del blocco imposto al commercio petrolifero con Mosca.
In poche parole cambiano gli abiti ma gli attori rimangono gli stessi e nel 2022 si scambiano un controvalore di 5mld USD di petrolio russo. Il tutto operando in modo da fare apparire giuridicamente autonome le attività della controllata Paramount DMCC rispetto a quelle della controllante Paramount Energy (2). Resta il fatto che la Paramount DMCC avesse come amministratore Francois Edouard Mauron, cittadino svizzero, stretto sodale e collaboratore di Troost: di fatto il suo uomo a Dubai. Mauron era stato sanzionato UK nel novembre 2023 e quindi desanzionato nel febbraio 2025.
La Demex assume quindi la gestione di almeno sette petroliere prese a noleggio dalla Altoprae Marittime, società di Kingisepp, vicino San Pietroburgo: l’operazione non sarebbe però diretta bensì intercalata da una oscura società emiratina dai proprietari ignoti, fondata nel novembre 2022 con il nome di Eterra Crude Oil Trading, che ne noleggia 13 e ne lascia 7 a disposizione della Demex.
La partnership Demex – Paramount DMCC ha i suoi anni migliori nel 2023-24; nel 2023 riesce infatti ad organizzare ben 700 spedizioni di petrolio russo per circa 8mld USD: operazioni che il 10/1/25 faranno scattare le sanzioni USA contro Demex, che però già nel corso del 2024 aveva ridotto drasticamente le proprie attività lasciando spazio alla Eterra (a sua volta sanzionata), in un ennesimo mutatis mutandis apparentemente senza fine. (3)

III.
Delle 700 spedizioni Demex una parte considerevole è quella consegnata in Africa Occidentale a prezzi scontati, in particolare in Senegal, dove nel 2024 sarebbero arrivati 4m di baril, ovvero circa 1/3 del fabbisogno complessivo del paese.
Altro importante cliente di Demex è il Gambia, ricettore nel 2023 di diverse centinaia di migliaia di barili di gasolio, così come in Costa d’Avorio e Benin: tutti luoghi di approdo di petroliere-ombra registrate a Panama, Singapore e Palau nonché di smistamento verso altri paesi della regione, tra cui il Mali da dove, in cambio del combustibile sarebbero partiti pagamenti in oro. Bene accetto da Demex e dai suoi mandanti anche il pagamento in criptovalute, per via della quasi impossibilità di tracciamento.
Organizzatore di questo traffico sarebbe lo stesso Mezhentsev, che lavorerebbe a diretto contatto con l’oligarca e CEO di Rosneft Igor Sechin, ovvero con i suoi rappresentanti nell’Africa Occidentale.
In questi traffici la sponda senegalese di Demex è Elton Oil, società privata che gestisce in Senegal un’ampia rete di stazioni di servizio e che rivende il prodotto alla compagnie di stato Petrosen, a sua volta maggioritaria nella SAR, ovvero la Société Africaine de Raffinage che gestisce l’unica raffineria presente in Senegal.
Quanto alla Elton Oil, si tratta di una compagnia proprietaria di stazioni di servizio in Senegal, Gambia, Costa d’Avorio, Guinea e Mali, dove affluiscono i carburanti della Demex a prezzi scontati: una politica soft-power che consente a Mosca di ampliare la propria influenza in Africa Occidentale ed allo stesso tempo eludere le sanzioni.
Ed infatti, nel 2023 sarebbero stati consegnati in Africa 18,6m di barili con un aumento del 250% rispetto al 2022.
Sodale di Mezhentsev nella Elton Oil è Abderrahmane Ndiaye, potente businessman mauritano fondatore della Sagam International, compagnia di private security e trasporto valuta basata a Dakar e presente in diversi stati dell’Africa Occidentale. Ambizioso e bene introdotto oltre alla security ed al petrolio Ndiaye enumera interessi anche nel settore minerario, in particolare oro e litio con la società Hydromine International.
Le acque del Senegal sono anche utilizzate come hub per i trasferimenti Ship-to-Ship, con petroliere-picchetto ancorate per lunghi periodi al largo di Dakar, periodicamente rifornite da tanker in arrivo dalla Russia ed a loro volta rifornitrici di cisterne dirette in Brasile. Tra le navi coinvolte le petroliere-picchetto Pantera e Minerva Mediterranea, battenti bandiera liberiana e maltese, che hanno contribuito, tra settembre e novembre 2024 a travasare 160.000 t di petrolio russo caricato dal terminale di Ust-Luga.
IV.
Esiste una connessione tra l’Africa Occidentale ed il Sahel che non è solo quella geografica né la comune appartenenza ad un remoto passato coloniale francese, bensì quella che lega i traffici di petrolio russo che coinvolgono quasi tutti i membri dell’ECOWAS con la presenza di Wagner ovvero dei suoi succedanei, in diversi stati sub-sahariani tra cui Niger, Mali, Burkina Faso e Ciad.
La presenza di Wagner nel Sahel e soprattutto nella Repubblica Centrafricana dove curava diversi interessi (4) è nota e piuttosto bene documentata fin dal 2017, così come il suo coinvolgimento in crimini di guerra, massacri e traffici illegali di ogni genere, compreso lo sfruttamento di risorse minerarie; il tutto quale corrispettivo al suo essere lo strumento della proiezione di potenza del Cremlino nel continente africano: una potenza basata su forniture di armi, presenza di contractors e milizie locali a tutela di regimi corrotti ed interessi reciproci corroborati da montagne di denaro ricavate da traffici di ogni genere (petrolio, minerali, armi, legname), in una tossica mistura di hard-power e politica neocoloniale, abilmente nascosta dietro una ridondante retorica antioccidentale che è puro specchietto per le allodole: basti pensare che nel 2020 la metà delle armi importate dall’Africa era di provenienza russa.
Ciò che è ancora in parte nebulosa, nella parabola di Wagner, è la fase successiva alla morte di Prigozhin ed al riassetto delle attività ed interessi della PMC in Africa.
Secondo quanto è trapelato dalle fonti OSINT, la parte militare dell’impero di Prigozhin, vale a dire Wagner o ciò che ne rimaneva, sarebbe passato sotto il controllo del GRU ed in particolare del generale Andrej Averyanov ex-comandante dell Unità 29155 (quella responsabile dell’avvelenamento di Sergej Skripal di cui abbiamo parlato qui e qui) il quale avrebbe organizzato, con gli ex-wagneriti disposti a firmare per il MoD russo, una specie di corpo di spedizione da utilizzarsi in Africa ed in particolare nel Mali, al posto della ex-Wagner.

In tale contesto il 25/10/23 sarebbe quindi nato il cosiddetto Africa Corps, un succedaneo di Wagner finanziato a quanto pare dal plurisanzionato Gennadj Timchenko.
Non solo. Timchenko sarebbe anche il finanziatore, ovvero il principale fruitore, della PMC Redut, una compagnia militare privata controllata dal MinDef russo, utilizzata in Ucraina nel 2022-23 ed in Burkina Faso nel maggio-agosto 2024 (Bear Brigade). Il comandante della Redut, Konstantin Mirzayants sarebbe quindi passato a condurre l’Africa Corps, con l’incarico di sostituire la Wagner e rilevarne gli interessi in Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali e Niger dove la giunta militare al potere sarebbe in trattativa con Rosatom per l’acquisizione dei permessi minerari sulle risorse nigerine di uranio ed avrebbe anche stipulato un contratto con Teheran per la fornitura di 300t di Yellow Cake, ovvero uranio concentrato.
In tale schema Mirzayants sarebbe stato subordinato ad Averyanov, a sua volta referente del viceministro russo alla difesa Yunus-bek Yevkurov.
Timchenko, dunque alle spalle di Africa Corps, ma Timchenko anche amico e partner commerciale di Niels Troost con la Paramount DMCC a sua volta collegata alla Demex. Ecco quindi il cerchio che si chiude, il filo che lega, in una trama densa e spessa oligarchi russi, mercenari, trafficanti di petrolio, spie, imprenditori senza scrupoli e politici corrotti.

(1) si veda La flotta-ombra russa, tra contrabbando e guerra ibrida. Parte Prima e Parte Seconda.
(2) La legislazione svizzera stabilisce che le filiali estere delle società locali siano ampiamente esentate dall’applicazione delle sanzioni se possono dimostrare la loro indipendenza giuridica rispetto alla casa-madre. Si veda qui.
(3) Secondo The Insider, Eterra nel 2024 avrebbe movimentato qualcosa come 42 milioni di tonnellate di greggio.
(4) Ad esempio le società minerarie Midas Resources (oro e metalli preziosi) e Diamville (diamanti). Si veda qui.

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Orca vacca!! Una certosina ricostruzione di affari sporchi in salsa russa.
La cosa sconvolgente è la totale inutilità delle sanzioni, sembra proprio una mossa Kansas City (copiata dal film Slevin, patto criminale) per il popolo bue, mentre i governi zitti-zitti continuano a fare affari con la russia.
Grande lavoro di giornalismo investigativo