

L’arresto del giornalista Don Lemon durante la copertura di un evento connesso a una protesta riporta al centro la questione della deriva autoritaria dell’America di Donald Trump.
Lemon è stato prelevato da agenti federali a Los Angeles mentre svolgeva attività giornalistica durante la cerimonia dei Grammy e portato in custodia in relazione a una protesta che aveva interrotto un servizio religioso in una chiesa di St. Paul, Minnesota.
L’accusa formale è di aver violato leggi federali volte a tutelare il diritto al libero esercizio del culto e di aver cospirato per privare altri dei diritti garantiti dalla Costituzione. Piccolo particolare: un magistrato federale aveva già rifiutato, in un primo momento, l’incriminazione nei confronti di Lemon, ritenendo insufficienti le prove perché la sua presenza fosse penalmente rilevante. Eppure, la decisione del Dipartimento di Giustizia è stata quella di insistere con richieste giudiziarie ulteriori e, infine, procedere con l’arresto.
In questo quadro, non si può evitare di collocare la vicenda dentro un contesto politico più ampio. Durante questo primo anno del secondo mandato di Donald Trump, il rapporto tra potere esecutivo, informazione e dissenso ha conosciuto una torsione evidente.
La delegittimazione sistematica dei media, la narrazione della stampa come attore ostile e l’uso retorico della categoria del “nemico interno” hanno progressivamente modificato il clima in cui operano giornalisti, magistratura e forze dell’ordine. Il punto non è attribuire automaticamente responsabilità dirette a un singolo vertice politico per ogni decisione giudiziaria o di polizia.
Le democrazie complesse funzionano attraverso catene decisionali articolate. Tuttavia, l’indirizzo politico e il linguaggio del potere non sono elementi neutri: contribuiscono a definire ciò che, all’interno dell’apparato statale, viene percepito come priorità, minaccia o tollerabile margine di libertà.
Quando la stampa viene rappresentata in modo ricorrente come fattore di destabilizzazione, e non come infrastruttura della trasparenza democratica, si abbassa fisiologicamente la soglia di attenzione verso i rischi di compressione delle sue prerogative.
È in questo slittamento culturale, prima ancora che giuridico, che si colloca la rilevanza sistemica di casi come questo. L’effetto non è immediatamente visibile sotto forma di censura esplicita, ma si manifesta in una progressiva normalizzazione dell’intervento coercitivo in ambiti che, in precedenza, erano presidiati da maggiore cautela istituzionale.
È qui che il tema supera la cronaca giudiziaria e diventa questione di qualità democratica: non la violazione formale di una libertà, ma l’erosione graduale dello spazio entro cui quella libertà può essere esercitata senza timore.
L’intervento penale in questi casi dovrebbe quindi poggiare su una soglia probatoria particolarmente solida: occorre dimostrare non la mera presenza, ma una partecipazione attiva, consapevole e materialmente rilevante in condotte illecite. Senza questo passaggio, il rischio è uno slittamento pericoloso: dalla repressione di comportamenti alla dissuasione di funzioni.
Il giornalista, per definizione, si colloca in prossimità dei fatti. Se la vicinanza spaziale viene interpretata come contiguità giuridica, l’effetto sistemico non è neutro. Produce un chilling effect: un raffreddamento dell’attività di documentazione indipendente proprio nei contesti in cui essa è più necessaria, cioè quando l’uso della forza pubblica, il dissenso e le libertà civili entrano in attrito.
Non si tratta di sostenere l’esistenza di un’immunità professionale. I giornalisti restano soggetti alla legge. Ma nelle democrazie costituzionali la funzione informativa riceve una protezione rafforzata non per privilegio corporativo, bensì perché è strumentale al diritto dei cittadini a essere informati. La libertà di stampa non tutela solo chi scrive: tutela chi legge e chi vota.
Un secondo profilo riguarda la proporzionalità dell’azione statale. L’arresto è una misura che, per sua natura, produce un impatto simbolico e pubblico molto forte. Quando coinvolge un operatore dell’informazione impegnato in attività professionale, il messaggio istituzionale che ne deriva supera il caso specifico. Diventa un segnale indirizzato all’intero ecosistema mediatico.
C’è poi un aspetto di qualità dello spazio pubblico. Le democrazie reggono non solo su norme, ma su prassi interpretative condivise. Se si consolida l’idea che la copertura di eventi controversi possa esporre automaticamente a incriminazioni, il risultato non è un’informazione più responsabile, ma un’informazione più timorosa, più dipendente da fonti ufficiali e meno capace di verifica sul campo.
In ultima analisi, casi come questo non mettono alla prova solo la posizione di un singolo imputato, ma la capacità dello Stato di distinguere tra dissenso, disordine e documentazione del dissenso e del disordine. È una distinzione sottile, ma decisiva. Quando si attenua, il costo non ricade su una categoria professionale, bensì sulla qualità della democrazia stessa.
La questione, dunque, non è stabilire se l’ordine pubblico debba essere tutelato — lo deve essere — ma come lo si tutela senza erodere le condizioni che rendono legittimo quel potere di tutela. Ed è su questo crinale che vicende come quella di Don Lemon assumono un significato che va oltre il fatto giudiziario e investe direttamente l’architettura delle garanzie costituzionali.

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I media sono quella roba che da quando Trump si è affacciato alla scena politica ha sempre, regolarmente, sistematicamente manipolato e falsificato tutto ciò che esce dalla sua bocca, perfino fabbricando con un abile lavoro di taglia e cuci cose mai dette, e arrivando, alla fine del primo mandato, addirittura a silenziarlo togliendogli l’audio: è davvero così sorprendente che Trump cerchi di difendersene? E come potrebbe, oltretutto, delegittimali più di quanto si siano screditati e delegittimati da soli?