Orban ha appena annunciato un accordo sulla sicurezza che potrebbe vedere la polizia cinese nelle strade dell’Ungheria.
Il patto di sicurezza comporterà “il rafforzamento della cooperazione nelle forze dell’ordine e nelle pattuglie congiunte” secondo la dichiarazione ungherese, mentre la versione cinese afferma che i due paesi “approfondiranno la cooperazione in settori quali l’antiterrorismo,
la lotta ai crimini transnazionali, la sicurezza e l’applicazione della legge”.
Sembra modellato su un accordo con la Serbia in cui la polizia cinese pattuglia congiuntamente le aree popolari tra le imprese o i turisti cinesi.
L’Ungheria è stato il primo paese dell’UE ad aderire alla Belt and Road Initiative, dal momento che Budapest ha corteggiato a lungo il denaro cinese, anche se Bruxelles è diventata sempre più diffidente verso la Cina e verso le sue “amicizie” in seno all’Unione Europea.
L’Ungheria ospita la più grande base logistica di Huawei fuori dalla Cina e CATL, un gigantesco produttore cinese di batterie, prevede di costruire uno stabilimento da 7,7 miliardi di dollari vicino a Debrece.
La notizia in sè potrebbe preludere ad accordi più stretti anche in materia di repressione cinese transanzionale, problema questo che si è ravvisato in ogni parte del mondo.
In Australia e negli Stati Uniti alcune “stazioni di polizia” cinese sono state smantellate e anche in Regno Unito e in Italia la questione è stata ampiamente dibattuta.
Le stazioni di polizia cinese sono illegali al di fuori del paese, e le stazioni ombra che operano in altri paesi hanno come scopo quello di monitorare e eventualmente rimpatriare cittadini cinesi che sfuggono alle maglie del governo in patria.
La procedura va dalle molestie per scoraggiare eventuali atti di opposizione alle politiche cinesi, come attirare l’attenzione sulla repressione nello Xinjiang o sulla applicazione della Legge sulla Sicurezza nazionale a Hong Kong, fino a vere e proprie operazioni di “rimozione e rimpatrio”
Nel secondo caso la formula in uso è “prendere una tazza di tè”
Molte cose in Cina hanno un nome in codice prendere una tazza di tè è una di queste e
ha un significato preciso: è la destinazione ultima di chi si oppone apertamente al PCC.
Il processo avviene in questo ordine: per primo, a seguito di un eventuale reato, il sospetto viene identificato mediante telecamere, dopo c’è la rimozione dallo spazio pubblico, che avviene spesso senza testimoni e senza preavviso.
Molti hanno preso l’abitudine di filmarsi contestualmente all’arresto per non sparire nel nulla,
dal momento che le famiglie non vengono avvisate.
Poi c’è la reclusione in luogo segreto dove la persona viene interrogata, spesso per lungo tempo e senza il rispetto delle norme che regolano il trattamento dei prigionieri, il tempo varia da poche settimane a due anni e questo dipende dal clamore sollevato dall’arresto.
Motivo per cui le associazioni in difesa dei Diritti umani e gli attivisti diffondono annunci in rete, fuori dal firewall di stato in cui invitano a prestare attenzione alla vittima sparita nei meandri del sistema.
In caso di arresti famosi il PCC preferisce liberare il prigioniero, ma solo dopo che il clamore comincia ad arrivare ai giornali esteri e alle istituzioni, come fu per il caso di Ai Weiwei, portato a “prendere il tè” per quasi un mese e salvato dall’intervento di Hilary Clinton, in qualità di Segretario di Stato statunitense.
Ma in caso di persone che non godono di tali privilegi, l’unica possibilità per le famiglie è che gli attivisti portino il caso all’attenzione del popolo della rete all’estero, il quale si farà portavoce delle notizie e impedirà che l’arrestato finisca i suoi giorni nell’oblio.
La ritrovata luce dei riflettori non è affatto garanzia di salvezza, spesso le persone ricompaiono già “processate e condannate” senza che nessuno abbia assistito al processo e ne possa testimoniare la regolarità, che di solito non è affatto scontata dal momento che nessuno di quelli che vengono arrestati gode del diritto alla difesa tramite avvocato.
Gli avvocati spesso condividono il destino dei loro assistiti e non esiste tutela per chi esercita la professione che spesso viene accorpata allo status di attivista, perchè chiunque cerchi di contestare le pratiche arbitrarie della polizia cinese è di fatto considerato un oppositore.
Quindi in caso di pratiche di rimozione da paesi stranieri l’unica possibilità per i sospettati è che le famiglie e gli attivisti richiamino l’attenzione delle associazioni per i Diritti Umani, come Safeguard Defenders, le quali porteranno all’attenzione dei governi esteri la sparizione della vittima e ne impediranno in molti casi la scomparsa definitiva.
Non tutti saranno così fortunati da vedere di nuovo la luce del sole, a tutt’oggi non si hanno notizie di molti oppositori, da Peng Shuai, tennista di fama mondiale che accusò di stupro l’allora vice premier Zhang Gaoli, a Peng Lifa l’uomo del Ponte Sitong a Pechino, che ebbe l’ardire di mettere uno striscione sul ponte in cui chiedeva le dimissioni di Xi Jinping, in occasione del Congresso Nazionale del PCC nell’ottobre 2022 e mai più visto in pubblico da allora.







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