Iscriviti a nostri canali e alla nostra newsletter
A New York, durante la 79ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si respira un’aria di intensa attività diplomatica. Il Palazzo di Vetro è il palcoscenico dove oltre 130 leader mondiali si riuniscono per scambiarsi visioni strategiche e discutere del futuro globale. Ogni intervento pubblico è un’opportunità per rafforzare la propria posizione sulla scena internazionale, ma i veri accordi si giocano spesso nei corridoi, lontano dai riflettori. Tra i grandi temi in discussione – guerre, cambiamenti climatici, intelligenza artificiale – si fa sempre più sentire un appello rimasto per troppo tempo inascoltato: l’inclusione di Taiwan nel sistema delle Nazioni Unite. La questione è atavica, ma il tema sembra essere sempre sfuggente nelle varie sedute ONU.
Per Taiwan, entrare a far parte dell’ONU rappresenta un obiettivo strategico di primaria importanza. Esclusa dall’organizzazione dal 1971, quando la Repubblica Popolare Cinese prese il suo posto, Taipei ha costantemente cercato di ribaltare questa decisione, sostenendo che la Risoluzione 2758, la stessa che sancì il riconoscimento della Cina, non menziona Taiwan né autorizza Pechino a rappresentarla. La partecipazione di Taiwan alle Nazioni Unite non è solo una questione di prestigio o di riconoscimento diplomatico, ma un tassello fondamentale per garantire la stabilità e la sicurezza nella regione dell’Indo-Pacifico. Essere riconosciuti dall’ONU è un grandissimo passo a cui Taiwan ambisce per sopravvivere.
Il governo taiwanese ha lanciato un chiaro messaggio quest’anno: è il momento di chiarire il significato della Risoluzione 2758 e di porre fine alla distorsione che Pechino ne fa per escludere Taiwan dalle organizzazioni internazionali. La richiesta di Taiwan è semplice, ma potente: poter contribuire al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, partecipando attivamente ai processi decisionali globali. In un mondo che affronta sfide come il cambiamento climatico e la diffusione di nuove tecnologie, l’esclusione di una delle economie più avanzate e innovative, in particolare nel campo dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale, appare non solo ingiusta ma anche controproducente.
L’Assemblea Generale dell’ONU è quindi l’occasione ideale per riaccendere il dibattito sulla partecipazione di Taiwan. Diversi paesi, tra cui gli storici alleati diplomatici dell’isola, hanno già presentato una lettera congiunta al Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, chiedendo una revisione della situazione. Il messaggio è molto chiaro: l’esclusione di Taiwan non solo nega i diritti di una democrazia avanzata, ma mette a rischio la pace e la stabilità nel delicato equilibrio geopolitico della regione. Gli alleati diplomatici di Taiwan spingono affinché l’isola venga riconosciuta, consapevoli che Taiwan possa dare il suo importante contributo nel campo tech e sanitario.
Mentre i leader mondiali si preparano a discutere il futuro, l’assenza di Taiwan continua a sollevare interrogativi. Come può un paese tecnologicamente all’avanguardia, fondamentale per l’economia globale, essere tenuto fuori dalle discussioni che definiranno il futuro del pianeta? Taiwan, con la sua lunga tradizione democratica e il suo contributo fondamentale alla lotta contro il cambiamento climatico e le emergenze sanitarie, merita un posto a pieno titolo nell’arena internazionale. Eppure, l’ombra di Pechino continua ad incombere sulle decisioni delle Nazioni Unite. Non è presente il Presidente cinese Xi Jinping, ma la sua presenza risulta essere forte.
Il percorso verso l’inclusione di Taiwan nel sistema ONU è irto di ostacoli, ma la spinta diplomatica di Taipei e il sostegno dei suoi alleati non si fermano. La comunità internazionale, sempre più consapevole delle implicazioni geopolitiche legate alla questione taiwanese, è chiamata a riflettere sulla necessità di includere una voce così importante nel dialogo globale. Non si tratta solo di una questione di rappresentanza, ma di garantire che tutte le nazioni, indipendentemente dalle pressioni esterne, possano contribuire attivamente a costruire un futuro più sicuro e sostenibile per tutti.
Taiwan, con la sua democrazia e il suo spirito innovativo, è pronta a fare la sua parte, spiegando il significato della risoluzione 2758 ONU, facendo ben capire che non esiste una sola Cina. In gioco, non c’è solo il futuro di Taiwan, ma dell’intero indo-pacifico. Il mondo sarà pronto ad ascoltare Taiwan?
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desiderate contribuire con un piccolo supporto, potete farlo cliccando sui pulsanti che vedete, scegliendo l’opzione che più preferite. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.


Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

La risoluzione non nomina Taiwan ma “i rappresentanti di Chiang Kai-shek”, forse si potrebbe usare per riconoscere finalmente l’ esistenza di Taiwan, dato che oggi non esistono da nessuna parte “i rappresentanti di Chiang Kai-shek”…un problema potrebbe essere il Kuomintang, che e’ un partito i cui dirigenti potrebbero essere considerati “i successori” di Chiang…
Ciao Beniamino, la Risoluzione 2758 del 1971, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, effettivamente menziona “i rappresentanti di Chiang Kai-shek” e non Taiwan. La risoluzione esclude quindi la Repubblica di Cina, ROC, Taiwan. La questione è legata in se al rivendicare l’eredità di cio che era inizialmente la Repubblica di Cina dal 1911. Il KMT di oggi però, rispetto ai fatti del 71 o antecedenti alla riforma UN, quindi dalla rivoluzione cinese, è ben diverso, prendendo le distanze dal suo ex leader e presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou. Basti pensare al tonfo del TPP a Taiwan, dove il KMT cerca una nuova strada nel panorama politico del paese.